Andrea Bonomo: “Nella moda vedo il mostro della pochezza creativa” – INTERVISTA

Sapete bene quanto io ami andare a chiacchierare con gli autori, quelli che la musica la fanno davvero, e quanto mi piaccia, in egual modo, raccontarli poi in modo autentico e senza filtri a partire dall’incontro e dai saluti iniziali. Ecco, questa volta la circostanza è stata un po’ più particolare del solito. Autore tra i più produttivi (e tra i meno raccontati) di questi ultimi 10 anni Andrea Bonomo l’ho conosciuto in strane circostanze dopo aver ricevuto uno strano messaggio che voleva andare ad indagare la psicologia di un recensore. All’inizio ero convinto di trovarmi davanti ad uno di quei palloni gonfiati incapaci di accettare una critica (devo ancora scoprire cosa ho scritto di male su di lui ma ho giurato che lo farò) di poco conto ma poi ho avuto fortunatamente modo di ricredermi e di conoscere una persona che, seppur per mezzo di uno schermo o un telefono, si è dimostrata desiderosa di manifestare il suo amore per la musica e il suo lavoro esigendo, di conseguenza, una massima professionalità anche da parte di chi, in qualche modo, nel suo lavoro si permette di entrare. L’intervista è venuta da sé dopo i preziosi consigli per cui, vi lascio a questa interessantissima chiacchierata con un uomo senza peli sulla lingua, spigliato ma riservato, che parla con uno spiccato accento lombardo e che, di tanto in tanto, si lascia scappare quella parolaccia che lo rende sincero:

Andrea BonomoAllora, Andrea, partiamo dalle origini… quand’è che la musica è diventata per te un qualcosa di “serio”?

<<È diventato un lavoro vero e proprio nel 2007. Prima di allora lavoravo in un magazzino e la sera facevo dei concerti in giro ma era davvero difficile riuscire a fare tutto. Ad un certo punto una cover-band molto quotata mi ha chiesto di entrare nel loro gruppo come cantante e questo mi ha permesso di svoltare: facendo 14 concerti al mese mi potevo permettere di non lavorare più in magazzino. Da lì è stato, poi, sempre un crescendo>>.

Mentre, invece, la passione a quando risale?

<<Ecco, quella, invece, credo sia davvero innata. Ho ricordi di quando ero all’asilo e già avevo un’inclinazione verso la musica: le preghiere, ad esempio, le riuscivo ad imparare solo se erano proposte sotto forma di melodia. Secondo me questa passione e attrazione compulsiva per la musica la si sente>>.

Il tuo percorso ti ha visto poi studiare oppure ti sei fatto le ossa, come si suol dire, da autodidatta?

<<Ho studiato sia da autodidatta che con vari maestri ma non ho mai frequentato il conservatorio. Non me ne frega davvero una mazza di quelle menate sociali e quei riconoscimenti stampati su pezzi di carta che, in vita mia, non mi hanno davvero mai interessato minimamente>>.

Anno chiave per il tuo percorso, forse, è il 2008

<<Si, è stato un anno importante perché ho partecipato a Sanremo tra le Nuove Proposte. E da lì è iniziato tutto il resto: l’anno dopo è uscita Se ne dicon di parole, il mio primo pezzo importante come autore cantato da Giuliano Palma>>.

Quello, tra l’altro, fu (almeno per il momento) l’ultimo Festival condotto da Pippo Baudo

<<Si, esatto e, tra l’altro, è stato lui a volermi fortemente in gara quell’anno>>.

Come te lo ricordi quel Festival?

<<Drammatico ma perché non m’interessava. Io non sono mai stato convinto di voler essere un cantante. Anche quella, secondo me, è un’inclinazione che bisogna avere naturalmente. Quella predisposizione naturale al concedersi io non ce l’ho: quando esco la mattina, per esempio, per andare a fare colazione al bar non amo chiacchierare con le persone. Sto bene da solo>>.

A Sanremo, quindi, ci arrivi per volontà di chi se non tua?

<<Il mio discografico di allora era Piero La Falce, presidente per tantissimi anni di Universal Music, che da qualche tempo aveva aperto una sua piccola etichetta. Fu lui a propormi di partecipare a Sanremo coniugando la mia proposta con la scrittura e la produzione di Luca Chiaravalli, con cui il sodalizio dura tutt’ora, che insieme a me curò l’intero disco>>.

E ora, dopo tutto questo tempo, non avresti la tentazione di rimetterti in gioco da quel punto di vista?

<<Ma neanche morto guarda. È una cosa davvero troppo distante da me. Un artista, poi, ha delle responsabilità anche verso se stesso e con l’idea che gli altri hanno di lui. Mi spiego, Ligabue non potrebbe mai uscire con un disco dance, io, da autore, posso permettermi di scrivere un disco dance in santa pace. Quando si ha una quantità creativa come quella che in genere ha un autore è veramente limitante essere un artista perché questo significherebbe entrare inevitabilmente in una gabbia caratteriale dettata più dagli altri che da se stessi>>.

Come dicevi tu poco fa, dopo quel Festival è avvenuto il salto autorale. Questa trasformazione di ruolo è un qualcosa che parte da te oppure che ti ha suggerito qualcun altro?

<<Me la suggerivano in moltissimi già prima. Io quasi non conoscevo la figura dell’autore: non concepivo che esistesse qualcuno che scrivesse le canzoni per altri. Sono cresciuto ascoltando i Queen che le canzoni se le scrivevano e se le facevano per cui, per me, era normale pensare che ogni artista si scrivesse i suoi brani. Ad un certo punto il meccanismo si è acceso da sé perché alcuni miei brani sono state cantante da alcuni artisti permettendo il fatto che firmassi un contratto con la EMI da cui è partito tutto>>.

Nel corso di questi anni hai scritto per tantissimi artisti ma, come dicevi tu prima, in qualche modo hai manifestato questa tua libertà creativa sregolata andando a collaborare con due mondi diversi del nostro panorama discografico: da una parte c’è il cosiddetto “universo giovani” (Alessandra Amoroso, Alessandro Casillo, Greta, Lorenzo Fragola, Valerio Scanu) e dall’altra c’è il mondo del pop anni ’90 più istituzionale (Eros Ramazzotti, Nek…): due mondi che tra loro dialogano ma che rimangono, comunque, formalmente separati. Come riesci ad essere l’uno e l’altro?

<<Mi ripeto, forse, ma è questa la bellezza di fare questo lavoro. L’essere così istrionico è una cosa che fa parte del lunaticismo che mi caratterizza e che credo caratterizzi la maggior parte delle persone che fa questo mestiere: c’è delle bipolarità in questo lavoro, per forza. Grazie a questo ho adattato il mio linguaggio al tipo di artista con cui, di volta in volta, mi sono trovato a collaborare>>.

A tal proposito, pensi di essere tu ad adattarti all’interprete che andrà a cantare ciò che scrivi oppure, più spesso, ti è capitato il contrario?

<<Per anni è stata mia la premura di adattarmi alle voci con le quali collaboravo, ora, fortunatamente, inizia ad essere l’inverso perché, dopo molti anni in questo settore, sono riuscito ad acquisire una certa credibilità tra quegli artisti che amano ciò che io scrivo in totale libertà e che cercano da me quel mio linguaggio molto personale. In generale, però, non smetto mai di guardare alla voce che andrà a cantare ciò che propongo anche per il semplice fatto che è chi ci mette la faccia, poi, a dover subire, nel bene e nel male, le maggiori conseguenze>>.

E’, probabilmente, molto più semplice per un artista imporre qualche cosa ad un autore che il contrario

<<Assolutamente. Come già ci siamo detti quando ci siamo conosciuti, sono molte di più le canzoni che ho dovuto limare rispetto a come le avevo scritte inizialmente, rispetto a quelle che vengono pubblicate per così come io le penso e le scrivo>>.

C’è una canzone, tra tutte quelle che hai scritto, a cui sei particolarmente legato?

<<Tra quelle dell’ultimo periodo direi assolutamente “Off-line”, di Paola Turci, e “Unici”, di Nek: due canzoni che, come dicevamo poco fa, rientrano tra quei brani che sono stati cantati per così come li avevo scritti da subito. “Off-line” fa parte di quelle canzoni che ho scritto senza la volontà di fare un successo o di farne un singolo: l’ho scritta perché per me rappresentava un’urgenza comunicare quella che è una sensazione, non una risposta. A me piacciono le canzoni molto colorite, piene di parole anche inusuali o accostate in modo, magari, poco musicale ma con un grande impatto emotivo o letterario. Questi due brani sono quelli che, forse, rappresentano nel modo migliore come mi piace scrivere e sentire le canzoni>>.

A proposito di Nek, è con lui (e con “Fatti avanti amore”) che hai portato a casa la tua comparsa sanremese più riuscita fino ad oggi in termini numerici. Quel brano ha segnato, senza voler troppo esagerare, un momento di svolta per la musica italiana non solo per lo stile di scrittura ma anche per l’aspetto dell’arrangiamento: è stata se non la prima una delle pioniere dell’electropop all’italiana

<<Me l’hanno detto molti amici autori questa cosa anche se io non me ne ero reso conto. I colleghi spesso mi hanno detto che per mesi gli artisti richiedevano loro di scrivere canzoni sul modello di “Fatti avanti amore”. Riguardo all’electropop è vero che quella canzone abbia dato il la ad un abuso di questo genere: al momento sto tendendo a scrivere canzoni molto suonate perché, come sempre, nella moda riconosco la stupidità, ci vedo il mostro della pochezza creativa. Non voglio essere associato ad un qualcosa>>.

In quel caso, invece, la moda non c’era ma, piuttosto, la apriva

<<La apriva con tutti i dubbi del caso che avevamo prima di andare a Sanremo: personalmente mi sentivo addosso tutto il peso della situazione di Nek che, comunque, non tornava al Festival da 18 anni e viveva una situazione discografica discendente. Con la velocità che c’è oggi nel mondo musicale ci si mette un momento a diventare “quello che fu” per cui non era da poco quella responsabilità>>.

Se guardi avanti cosa vedi tra le tendenze di un paio d’anni musicalmente?

<<Difficile dirlo. L’electro-pop è stato violentato, come qualsiasi industria fa con la moda del momento, e ormai siamo giunti al capolinea però proiettarsi così avanti è davvero difficile: in due anni ci sono infinite possibilità rappresentate da canzoni che nascono dal nulla e che, in qualche modo, possono sviare il percorso>>.

Solitamente quando scrivi parti dalla musica o dalle parole?

<<Parto da un concetto: ci sono delle frasi chiave dalle quali inizio a sviluppare una melodia. Un tempo partivo scrivendo la melodia cantando in finto inglese ma poi mi sono rotto le palle (ride)>>.

Accennavi prima a Luca Chiaravalli che ti ha accompagnato fin dal tuo primo Sanremo e che continua tutt’ora a lavorare con te. Insieme a lui, in questi anni, hai creato un “team” anche se poi non è proprio quello…

<<Si, è un po’ strano da definire perché dire “team” sembra troppo esclusivo quando, invece, così non è perché io scrivo con tantissime persone di etichette diverse. Molto di quello che faccio, però, lo realizzo con Luca, anche se non tutto: per dire, nell’album di Francesco Gabbani e nella versione originale di quello di Paola Turci io non c’entro nulla>>.

Però, soprattutto nella collaborazione con Nek ti sei trovato, negli anni, a costituire un trinomio fisso

<<Si, sia “Prima di parlare” che “Unici” sono orchestrati da Luca e vedono il mio apporto nella scrittura, soprattutto in “Unici”. Con Luca Chiaravalli c’è un piacevole mix di lavoro e amicizia che spesso esula dalla musica: tra noi c’è un’amicizia che va al di là del lavoro, voglio più bene a lui personalmente che al “produttore lavorativo”>>.

È un dato risaputo, e che salta all’occhio soprattutto in questi ultimi anni, che ogni produttore abbia accanto a sé un gruppo di “autori di fiducia”: ti viene la voglia di uscire ogni tanto da questa cerchia oppure no?

<<Si, è una realtà di dominio pubblico che esistano queste cerchie ma a me piace allargarmi al di fuori dal mio “roster” per riuscire anche ad alimentare la creatività. Non sono uscito da moltissimo da quello che è il mio gruppo di lavoro di riferimento ma è comunque da qualche tempo che sto collaborando anche con altre persone del settore il che mi permette di sperimentare anche altre realtà>>.

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Ilario Luisetto

Direttore di "Recensiamo Musica" e suo fondatore dal 2012. Sanremo ed il pop sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci.

Ilario Luisetto

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