Carmen Consoli tra attualità, poesia e l’eco delle sue sirene – INTERVISTA

A partire dal venerdì 13 aprile, disponibile il nuovo progetto artistico della cantantessa, un doppio album suggestivo, istintivo e dal forte respiro teatrale

Si è tolta un grosso sfizio Carmen Consoli, una delle nostre cantautrici più ispirate e più apprezzate, che ha da poco lanciato “Eco di sirene”, un progetto intimo e in controtendenza con le attuali logiche del mercato discografico. In scaletta i due inediti “Uomini topo” e “Tano”, oltre ai venti classici che arricchiscono la sua produzione musicale: da “L’ultimo bacio” a “Parole di burro”, passando per “Amore di plastica”, “In bianco e nero”, “AAA cercasi”, “L’eccezione”, “Fiori d’arancio”, “Pioggia d’Aprile”, “Mio zio”, “Maria Catena”, “A finestra”, “Mandaci una cartolina”, “Sulle rive di Morfeo”, “Perturbazione atlantica”, “La notte più lunga”, “Sud est”, “Il sorriso di Atlantide”, “Venere” e “Blunotte”.

Ciao Carmen, benvenuta su RecensiamoMusica. Com’è nata l’idea di rivisitare parte del tuo repertorio in questa chiave intima e suggestiva?

«Volevo provare a rivedere i miei pezzi sotto una luce diversa, confrontandomi con un’altra mia grande passione come la scrittura per orchestre. Abbiamo messo in piedi un’orchestrina da camera e siamo partiti con cautela programmando una piccola tournée. Il pubblico ha apprezzato questo tipo di esperimento e i concerti, alla fine, sono diventati più di sessanta, sia in Italia che in Europa. Così abbiamo trovato il coraggio di realizzarne anche un disco, perché bisogna essere un filino spregiudicati nel pensare di proporre un prodotto che oggigiorno è da considerarsi totalmente fuori moda».

Ventidue canzoni da te interamente arrangiate e suonate insieme a due valide musiciste, com’è avvenuto il vostro incontro?

«Emilia Belfiore fa parte delle Malmaritate, un gruppo al femminile che noi produciamo come Narciso Records, un esperimento di musica popolare che non crea alcun profitto discografico, mentre dal punto di vista artistico rappresenta per noi motivo di grande soddisfazione. Claudia Della Gatta, invece, ha già suonato in precedenza con me, entrambe sono due eccellenti violiniste e violoncelliste. Ci siamo ritrovate insieme e abbiamo messo sù questa piccola band di amiche, divertendoci rivisitando il mio repertorio in chiave un po’ più classica».

A tal proposito, il disco è registrato in presa diretta al Forum Village di Roma, una location storica per la musica leggera italiana, dove sono nate le più grandi colonne sonore del nostro cinema…

«Esatto, l’idea era quella di realizzare un disco un po’ come si faceva una volta, in analogico, registrando le tracce su nastro, per questo motivo ci sono diversi errori che non abbiamo potuto tagliare o camuffare,  fortunatamente! Perché noi uomini non siamo macchine e trovo che dietro qualsiasi difetto si nascondano bellezza e verità . Oggi come oggi nella musica puoi correggere tutto, intonazione compresa, con questo progetto ho voluto dar risalto alla naturalezza del canto, senza i fuochi d’artificio della tecnologia. Ovviamente, per ogni brano abbiamo registrato più versioni, per alcuni è stato un “buona la prima”, per altri pezzi ci sono voluti più giorni e più nastri, ma ne è valsa assolutissimamente la pena».

Mi incuriosiva chiederti il perché dell’assenza di alcune canzoni importanti per il tuo percorso (come ad esempio “Confusa e felice”, “Guarda l’alba” o “L’abitudine di tornare”), con quale criterio hai selezionato le tracce da inserire e quelle da escludere?

«In realtà abbiamo registrato trenta pezzi, ma alla fine la scelta è stata all’unisono, perché ci sembravano perfetti per l’economia del disco e, in qualche modo, quelli più rappresentativi. E’ venuto tutto molto spontaneo, di getto e tutti eravamo d’accordo nell’inserire queste tracce piuttosto che altre».

A proposito della disumanizzazione espressa nell’inedito “Uomini topo”, credi ci sia una formula per risanare la nostra società? La musica e l’arte in generale hanno ancora voce in capitolo?

«Guarda, dopo i concerti mi piace fermarmi a parlare con il pubblico, toccare anche temi che esulano dalla musica, parlare della vita vera. E’ necessario recuperare i rapporti tra le persone, ritrovare l’empatia. A volte ci perdiamo pensando che l’antidoto alla solitudine possa essere un social network, nel quale ritrovare tutto ciò che ci piace ed evitare quello che non ci piace, il tutto a portata di un like, ma vivere è un’altra cosa. Io sono favorevole ai cambiamenti, ma dobbiamo tornare a riappropriarci del nostro tempo, approfondendo le conoscenze, l’elaborazione di un fallimento o di un lutto, tornare a trarre benefici e opportunità dalle cose che ci succedono, anche da quelle negative. Ci stiamo trasformando in delle macchine, spesso mi capita di parlare con le persone e avvertire la percezione di non essere ascoltata. La musica può dire e fare molto, così come la cultura e qualsiasi altra forma d’arte in grado di ingentilire il nostro animo».

Che cosa ti spaventa di più? Quali sono i temi più caldi su cui ognuno di noi dovrebbe riflettere?

«Viviamo in un secolo di chiusura di frontiere, consideriamo il diverso come un nemico. Ci stiamo avviando verso una società multicomunitaria e vorrei che in futuro le differenze fossero considerate motivo di ricchezza. Come spiego nel secondo inedito “Tano”, mi sento lontana dal concetto di femminismo e trovo preoccupante il maschilismo che si insidia in diverse donne, che non si ribellano davanti alla violenza e accettano una serie di ingiustizie. Un tempo gli uomini erano legittimati ad uccidere perché vigeva il delitto d’onore, oggi questo “vantaggio” non lo hanno più, per fortuna. Per cambiare veramente le cose è necessario cominciare a combattere il pregiudizio insieme, non l’uno contro l’altro».

Per concludere Carmen, contro cosa stiamo lottando e di cosa abbiamo davvero bisogno per superare questo momento di stallo?

«Contro questa specie di subcultura che si scaglia contro il più debole, ad esempio, un fenomeno per me allarmante è il bullismo, sono preoccupata per mio figlio quando andrà a scuola. E’ necessario superare determinate barriere mentali e tornare a parlare di umanità, altrimenti anziché andare avanti torniamo indietro. Il problema è questa società che ci impone continue prestazioni, superando i nostri limiti e ci offre distrazioni come il telefonino ultimo modello. Oggi, cambiamo partner con la stessa naturalezza con cui compriamo un nuovo smartphone. Forse, l’uomo ha bisogno di valori extrasociali su cui i governi non investono, che sono l’amore, l’amicizia, la felicità e, soprattutto, del tempo necessario per vivere e realizzare le proprie cose. Per fare un figlio ci vogliono nove mesi, questo non può essere considerato antieconomico, è la natura che ce lo impone. Ecco, noi stiamo andando contro natura, dobbiamo riappropriarci del nostro tempo e della nostra preziosa cultura».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Nico Donvito

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