Corrado Coccia: dal surreale all'introspezione con "Chiaroscuro" - INTERVISTA

Corrado Coccia: dal surreale all’introspezione con “Chiaroscuro” – INTERVISTA

Il cantautore milanese si racconta svelando i dettagli del suo ultimo album, pubblicato lo scorso febbraio.

Nuova fatica discografica per Corrado Coccia, artista riflessivo che si è messo in luce nel 2009 vincendo il Festival di Castrocaro come miglior autore. Il disco, intitolato “Chiaroscuro”, segue i precedenti lavori “Il circo di Mastrillo” del 2011 e l’omonimo EP del 2013. Un progetto introspettivo, dalle sonorità introspettive e classiche, quasi di altri tempi, nel quale la musica è suonata dall’inizio alla fine. Abbiamo incontrato il cantautore classe ’71, che ci ha raccontato il suo personale manifesto invernale.

Ciao Corrado, partiamo dal tuo terzo disco “Chiaroscuro”, che tappa rappresenta per la tua carriera?

«Oddio! Carriera non direi! Ahimè, per guadagnarmi da vivere faccio ben altro. Possiamo forse parlare di percorso artistico. Beh! Se di questo vogliamo parlare, posso dirti che segna (forse), un punto di non ritorno alle origini. Avendo scritto per anni brani di stampo ‘surreale’, stavo per diventare il cantautore circense o pseudo tale. Siccome avevo ed avrei anche altre cose da raccontare, ho deciso di scrivere altre canzoni, altre parole. Penso d’aver scritto un disco d’amore, non per forza rivolto ad una ‘lei’ .. Anzi! Mai! Anche qui, c’è comunque una voglia di fuggire via… Fuggire da un mondo che mi spaventa come un film d’orrore. La fuga, spesse volte, viene tramutata in canzone ‘leggera’ proprio per dare meno forza alla potenza distruttiva della vita. In altre parole, se le vicende giornaliere vengono vestite da buffone, forse perdono un poco della loro potenza».

Lo hai definito un album invernale, come mai? 

«Forse per le sonorità molto introspettive, molto delicate… Io stesso che ne sono l’artefice insieme al mio produttore ed arrangiatore Roberto Arzuffi, abbiamo avuto la sensazione di essere dinnanzi ad un camino scoppiettante con un bicchierino di Brandy e magari l’albero di Natale accanto con la sua magia intermittente. C’è anche da dire che le registrazioni, sono avvenute proprio nei momenti più freddi dell’anno… Sarebbe stato poco credibile scrivere il seguito del celebre brano dei Righeira».

Cosa ha di diverso questo progetto discografico rispetto ai tuoi due precedenti lavori?

«In primis le sonorità. Il primo disco, aveva come peculiarità il minimalismo. Fu infatti registrato il pianoforte, la voce, ed un flauto traverso, il secondo, fu decisamente ‘fuori misura’. Alcune mie canzoni furono messe in mano all’orchestra di Roma, registrate presso la Forum Music Village (gli studi del Maestro Ennio Morricone) ed arrangiate dal Maestro Danilo Minotti (chitarrista di Claudio Baglioni, Mina, Ramazzotti ed altri). Qui mi sono imposto di sporcarmi le mani con i ‘vecchi’ suoni che solitamente si sentono nelle umide cantine dove si provava una volta. Una batteria, qualche chitarra, un basso elettrico, un clarinetto, un sassofono, ed un violino. Mi sono persino permesso il lusso di scrivere alcuni monologhi interpretati da un bravissimo attore, e per non farci mancare proprio nulla, mi sono avvalso di una poetessa straordinaria. Tanti elementi ma tutti assolutamente vivi e veri. Avevo la sensazione di diventare ‘patinato’ se avessi perseguito su strade poco familiari anche se decisamente affascinanti… (ovviamente mi riferisco alla seconda produzione). Visto che ho elencato gli strumenti, vorrei anche citare coloro i quali hanno suonato».

Roberto Arzuffi ( chitarra , arrangiamenti e produzione )
Daniele Arzuffi ( voce narrante )
Davide Arzuffi ( batteria e percussioni )
Roberto Dragonetti ( basso elettrico ed acustico )
Paola Diamanti ( violino )
Marcello Noia ( clarinetto e sassofono ed arrangiamenti )
Annabruna Gigliotti ( poetessa )

Qual è il filo conduttore che lega le dieci tracce dell’album?

«Non penso vi sia soluzione di continuità. Non ho mai pensato di unire queste storie molto diverse tra loro, perché sarebbe stata una forzatura. Amo i ‘Concept Album’, ma qui davvero non vi è traccia di legami. Forse il viaggio…. Il viaggio della vita che è sempre il viaggio più affascinante. Se volessimo a tutti i costi trovare un legame tra queste canzoni, il legame forse è quello della ‘parola’. Ho cercato (spero di esserci riuscito anche in minima parte), di fotografare delle storie e metterle in melodia. Così dicendo, svelo in qualche modo un piccolo sogno nel cassetto e cioè diventare un cantautore ‘fotografico’».

Da cosa trai principalmente ispirazione per le tue produzioni? 

«Bella domanda, ma difficilissimo rispondere. Sono una persona estremamente  curiosa. La curiosità porta ovviamente ad una osservazione più dettagliata delle cose. A volte un volto, un suono, un odore, possono essere fonte di ispirazione. Questi piccoli grandi indizi, vado cercandoli in luoghi da dove si parte e si arriva. Gli aeroporti sopratutto. Quando dalla mia penna non esce inchiostro, allora mi siedo in un bar (sempre quello) dell’aeroporto di Linate. Trovo che in questo luogo, vi sia tutta la vita sintetizzata, rinchiusa in un fazzoletto senza andarla a cercare in giro per la città. Tutta la vita mi passa davanti, ed io felicemente trasparente agli occhi di essa».

Cosa ti ha lasciato l’esperienza del 2009 al Festival di Castrocaro?

«A parte la soddisfazione d’aver vinto il festival stesso, aver preso una aranciata insieme a Lucio Dalla, non ha lasciato un segno così indelebile. Ho compreso cosa sono i tempi televisivi, ho imparato a fare il ‘burattino’ sopra ad un nastro rosso sennò uscivo dalle inquadrature, ed ho visto il vestitino trasparente dell’allora conduttrice di cui non ricordo il nome. Tanto fumo e niente arrosto. Mi sembra che queste kermesse, servano davvero per fare impennare gli ascolti e scongiurare repliche della  ‘Signora in giallo’ durante i periodi estivi».

Facciamo un salto indietro nel tempo, quando e come è nata la tua passione per la musica?

«Questa mia passione ha un nome. Nino Rossi. Rossi, era un cantautore / cantastorie / poeta dialettale milanese. Quella sua voce semi roca, quel suo naso aquilino identico a quello di Claudio Baglioni, e quella sua poetica, furono decisivi affinché la mia passione potesse tramutarsi in sogno. Fu anche il mio strabismo che non mi avvicinava certo alle ragazze a farmi suonare. Pensavo che suonare avrebbe fatto ‘figo’.. solo che le mie canzoni, servivano semmai alle ragazze per imboscarsi coi ragazzi. Potessi tornare indietro, farei il ritrattista di nudi.. almeno in parte avrei avuto soddisfazioni più marcate :-)».

Quali artisti o generi musicali hanno ispirato e accompagnato la tua crescita?

«Lo citavo qui sopra. In primis Nino Rossi, Claudio Baglioni ed Elton John. Ovviamente con l’andare del tempo, ebbi modo di conoscere altre realtà nostrane e non solo. Dimentico un meraviglioso artista che ebbi la fortuna di conoscere da ragazzino grazie a mamma. Domenico Modugno. Non penso di esagerare nel sostenere che il 70% della musica d’autore è morta con lui. Ad oggi, cerco di rifarmi a sonorità di matrice tedesca. Kurt Weill è colui che più mi affascina e dal quale traggo ispirazione».

Il disco è impreziosito da sonorità malinconiche d’altri tempi, trovi che la riscoperta delle nostre origini sia un modo per differenziarsi nel mercato discografico di oggi?

«Senza fare nomi, sostengo questo. Per anni, alcuni talent scout sdoganarono sonorità a noi poco familiari (britanniche e statunitensi in primis), affinché parolieri ed interpreti nostrani, potessero rivoluzionare gli ascolti. Ad un tratto le autoradio, i parrucchieri e le macellerie, trasmettevano brani americani con testi in lingua italiana. Alcune cose furono buone intuizioni, altre, decisamente imbarazzanti. Tutta questa premessa polemica, per dire che non abbiamo nulla da imparare da nessuno. L’Italia è il paese del bel canto e della buona musica. Basti pensare che la musica napoletana ha fatto e fa il giro del mondo da quando esiste. Ci sono armonie nella canzone partenopea che farebbero impallidire i compositori dell’’800 ma nessuno se ne cura. Basta riempire gli stadi con assoli di chitarre assordanti. Essere moderni, non penso voglia dire essere rumorosi… si possono scrivere canzoni da collocare nel nostro periodo storico con raziocino e gusto. Non voglio passare per un ‘nazionalista’ musicale. La musica è totale, va ascoltata tutta, ma non si deve fare il gravissimo errore di dimenticare la nostra storia e quindi dimenticarci».

Quanto è importante la credibilità per un cantautore?

«Penso sia fondamentale, anche se due bugie raccontate con maestria, potrebbero avere lo stesso effetto! Basta sapere scrivere… Alla lunga però la verità salta fuori… Nonostante i cantautori siano i più grandi ladri di parole e di vita, spesse volte devono guardarsi allo specchio e dirsi la verità prima di sedere al pianoforte o imbracciare una chitarra».

Da musicista e da milanese doc, che ricordo hai del maestro Nanni Svampa?

«Conoscevo ovviamente Nanni (lo incontrai anche di persona perché ebbe modo di incontrarsi con il sopra citato Nino Rossi). Ovviamente una grande perdita per coloro i quali vissero la ‘Milano da bere’ e le contraddizioni della stessa».

Quali sono i tuoi progetti per il futuro e/o sogni nel cassetto?

«I progetti sono davvero tantissimi ma (mi perdonerai), non posso fare parola. La mia produzione diventerebbe ‘ex produzione’. Per i sogni , mi auguro in primis tanta buona salute. Sogni musicali? Bah! Lo dico spesso anche se sembra una storiella uscita dal libro cuore. Suonare in un bellissimo teatro in una dimensione intimista (pianoforte e voce), essere applaudito, essere baciato da il mio amore, e trovare nel corridoio del teatro uno scopritore di talenti che mi dia la possibilità (almeno) di poter fare questo lavoro anche per 1000 euro lordi al mese. Non mi interessa diventare il Briatore delle 7 note. Basta un poco di zucchero e la pillola va giù…».

Alla luce di tutto quello che ci siamo detti, per concludere, quale messaggio vorresti trasmettere al pubblico, oggi, attraverso la tua musica?

«Questa domanda è ‘Divina’. Sia perché la trovo davvero bella, ma sopratutto perché a questa potrebbe rispondere solo una Divinità! Non saprei davvero sai? Se avessi le risposte, mi sarei travestito con la camicia arancione come qualche testimone che ti bussa alla Domenica mattina, ed avrei diffuso il verbo. Forse bisogna davvero che la musica venga presa sul serio. In Italia si ha la perenne sensazione che la musica sia un Hobby. Hobby un cazzo ! Si deve studiare come le bestie per diventare musicisti. Forse in radio ed in televisione, si sentono canzoncine da suoneria o da Play Station perché non si ha voglia di metterci un pò di testa. Ho la sensazione che gli addetti ai lavori, pensino che le persone siano tutte stupide. Ecco allora propinare le solite frittate , dare in mano questa meravigliosa risorsa umana a Santa Maria De Filippi ed i suoi discepoli, e fare cantare qualche Miss Italia. Davvero ho la sensazione che non ci sia rispetto per la musica italiana, e che nessuno fa qualcosa per farsi rispettare. Disertare i teatri potrebbe essere l’inizio.. ma poi si verrebbero a creare ulteriori disagi nel mondo del lavoro. RISPETTO ! RISPETTO PER LA CULTURA ,E PER LE PERSONE».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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