Cosa resta del Festival di Sanremo 2018 oltre il “Popopopo”

A un mese di distanza dal termine della 68esima edizione della kermesse, ecco cosa rimane

Sanremo 2018 logoLontano dal Teatro Ariston il tempo scorre veloce ed inesorabile, così ci ritroviamo ad un mese di distanza dalla conclusione del Festival di Sanremo 2018, un’edizione apprezzata da un pubblico trasversale, un po’ a sorpresa e contro ogni aspettativa della vigilia. Un plauso a Claudio Baglioni che, precisiamolo, non ha il merito di aver fatto alcuna rivoluzione se non quello, seppur importante, di essere riuscito a dare più spazio alla musica. Ebbene sì, non abbiamo assistito a nulla di nuovo, a nessuna impresa napoleonica, ma solo ad uno spettacolo fatto a regola d’arte, cui va riconosciuta una maggiore cura del dettaglio, sia nelle note che nei testi delle canzoni selezionate. Un piccolo miracolo in questa poco ispirata era discografica ma, in fondo, è quello che tutti ci aspettiamo da una manifestazione così blasonata, a dimostrazione che si può essere nazionalpopolari mantenendo intatto il rispetto per il gusto e senza rinunciare in alcun modo alla bellezza.

Nessuna grande innovazione, dicevamo, tant’è che il titolo è andato nelle mani di due abituè del Festival, Fabrizio Moro ed Ermal Meta, il primo “figlio” di Pippo Baudo e il secondo di Carlo Conti, assoluti modelli di riferimento per il direttore artistico di Sanremo 2018. Ma la novità e la vera scommessa vinta di questa edizione è rappresentata da Ultimo, primo classificato tra le Nuove Proposte, talento sbocciato nella città dei fiori, ma che aveva già avuto modo di dimostrare la propria identità artistica, nonostante la giovane età. Il suo ultimo album “Peter Pan” è la dimostrazione che c’è ancora tanto da dire e da fare, un messaggio importante e, se vogliamo, epocale perché mette la moda al servizio della musica e non più il contrario, aspetto che fa ben sperare per il futuro. Vincitori morali i ragazzi de Lo Stato Sociale, attualmente ai vertici delle classifiche radiofoniche con un brano che ha rappresentato per molti la morte dell’indie, in diretta eurovisiva. Ma ci siamo mai chiesti cosa sia indie e cosa no? E poi, siamo sicuri che esista veramente? Io l’ho sempre vista come una bella favola musicale, non un genere ben definibile o etichettabile, di conseguenza, i suoi esponenti sono paragonabili a creature leggendarie come gli elfi, le sirene, i chupacabra, i draghi, gli unicorni.

Nulla da eccepire sullo show, dalla simpatia di Michelle Hunziker al monologo di Pierfrancesco Favino, passando per i numerosi ospiti che hanno impreziosito con la loro presenza le cinque serate, ma è giusto dare spazio alle riflessioni sulle canzoni in gara, il vero motore di questa gigantesca macchina organizzativa. Partiamo dagli ultimi, che non potranno più essere primi data la loro imminente estrema unzione discografica, onore e merito alla carriera degli Elio e le storie tese, ma questa volta hanno presentato davvero una canzone brutta, che ha meritato il ruolo di fanalino di coda e che abbiamo già tutti abbondantemente dimenticato. Peccato, invece, per mister Mario Biondi, anche lui tra i non pervenuti nella nostra memoria collettiva, a quattro settimane dal suo battesimo in lingua italiana. Nel derby interno tra gli ex Pooh, possiamo affermare che la partita se l’è aggiudicata ai calci di rigore Red Canzian, con un brano uptempo decisamente più convincente della ballad dal sapore di naftalina proposta dalla coppia Facchinetti-Fogli.

Tra le quote rosa, regina incontrastata è Annalisa, merito di un brano che è riuscito nell’intento di mettere d’accordo sia la critica che il pubblico, seppur dopo qualche ascolto ma, si sà, i pezzi meno immediati sono quelli che funzionano meglio nel tempo. Universo femminile rappresentato anche da Nina Zilli e Noemi, che hanno portato in concorso il proprio compitino, tutto sommato di un buon livello, ma nulla che possa essere trasmesso ai posteri con l’intento di suscitare in loro grande interesse. Stesso discorso per le tre ragazze presenti all’appello tra le Nuove Proposte: Alice Caioli, Eva e Giulia Casieri, tutte canzoni che prese singolarmente possono pure essere considerate all’altezza della situazione, ma che messe insieme evidenziano questo periodo di magra discografica per le donne (aspetto che avevamo già sottolineato qui).

Discorso a parte per la grande Ornella Vanoni, che ha onorato la gara con la sua presenza, accompagnata per l’occasione da Bungaro e Pacifico, autori che ci hanno regalato una poesia d’altri tempi. Tra i veterani, ottima performance anche per Ron, con una canzone inedita firmata da Lucio Dalla, un buon livello rappresentato anche dai Decibel di Enrico Ruggeri e da Luca Barbarossa con un pezzo in dialetto romano: un’iniziativa che inizialmente non ci aveva molto convinto ma, assodato che solo gli stupidi non cambiano idea, dopo l’ascolto ci siamo resi conto del valore assoluto e del carico di romanticismo di certe sonorità che andrebbero recuperate un po’ più spesso. Tra le canzoni più belle in gara, va riconosciuta la qualità di quella proposta da Giovanni Caccamo, che pecca di personalità nell’esecuzione e non convince nemmeno nella versione studio: uno di quei pezzi che sarebbe stato meglio affidare a qualcun altro, col senno sia di prima che di poi. Al contrario, ha dato sfoggio delle sue doti comunicative Renzo Rubino, con un brano apparentemente difficile che ha saputo conquistare ascolto dopo ascolto. Hanno stra-funzionato molto bene in radio, invece, i The Kolors e Le Vibrazioni, due band che possiamo inserire tranquillamente nel girone dei promossi di questa 68esima edizione del Festival.

Resterà anche il brano di Diodato, accompagnato dall’amico Roy Paci, che ha convinto su larga scala più o meno tutti, proprio come la storia raccontata da Mirkoeilcane, che ha sensibilizzato le coscienze e toccato l’animo di molti. Sempre tra le Nuove Proposte, sentiremo ancora parlare di Lorenzo Baglioni, che non si è preso troppo sul serio portando in scena il suo ispirato pop-didattico, stessa ironia che abbiamo ritrovato in Mudimbi e nel suo rap effervescente e scanzonato. Il premio come miglior pezzo melodico-sentimentale, invece, va affidato a Leonardo Monteiro, con un brano che forse non sarà attualissimo e peccherà pure di originalità, ma che rappresenta comunque uno spaccato degli ascolti del pubblico. Nella categoria Campioni, hanno donato prestigio alla gara le presenze di Enzo Avitabile e Peppe Servillo, due signori artisti che hanno dato sfoggio di tutto l’oro musicale di Napoli e, per concludere, merita una menzione d’onore anche Max Gazzè, con una canzone più consapevole e meno radiofonica, per certi versi insolita, rispetto alle marcette a cui ci aveva abituato in passato, ma geniale e poeticamente onesta.

Sanremo-2019-logoInsomma, un’edizione come tante altre, con aspetti sia positivi che negativi, tutto sommato con il suo solito fascino. Cosa resterà di Sanremo 2018? Il bello della musica è che ognuno può conservare quello che vuole nell’hard disk del suo computer o nella playlist del proprio cuore (a seconda del tasso di mielosità con il quale vi siete svegliati oggi), perché anche una canzone con quindici ascolti su Spotify può risultare la preferita di qualcuno, oppure una hit multiplatino può essere considerata una schifezza da qualcun altro. Questo il segreto del Festival, riuscire a concentrare un numero infinito di pareri e di gusti musicali in pochi giorni. A volte i direttori artistici tendono ad accontentare solo le fette di mercato più rappresentative, mentre in altre occasioni si cerca di proporre un’offerta più completa e questo, a lungo termine, rappresenta sempre un scelta vincente. Lo tenga bene a mente colui che avrà l’onore e l’onere di organizzare il prossimo Festival, comunque vada sarà un popopopo popopopo popopo pò!

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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