Filippa Giordano: “Per fare musica ho dovuto rinunciare al mio Paese” – INTERVISTA

Filippa Giordano: “Per fare musica ho dovuto rinunciare al mio Paese” – INTERVISTA

La cantante siciliana vittima di un cavillo contrattuale con l’etichetta di Caterina Caselli, sulla scia delle conterranee Giuni Russo e Gerardina Trovato, come lei stessa racconta.

In Italia è considerata una meteora, nel resto del mondo una delle stelle più brillanti del crossover classico, un genere che dopo Andrea Bocelli sta vivendo una nuova primavera artistica con Il Volo. Questa è la storia di Filippa Giordano, cantante nata a Palermo il giorno di San Valentino nel 1974 che, dopo due positive partecipazioni al Festival di Sanremo, con “Un giorno in più” nel 1999 e “Amarti sì” nel 2002, ha intrapreso un’entusiasmante carriera internazionale. Una delle voci italiane più apprezzate nel mondo, dopo anni di silenzio, svela i motivi che l’hanno allontanata dalla sua amata terra.

Ciao Filippa, ricevi consensi in ogni angolo del mondo e dal 2010 hai ottenuto la cittadinanza messicana, il tuo Paese d’adozione. Ti senti più italiana o cittadina del mondo? 

«Io sono italiana, siciliana al 100%, anche se all’età di quattro anni mi sono trasferita a Roma, dove è avvenuta la mia crescita personale e professionale. Amo profondamente la mia terra, la celebro e la canto in giro per il mondo, portando nel mio repertorio i grandi successi della musica classica, grande passione ereditata dai miei genitori, mia mamma era mezzosoprano mentre mio papà baritono. All’età di quattordici anni ho cominciato a studiare canto, sentendo la necessità di rivisitare in chiave più leggera la grande Opera lirica, con l’intento di raggiungere più persone possibili e non soltanto gli amatori che, da sempre, ascoltano e apprezzano questo genere».

Poi sono arrivati i due Festival, un buon successo commerciale e, dopo un periodo di silenzio, la scelta di lasciare l’Italia. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?

«Dopo il mio secondo e ultimo Sanremo nel 2002, c’è stata una frattura con la Sugar di Caterina Caselli. A volte è difficile, soprattutto quando firmi un contratto da giovane, trovare il modo migliore per andar via senza esserne danneggiati, l’unico modo per uscirne è stato quello di rinunciare al mio Paese, un durissimo compromesso: per poter andarmene non avrei più potuto pubblicare dischi in Italia. Una decisione sofferta, che ho dovuto prendere non per il poco amore per la mia patria ma, viceversa, per valorizzarla e portarla con me in giro per il mondo. Quando hai venticinque anni nessuno può legarti o dirti di non fare qualcosa in cui credi, impedirti di viaggiare, di crescere. Per questa scelta di continuare a realizzare la mia musica con estrema liberà, ancora oggi, i miei album non possono uscire nella mia terra».

Ti sei mai pentita di questa decisione?

«Forse è stato un colpo di testa, di quelli che solitamente fai da ragazza, ma non mi sono mai pentita di aver preso questa decisione, anche perché viaggiando, anni dopo, ho conosciuto mio marito e mi sono concentrata in questa mia nuova carriera internazionale, devo ammettere, ottenendo in cambio sempre grandi soddisfazioni. Il mio sogno nel cassetto, più che vincere molteplici premi, è quello di rientrare, discograficamente parlando, un giorno nel mio Paese con il mio lavoro e la mia passione, per avere l’opportunità di essere apprezzata anche dal pubblico italiano, proprio come avviene in molte parti del mondo».

Nel frattempo continui a realizzare prodotti internazionali e di successo, quali sono i tuoi prossimi progetti in cantiere?

«Attualmente sto preparando un nuovo progetto discografico, probabilmente il più importante della mia carriera, ti racconto un po’ di cose in anteprima: si tratta di un album di duetti con grandissimi nomi che sono nella storia della musica, tra i quali Michael Bolton, gli Spandau Ballet, i Chicago, Gino Vannelli, Gilbert O’Sullivan, Mike and The Mechanic, Il Divo, tre artisti messicani molto importanti e, tra gli italiani, il grande Claudio Baglioni. Tutte le canzoni sono prodotte dal maestro Celso Valli, l’ho fermamente voluto perché rappresenta un bel pezzo d’Italia in questa grande produzione internazionale».

Ci anticipi qualche titolo?

«Gli ospiti di questo disco, nella maggioranza dei casi, hanno scelto di reinterpretare i loro grandi classici con me, da ‘How am I supposed to live without you’ di Bolton a ‘If you leave me now” dei Chicago, passando per ‘True’ degli Spandau e ‘Over my shoulder’ dei Mike and The Mechanic, tutti brani cantati in inglese tranne il duetto con Claudio che, non dovrei dirtelo, è un suo grandissimo successo che sarà nuovamente prodotto da Celso Valli, a distanza di oltre vent’anni dall’uscita. Non posso dirti di più, solo che abbiamo scelto di cantarlo nella nostra amata lingua italiana. Spero vivamente di riuscire a pubblicare questo disco anche nel mio Paese, sto lavorando per il mio grande ritorno in compagnia di tutti questi amici».

Ti aspettavi un così grande consenso trasversale nel mondo?

«No, si è trattato sinceramente di un successo che non avevo pianificato, arrivato quasi per caso, nonostante la mia sana ambizione mi abbia sempre spinto a sognare in grande, non mi sarei mai aspettata tutto questo riscontro positivo. Ricordo che, dopo l’uscita del mio primo omonimo disco, in un solo mese sono stata in Inghilterra, Giappone, Australia, Messico e Stati Uniti, quindi, ti lascio immaginare il cambio di fuso orario. Sulla scia di tutto questo mi sono data da fare, ho perfezionato il mio inglese e il mio spagnolo, cominciando a viaggiare senza quasi più fermarmi».

Quale credi sia stato il segreto di un così grande successo?

«Credo che il successo sia da attribuire alla mia intuizione di rivisitare in chiave più leggera i grandi classici della musica lirica e, soprattutto, alla mia perseveranza. All’inizio della mia carriera, mi hanno proposto di cantare di tutto, anche cose in cui non mi identificavo e che, magari, rappresentavano anche dei tragitti più brevi per arrivare al grande pubblico, ma non mi sono voluta svendere a qualcosa in cui non credevo e ho aspettato dieci anni, prima di trovare qualcuno che credesse in me».

E torniamo, dunque, alla Caselli…

«Già, Caterina ha creduto in me sin dal primo ascolto, è stata la prima a intuire come questo sia il giusto linguaggio per parlare ai giovani di un genere senza tempo come l’Opera. Nonostante come sia andata a finire, devo ammettere che come produttrice lei è sempre andata controcorrente, non ha mai seguito le mode e quando si innamora artisticamente di un cantante non pensa al fatto che possa avere o meno spazio nel mercato discografico, ma cerca di portare l’ascoltatore ad avere la necessità di un determinato artista. L’ha fatto anche con me, di questo non posso che ringraziarla all’infinito».

Qual è la tua vita oggi? 

«Una vita semplice, umile, nel rispetto degli altri. Il popolo messicano mi ha adottato e insegnato a riscoprire i veri valori della vita, il sapersi adattare accontentandosi di quel poco che si ha, la bellezza dell’unione e la ricchezza che si nasconde dietro un gesto di generosità. Guardando l’Italia da fuori vedo tanto odio, troppo rancore. Criticare è diventato il nostro sport nazionale, ci si lamenta di tutto e ci si scontra per qualsiasi cosa. Abbiamo molto da imparare dai messicani che, a differenza nostra, amano la propria patria e la rispettano. Gran parte della mia serenità attuale mi è stata trasmessa da questa gente, che adorano il nostro Paese, più di quanto noi facciamo». 

Cosa ti manca della nostra terra?

«Ho perso mia madre circa un anno e mezzo fa, oltre che mamma lei è stata la mia migliore amica, la mia sola e unica insegnante di canto, infiniti ruoli in uno, ho perso davvero tanto con la sua prematura scomparsa. Manco in Italia da allora, la mia terra rappresenta ancora di più oggi per me il simbolo di mamma e, devo ammettere, che mi mancano terribilmente entrambe. Presto ritornerò con questa mia grande voglia di riassaporare le mie radici, sento che sarà doloroso tornare senza poterla riabbracciare, ma quando sono triste mi rincuora sapere che giace felice nelle acque della mia bella Sicilia».

Per concludere, quale messaggio vorresti che arrivasse al pubblico, oggi, attraverso la tua musica?

«Quello che spero è di riuscire ad associare il mio esempio personale a tutto ciò che canto, con la mia perseveranza, la mia voglia di lanciare messaggi positivi, la mia cristianità, perché per me è sempre stato importante sentirmi vicino a Dio, attraverso il valore della famiglia e della correttezza, umana e artistica. Bisogna cercare di non pensare solo a noi stessi, essere altruisti, condividere, aiutare gli altri, proseguire il cammino trascinando sulla propria strada tutte le persone meritevoli e che ti fanno stare bene, tirando fuori sempre e comunque il cuore. Questo è quello che ho sempre cercato di fare, sia in piccolo che in grande, e devo dire che mi ha sempre dato molta soddisfazione, più di qualsiasi successo professionale, e questo mi ha portato ad essere quella che sono oggi: una donna senza rimpianti».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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