Gabriele Hintermann racconta le sue “StriScie Chimiche” - INTERVISTA

Gabriele Hintermann racconta le sue “StriScie Chimiche” – INTERVISTA

Il cantautore leader del gruppo Hintermann e gli Sciamani rilascia il nuovo singolo realizzato in coppia con Matteo Gabbianelli dei Kutso

Hintermann

Tempo di nuova musica per Gabriele Hintermann, Danilo Ombres, Alessio Ramaccioni, Francesco Carretti, Marco Marracci e Luca Padellaro, ossia Hintermann e gli Sciamani, band che fonde l’ironico cantautorato alla Jannacci con la musica balcanica, passando per il teatro-canzone e la musica swing. Un cocktail di sonorità che ritroviamo anche in “StriScie Chimiche”, brano che vanta le partecipazioni di Matteo Gabbianelli dei Kutso e del sassofonista romano Gabriele Coen. Per accompagnare il pezzo è stato realizzato un videoclip ufficiale,  prodotto da Moonchausen con la regia di Lulù Cancrini e Marco Varriale, realizzato con la tecnica d’animazione del cut-out in cui ricorrono immagini inerenti al tema centrale della canzone, il tutto condito con un pizzico di sano e sagace humour.

Ciao Gabriele, partiamo dal tuo nuovo singolo “StriScie Chimiche”, come è nata e cosa rappresenta per te questa canzone?

«Ciao a tutti! Questa canzone devo dire che è nata piuttosto spontaneamente. Era da tempo che alzavo gli occhi al cielo e notavo delle linee che comparivano per diagonale e che poi si espandevano creando una strana foschia. Da allora ho iniziato ad informarmi un po’ meglio sul beneamato fenomeno delle scie chimiche. Ho scoperto così un mondo dove tutto è il contrario di tutto e dove purtroppo non si può arrivare ad una risposta chiara. Nella mia testa, cosi naturalmente, ha iniziato a ronzare un ritornello che non riuscivo a levarmi dai pensieri.  Qualche tempo dopo prendendo la chitarra in mano in un pomeriggio primaverile ho iniziato a scrivere di getto le strofe unendole al ritornello che avevo già in mente. Questa canzone per me rappresenta la voglia di “lottare con amore” come dice il testo stesso.  Combattere per scavalcare le nostre paure che prendono varie sembianze. Contrapporre l’azione e la salvaguardia personale alla confusione mediatica su fenomeni più o meno complottisti. Continuare a credere che l’unione fa la forza e che una rock band sciamanica impazzita possa far “guarire” il cielo e la società anche dalla paura delle scie chimiche».

Un tema riletto in chiave ironica, come a dire: “apocalisse non ti temo”?

«L’ironia è sicuramente una colonna portante del pezzo. Più che “apocalisse non ti temo” direi “apocalisse non avrai vita facile” finché una parte di umani saranno uniti e contrapporranno all’odio e al rincoglionimento globale un’energia pulsante fatta di amore, rabbia, vita vissuta, arte, canzoni e positività. Queste sono le nostre armi. Tengo a sottolineare che ancora esistono “partigiani dell’amore” dietro a questa realtà virtuale e che i loro pensieri e le loro azioni sono potenti. Più potenti di qualsiasi arma di distrazione o distruzione di massa».

Il brano è impreziosito dalle presenze di Matteo Gabbianelli dei Kutso e del sassofonista Gabriele Coen. Com’è stato collaborare con loro?

«E’ stato meraviglioso. Con Gabriele siamo riusciti subito a entrare in sintonia e a trovare una chiave musicale giocosa per entrare in relazione con il pezzo. Infatti diciamo che ha suonato come lui meglio sa fare…usando scale della musica “klezmer” di derivazione ebraica. La cosa interessante in linea generale sul pezzo è stato mischiare questo genere “klezmer-balcanico” mischiato ad una ritmica ed un’armonia piuttosto “blues-rock”. Il risultato è stato sorprendente. Ci siamo accorti che il groove del pezzo si componeva di una nuova identità, e cosa fondamentale una propria identità! Per cui lavorare con gli interventi di Gabriele e la sua maestria è stato fondamentale ai fini della riuscita musicale del pezzo. Con Matteo la cosa è avvenuta piuttosto naturalmente. Io lo seguivo da tempo con la sua band dei “kutso” e mentre scrivevo la linea vocale del pezzo è come se sentivo la sua voce su alcune parti del brano e poi mi serviva qualcuno che contrastasse il mio complottismo allarmante e che calmasse le acque, eheh. Quindi quando ascoltò la canzone gli piacque subito e decise di collaborare sia alla traccia audio sia al videoclip che ha avuto una lunga gestazione per esigenze tecniche. Posso dire in finale che la voce di Matteo è stata la vera ciliegina sulla torta del singolo».

Facciamo un salto indietro nel tempo, quando e come è nata la tua passione per la musica?

«La mia passione per la musica è nata quando facevo la prima media. Mi fu regalata una chitarra ed inizia ad intraprendere degli studi classici con questo strumento. Ricordo che da quando la presi in mano non riuscivo più a staccarmene come fosse una nuova linfa vitale entrata a far parte della mia vita e così andavo a lezione di chitarra e poi non vedevo l’ora di studiare per la lezione successiva. Dopo un annetto di studio e dopo aver imparato a districarmi con gli accordi iniziai spontaneamente in alcuni pomeriggi ad inventare linee vocali sugli accordi in modo istintivo. Questo fu molto importante perché proprio da lì iniziò il mio processo creativo. Iniziai a sentire l’esigenza di mettere su carta ciò che mi veniva di cantare naturalmente e senza neanche accorgermene a dodici anni avevo scritto la mia prima canzone! Da quel momento in poi ho iniziato a scrivere molto e poco dopo ho messo su a tredici anni la mia prima band i “red sky” sul genere rock/punk rock. Così iniziò la mia storia musicale che poi ha preso mille altre vie!».

Quali artisti o generi musicali hanno ispirato e accompagnato la tua crescita?

«Il primo artista chiave del mio incontro con la musica fu il Maestro Franco Battiato. Ero un bambino speciale che a dieci anni cantava a memoria tutte le canzoni di Battiato e ne andava pazzo. Sicuramente i testi non li capivo fino in fondo, ma c’era qualcosa nella sua musica che mi rendeva felice e cantarla ancora di più. Successivamente ho iniziato l’ascolto di tanti generi diversi, dal blues allo swing fino alla bossanova e soprattutto  sono partito con una vera e propria ricerca su tutti i cantautori poiché quel mondo mi affascinava più di tutto. Ho scoperto Lou Reed, Iggy Pop, David Bowie ed il Maestro Tom Waits… mentre in campo nazionale  sono cresciuto con Enzo Jannacci , Giorgio Gaber e successivamente mi sono innamorato di Vinicio Capossela».

Qual è la lezione più importante che hai appreso sin ora dalla musica?

«Sicuramente che, come dice Max Gazzè, ti può salvare “sull’orlo del precipizio”. La musica ha il potere di interagire con il tuo stato vitale. Una caratteristica che poche cose in natura hanno. La musica di sicuro mi ha salvato e senza alcun dubbio mi ha modellato l’anima».

Come valuti l’attuale settore discografico e il livello artistico odierno?

«Parlavo qualche giorno fa con il producer che sta seguendo il mix del mio disco: Il problema allo stato attuale è che l’enorme lavoro che si fa su un disco (che si può paragonare solo  alla lavorazione di un film) non viene valorizzato abbastanza nell’uscita del medesimo. Tutto si perde troppo facilmente in miliardi di cose che escono continuamente in rete. L’immondizia che circonda il web è tanta e si fa fatica a spazzarla via. Le persone sono sempre meno disposte ad ascoltare. E’ tutto cambiato, un tempo un disco veniva valorizzato perché era qualcosa che succedeva davvero, non era in vendita su un circuito digitale contenente miliardi di informazioni. La dispersione penso sia il fenomeno più inquietante di questo periodo. Dal punto di vista di un artista è drammatico perché quest’ultimo fa un grosso, enorme lavoro per dare alla luce i suoi “figli” artistici che, per esempio, nel mio caso sono le canzoni. Dopo di che questi figli, dopo essere venuti al mondo, vengono rapiti dal “gattino che gioca col cucciolo di cammello” o da i vari “scorregge sulle persone nel parco” … Bisognerebbe chiamare Liam Neeson a fare giustizia per recuperare i nostri figli artistici rapiti e dargli l’importanza che meritano. La verità è che l’esigenza di mettere alla luce le proprie creazioni supera anche questo mondo ostile. L’unico timore a volte è che per attirare l’attenzione si perda il senso artistico del proprio prodotto. Bisogna concentrarsi più sulla “trovata” o sul pezzo di genere alla moda , spesso “indie” sennò sei fuori. Detto questo penso che ci siano delle realtà ancora valide che andrebbero sostenute poiché si muovono troppo nell’ombra».

HintermannQuali sono i tuoi progetti futuri e/o sogni nel cassetto? 

«Il mio progetto nel futuro più imminente è quello di riuscire nel dare alla luce il mio primo disco ufficiale trovando una realtà che mi possa aiutare a dargli visibilità. Vorrei poter vedere nascere del lavoro dai grandi sacrifici fatti. Per il futuro più lontano mi piacerebbe poter duettare con artisti che amo profondamente».

Ci sono altre teorie complottiste che vorresti affrontare nuovamente in futuro?

«Ahahaha…. Beh gli alieni potrebbero andar forte, sono evergreen! Penso che potrebbe essere interessante come discorso futuro, ma non è tra le priorità! Ora è il momento di regalare al mondo tutto il  fluido creativo sonoro che mi ha parlato in questi anni. E’ il “momento del disco” che contiene un’energia senza precedenti e che cambierà le sorti del mondo, ahah.

Alla luce di tutto quello che ci siamo detti, per concludere, quale messaggio vorresti trasmettere al pubblico, oggi, attraverso la tua musica?

«Che la possibilità di creare come quella di amare sono le colonne portanti di una vita sana. Emozionarsi dall’ascolto di una canzone racchiude in se l’essenza della vita. Qui e ora stiamo sognando, qui e ora stiamo suonando e qui e ora qualcosa sta succedendo. La partecipazione e il dare agli altri è un’opportunità unica e  grandiosa da non lasciarsi sfuggire. Io sto ringraziando la vita con questo disco frutto di svariati anni di emozioni e sogni. Spero vengano degustati come nettare dolce in un contesto sociale amaro». 

«Finisco con il salutarvi e con il ringraziarvi! Che la forza e la grazia siano sempre con tutti noi!».

Un caro saluto Gabriele e buona musica!

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Nico Donvito

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