Gli Street Clerks e la rivoluzione analogica del Pop’n’Roll – INTERVISTA

A tu per tu con la band fiorentina che ha pubblicato il disco “Come è andata la rivoluzione?”, disponibile in tutti gli store a partire dallo scorso 11 maggio

Street Clerks Musica suonata con strumenti veri e suono analogico, forse è questa la vera rivoluzione musicale di questi tempi. Lo hanno intuito gli Street Clerks, che fotografano l’attuale momento storico con sonorità in bianco e nero, di beatlesiana memoria, nel loro terzo progetto discografico intitolato “Come è andata la rivoluzione?”. In occasione di questo lancio, abbiamo incontrato per voi Valerio Fanciano, Francesco Giommi, Alexander Woodbury e Cosimo Ravenni, che ci hanno raccontato il positivo momento che stanno vivendo.

Eccoci con gli Street Clerks, direi di iniziare dal vostro nuovo album “Come è andata la rivoluzione?”, da quale idea iniziale siete partiti e a quali conclusioni siete arrivati?

«In realtà non siamo partiti da un’idea iniziale, ma dalle canzoni che ognuno di noi aveva nel proprio cassetto, ci siamo ritrovati insieme e abbiamo messo insieme i pezzi di quello che è diventato per noi un meraviglioso puzzle, che ci sta regalando tante soddisfazioni. Le sonorità rispecchiano la somma dei nostri gusti, si rivolgono un po’ all’Inghilterra, all’America, al passato più che al presente. Il nostro genere lo definiamo Pop’n’Roll, al terzo disco siamo riusciti a trovare la nostra giusta dimensione, tra l’altro quella più naturale, dopo aver spaziato nel folk e suonato qualsiasi cosa nella trasmissione televisiva “E poi c’è Cattelan”». 

Esiste in natura un genere musicale che non avete ancora sperimentato?

«A dire il vero il jazz metal ancora ci manca! A parte gli scherzi, abbiamo giocato con tante sonorità nuove e strumenti per noi inediti, ad esempio dei synth che fino a due anni fa non avremmo mai immaginato di utilizzare. Abbiamo suonato quasi tutto quello che sentite nel disco, fatta eccezione degli archi e del pianoforte, quest’ultimo affidato al Maestro Diego Calvetti, produttore del disco».

Cosa avete voluto esprimere attraverso le immagini del videoclip del singolo “Rivolù”?

«Personalmente, ci riteniamo una band abbastanza anomala nel panorama italiano, senza un frontman e con un’attitudine alla coralità, un po’ come i complessi degli anni ’60-’70 e quale riferimento migliore dei Beatles? La volontà era quella di realizzare loro un tributo, abbiamo scelto “Hey Jude” perché ci è venuto in mente subito l’inizio del video con il presentatore David Frost che annunciava la band, quale idea migliore se non coinvolgere il buon Alessandro Cattelan? E’ stata come la chiusura di un cerchio». 

Quindi, nell’eterna lotta tra Beatles e Rolling Stones vi siete schierati?

«Chi? Noi? Tra i Beatles e i Rolling Stones noi scegliamo gli Aqua (ridono, ndr), parlando seriamente, i nostri ascolti sono sempre stati vari, dai Led Zeppelin a Dire Straits, passando per Jimi Hendrix e poi arrivare al punk, al new metal anni ’90, diciamo che veniamo da quattro poli abbastanza opposti, ci siamo contaminati un po’ a vicenda. Di base, un musicista più influenze ha è più può ritenersi completo». 

Come valutate l’attuale scenario discografico?

«E’ difficile dare un giudizio, perché rispetto al passato c’è molta più offerta e miliardi di artisti in più. Oggi la musica si ascolta con qualunque attrezzo e in qualsiasi secondo della giornata, di conseguenza, è difficile inquadrare il panorama musicale odierno a livello mondiale. Viviamo in un’epoca di surplus, quello che ci auguriamo è che ci sia sempre una ricerca all’originalità, che l’attenzione venga data alle cose fatte bene, perché ce ne sono davvero tantissime». 

E il vostro rapporto con la musica italiana? C’è qualcosa che apprezzate particolarmente?

«Ci sentiamo molto affini allo stile di scrittura italiano, perché siamo rimasti tra i pochi che partono dalla melodia e dalla musica, a volte arrangiamo il pezzo ancora prima di completare il testo, un po’ come si faceva una volta. Siamo fans dell’armonia e, di conseguenza, della musica leggera italiana, quella vera. Oggi si tende a mettere la melodia in secondo piano, a servizio della metrica testuale, bisogna trovare un giusto equilibrio e ripescare molto di più dal passato, da grandi artisti come Battisti o Modugno. Dell’attuale scenario troviamo interessanti alcune realtà che stanno venendo fuori dalle etichette indipendenti, da Lo Stato Sociale ai Thegiornalisti, ma anche ai Canova, I Cani e Calcutta. Insomma, un bacino musicale molto interessante, all’avanguardia sia nei suoni che nei testi». 

Da musicisti come valutate la trap? Un genere che va tanto di moda ma che ha ben poco di suonato

«Sarebbe bello suonarla con strumenti veri, potrebbe essere interessante, anche perché pare che in America l’interesse del pubblico nei confronti della trap stia già calando. Se pensi che è un genere che è partito da Strillex e poi, come tutte le mode, è stato proposto in tutte le salse, di base ci sono parecchie cose innovative. Alcuni aspetti della trap decadranno altri, invece, avranno aggiunto qualcosa di nuovo alla musica». 

Secondo voi, oggi in Italia si avverte più la mancanza di un governo o la troppa presenza dell’autotune?

«Bella domanda, forse la soluzione sarebbe quella di iniziare ad usare anche in parlamento l’autotune! A questo punto Ghali sarebbe un ottimo Presidente del Consiglio».

Alla luce di tutto quello che ci siamo detti, per concludere, quale messaggio vorresti trasmettere al pubblico attraverso la tua musica?

«Uno? Dai, facciamo quattro: 1) Comprate il disco!; 2) Fate l’amore e non fate la guerra; 3) Trovatevi più spesso in spiaggia con le chitarre a suonare intorno al falò; 4) Cercate di non farvi beccare dalla Guardia Costiera perché oggi non si può più!». 

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Nico Donvito

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