March.: “Safe & unsound? Il mio album eclettico e coerente” – INTERVISTA

A tu per tu con il cantautore sardo, in uscita dal 7 dicembre con un progetto dal respiro internazionale

MarchSi intitola “Safe & unsound”, il nuovo progetto discografico di Marcello Mereu, meglio conosciuto con lo pseudonimo di March., artista della scuderia Cello Label, etichetta indipendente con sede a Bruxelles. Il disco, disponibile a partire dal 7 dicembre, è composto da undici tracce eseguite in inglese, impreziosite da un tre bonus track: il remix di “Hit or miss”, l’adattamento in italiano di “Long cold summer” (intitolato “Un’estate fredda”) e una versione alternativa di “Private affair”. Scopriamone di più insieme al diretto interessato.

“Safe & unsound” è il tuo album d’esordio, cos’hai voluto inserire al suo interno?

«Ho voluto inserire quei brani che rappresentano il mio percorso artistico degli ultimi due anni, ma che catturano anche la mia essenza come cantautore e artista pop. Volevo che fosse sia eclettico che coerente. La coerenza è data dai testi introspettivi e/o su tematiche serie, la lingua inglese, la struttura dei brani. Il lato più eclettico dal fatto che ogni brano, benché pop, sia rispettivamente influenzato da altri generi come il rock, country, folk, elettronica».  

Quali sono le tematiche maggiormente ricorrenti?

«Le tematiche ricorrenti sono le emozioni: la rabbia, la paura, la tristezza e la gioia. Volevo parlare di situazioni o temi che mi fanno scaturire quelle emozioni. Ho voluto esplorare la violenza domestica (Safe), la tortura (Hands), il narcisismo (Long Cold Summer), la solitudine (Private Affair), ma anche la gioia (Magic), l’identità (To be a man). Il denominatore comune è l’alto contenuto emotivo che ho cercato di trasmettere sia con i testi che con la musica e gli arrangiamenti».

MarchA livello testuale c’è un filo conduttore che lega le tracce?

«Il lato pienamente o parzialmente autobiografico di ogni canzone. E la poeticità di ogni pezzo. Volevo che i testi esistessero con la musica, ma potessero vivere come entità proprie, come una raccolta di poesie. Il più grande complimento che mi si potrebbe fare è dirmi che si è ascoltato il mio album con il libretto davanti, leggendo ogni verso e interpretandolo a modo proprio». 

Dal punto di vista musicale, invece, quali sonorità hai voluto abbracciare?

«Volevo dimostrare che la musica pop è uno strumento di comunicazione duttile, che si adatta a testi impegnati, a melodie e arrangiamenti diversi, influenzati da vari generi: rock, folk, country, dance. E poi volevo che ogni canzone fosse orecchiabile e cantabile. Volevo che ogni brano potesse essere cantato con solo voce e chitarra o solo voce e piano. Raggiungere un’immediatezza sonora, una semplicità. Da cantare sotto la doccia, in macchina a squarciagola, ma anche pianissimo davanti al camino…».

C’è un brano che ti descrive meglio e che consideri un buon biglietto da visita per l’intero progetto?

«Sicuramente “17th Century (anachronistic hearts)”, forse il brano più melanconico dell’album, che riprende la mia tendenza a idealizzare il passato, a romanticizzare le relazioni, a sentirmi un po’ fuori tempo, e a essere affascinato dalla tristezza come emozione di base dell’essere umano. E poi, se posso aggiungerne un altro, il pop rock un po’ arrabbiato di “Better than you”». 

Facciamo un salto indietro nel tempo, quando e come ti sei avvicinato alla musica?

«Sicuramente grazie a mia madre che cantava sempre quand’ero piccolo. E anche io ho sempre cantato. Mi ricordo che ho scritto la prima canzone a 10 anni; ho ancora in testa la melodia! Ho tre fratelli più grandi di me con gusti musicali completamente diversi l’uno dall’altro, da The Clash a Ivan Cattaneo, passando per Finardi, Ruggeri, Battiato, Rettore, Oxa, Novecento, ma anche Ultravox, AC/DC, The Police, Dalla e De André. Oggi sono contento di aver ascoltato di tutto durante la mia infanzia e adolescenza. Poi sono arrivate varie partecipazioni in diversi cori e con gli studi in teatro all’università in Inghilterra la partecipazioni in vari musical. Il bisogno di cantare come solista è venuto in parallelo col bisogno di scrivere le mie canzoni. Non potrei vivere senza musica. Ancora oggi ascolto di tutto». 

Quali ascolti hanno accompagnato e ispirato il tuo percorso?

«Una bellissima domanda per me, perché ci sono così tanti artisti che mi ispirano quotidianamente: Fiona Apple, Depeche Mode, Alanis Morissette, Garbage, Duran Duran, Sarah McLachlan, Tori Amos, Beth Orton, Florence and The Machine, The Cardigans, No Doubt, P!nk, Pet Shop Boys, Sheryl Crow, Sting e Tracy Chapman».  

Credi di aver raggiunto una ben definita identità artistica o, più semplicemente, ne sei ancora alla ricerca?

«Penso che siano vere entrambe le affermazioni, nel senso che sento di fare un certo tipo di musica pop, un pop che abbia senso, che porti significato e, allo stesso tempo, sono apertissimo a nuove vie e ricerche. Per me l’essere umano è in continua evoluzione e sono sempre stato molto curioso di natura. Ho sempre torovato molta coerenza in tutte le mie scelte sia accademiche che professionali, ma forse dall’esterno può apparire diversamente. Per me l’essenziale è crescere e farlo con l’umiltà e l’apertura del principiante e con il rigore, la disciplina e l’affidabilità del professionista».

MarchTra i vari desideri e sogni nel cassetto, qual è il tuo principale obiettivo professionale?

«Il mio cassetto è un vero e proprio comò! Ci sono tantissime cose che ho voglia di fare: un album di soli duetti con voci femminili (ho tantissimi scritti apposta che non vedo l’ora di pubblicare nel futuro); un album interamente in lingua sarda; un album con brani in inglese, italiano, francese e spagnolo. Poi adoro il mondo del video, quindi sicuramente un progetto in quel campo… E poi, cosa che faccio già da un po’, scrivere per altri artisti: ci sono così tante bellissime voci, tanti grandissimi interpreti. Scrivere per altri è un altro gran sogno che si sta realizzando per me». 

Per concludere, quale messaggio ti piacerebbe trasmettere al pubblico, oggi, attraverso la tua musica?

«Vorrei che la musica desse speranza: sono convinto che l’espressione artistica in generale sia la forma migliore di terapia e lo dico proprio da psicologo! Penso che se tutti coltivassimo il nostro lato artistico saremmo esseri più resilienti, più in armonia con noi stessi e gli altri e più rispettosi di chi e cosa ci sta intorno. E poi vorrei riavvicinare tutti quelli che mi ascoltano al pop più classico, a canzoni che raccontano storie, esperienze e che ci aiutano a dare senso alla nostra realtà e a imparare dal nostro passato. Vorrei ringraziare già da adesso chi ascolterà e apprezzerà i miei brani. E vorrei ringraziare voi per avermi concesso questo spazio». 

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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