Niccolò Agliardi: “Il mio disco di consapevolezze e di leggerezze” – INTERVISTA

Incontro con il cantautore milanese, in uscita da venerdì 14 settembre con l’antologia “Resto”

Si intitolano “Ora” e “Ancora” i due capitoli che compongono Resto, il nuovo progetto discografico di Niccolò Agliardi, una raccolta contenente venticinque brani, tra cui i tre inediti “Di cosa siamo capaci”, “Colpi forti” e Johnny, singolo apripista rilasciato lo scorso 24 agosto. Un’antologia disponibile in digitale ma, soprattutto, in versione fisica con un cofanetto deluxe impreziosito da un originale kit di origami.

Ciao Niccolò, partiamo naturalmente da “Resto”. Vorrei partire col chiederti il criterio di selezione delle tracce presenti: ha prevalso la testa o l’istinto?

«Credo entrambe le cose, è stato un lavoro di raccolta e di restauro. Insieme ai miei collaboratori (Giordano Colombo, Giacomo e Tommaso Ruggeri, ndr) abbiamo voluto inserire quello che, con tutta sincerità, ci piaceva suonare dal vivo, il criterio di selezione è stato semplicemente questo. In particolare nel primo disco intitolato “Ora”, abbiamo voluto rivestire al meglio alcune canzoni che, secondo noi, non erano valorizzate dagli arrangiamenti precedenti. Non sono capace a scrivere pezzi stagionali, infatti non ho mai piazzato una canzone estiva e, purtroppo, nessuna hit memorabile. L’intento è quello di proporre qualcosa che abbia un contenuto, nel miglior modo possibile. Per questo motivo, come ti dicevo, abbiamo rivestito in modo elegante, con un bel completo classico, i brani che non si presentavano al meglio delle loro possibilità. Adesso sono pronti per andare ovunque, che sia una cena di gala o un aperitivo, o a mangiare in trattoria. Se la cavano bene in qualsiasi contesto».

Un’antologia racchiude al suo interno quello che è stato, con verbi coniugati al presente e uno sguardo rivolto al futuro. Qual è il tuo personale bilancio su questi anni di carriera? 

«In realtà, non c’è un bilancio perché non l’ho vissuta in questo modo, non mi è proprio venuto in mente. Capisco che un’antologia possa richiamare la parola “bilancio” ma, per quanto mi riguarda, il desiderio è stato quello di incidere nuovamente su un disco alcune canzoni che preferivo più suonare dal vivo rispetto che riascoltarle nelle loro precedenti versioni in studio. L’ho realizzato con lo stesso spirito di un album di inediti, anche perché abbiamo volutamente selezionato un repertorio di brani meno conosciuti, alcuni anche di una decina di anni fa, per donargli una seconda vita».

A livello artistico, credi di aver raggiunto il giusto equilibrio tra chi sei e chi vorresti essere?

«Si, sai perchè? Perché anche in questo caso non mi sono mai posto il problema, ho sempre fatto quello che sono e, senza cadere nella trappola della retorica, ammetto di non saper fare un qualcosa che non sono. Francamente non possiedo il talento di bluffare, se lo avessi avuto sarei finito sicuramente da qualche altra parte, magari in una scala di popolarità più alta, ma forse per meno tempo? Questo è un tema. Ho voluto intitolare questa antologia “Resto” proprio perché mi sono sempre proclamato essere onesto, che tra l’altro fa anche rima».

Tra gli inediti spicca “Johnny”, lo hai definito un brano da difendere: oggi c’è davvero tanta musica valida da preservare, lontana dalle logiche mainstream. Riesci a darti una spiegazione?

«Temo che sia il famoso cane, o gatto che dir si voglia, che si morde la coda. Se noi ci affidiamo completamente ad un sistema di divulgazione mediatico e generalista dei mass media, web compreso, non possiamo attribuire la colpa agli editori se la musica che viene selezionata e trasmessa ha una matrice di scadimento evasivo. Ascoltare musica con un contenuto richiede più tempo, anche se non riesco a coniugare il concetto di velocità col brutto. Molte cose che ascolto oggi non mi piacciono, ma è un mio parere personale e non oggettivo, visti i numeri che esprimono un gradimento da parte del pubblico, soprattutto quello più giovane».

E’ un po’ il concetto che hai espresso nella stessa canzone, forse i ragazzi si rassegnano, si adagiano o, peggio ancora, si abituano ad una certa condizione. Manca la voglia di approfondire?

«Ascoltare musica differente da quella che viene trasmessa dai canali di divulgazione di massa è sicuramente una grande dimostrazione di personalità, non bisogna mai fermarsi alla prima pagina, alle proposte in evidenza o alla prima impressione, bisogna scorrere e saper scegliere ciò che più ci rappresenta. Posso dirti che non mi piace tantissimo  ciò che ascolto, ma non mi sento di arrogarmi il diritto di definire brutto ciò che non si avvicina al mio concetto di bellezza. Come sempre, lascio che a parlare sia la mia musica, infatti ho scelto di realizzare un’antologia in netta controtendenza, con un cofanetto, più o meno ricco di contenuti. Il mio desiderio è che venga scoperto e apprezzato nella sua versione fisica, più che in quella digitale, perché è un progetto che possiede un certo peso, non è liquido».

Tornando al disco, hai inserito due cover, una di Fossati e una delle sorelle Bertè. Come mai proprio questi due pezzi?

«Ho scelto “Naviganti” di Ivano perché è un brano che contiene al suo interno qualcosa di magico, in poche strofe riesce a dire delle cose secondo me inarrivabili, con una chiarezza, una lucidità di pensiero e una sintesi che possiedono solo i grandi maestri. “Stiamo come stiamo”, invece, l’ho scelto perché mi ricorda le prime volte che ho provato dolore, fino a sciogliersi e trasformarsi in speranza e resistenza».

Tra le tante canzoni che hai scritto per altri, hai scelto di pescare dal repertorio di Laura Pausini, incidendo in questo disco la tua personale versione di “Simili”. Perché hai deciso di cogliere questa rosa rispetto a tutte le altre del giardino?

«Perché è una delle mie canzoni preferite,  parla di cose vere, di due persone che si sono guardate negli occhi e hanno compreso il valore di essere simili. Mi è successo davvero, sono parole che appartengono al mio vissuto. Con il suo stile inconfondibile Laura l’ha portata in giro per il mondo, dopo tanto viaggiare, ho sentito il bisogno di riportarla nel mio».

Non posso non chiederti di “Braccialetti Rossi”, un’esperienza che ti ha arricchito più come uomo, come artista o in egual misura?

«Mi ha arricchito in maniera totale. E’ stata un’epoca memorabile, quattro anni molto intensi, di cui tutti ancora oggi portiamo delle tracce bellissime. In questi giorni ho sentito i ragazzi, con loro si è instaurato da subito un bel rapporto e, con il tempo, una bella amicizia. A livello di scrittura, invece, mi sono dovuto molto semplificare, ma è stato piacevole perché l’ho fatto sempre in ottima compagnia». 

Se dovessi scegliere un’epoca del passato, quale decennio sarebbe più vicino al tuo modo di intendere la musica?

«Onestamente, mi piacerebbe rinascere in altre epoche, ma non per fare musica. Vorrei rinascere in Palestina nell’anno zero per vedere dove e se è nato Gesù Cristo, nell’800 a Milano per vedere le carrozze trainate dai cavalli e tanto altro. Si, mi piacerebbe tornare negli anni ’70 per vivere le prime scritture di Venditti, di De Gregori, di Dalla, ma se dovessi rinascere non sono così sicuro che scriverei canzoni».

Immagino che un autore sia in una costante fase di scrittura, arrivati a questo punto del viaggio, ti domando: la tua bussola creativa è dotata di una lancetta per cui sai in quale direzione stai andando oppure, molto semplicemente, l’ispirazione non segue alcuna logica?

«A me piace molto raccontare le storie degli altri, avendo la percezione che nella mia penna l’inchiostro non sia del tutto infinito. Lo faccio componendo canzoni, scrivendo libri, conducendo programmi in radio e, recentemente, anche attraverso la televisione con un format che amo molto (“Dimmi di te”, ndr). Da questo punto di vista, non mi pongo dei limiti, la direzione della mia bussola è nel continuare ad essere curioso della vita in generale, esplorando la conoscenza di quante più cose possibili».

Per concludere, quale messaggio vorresti trasmettere al pubblico, oggi, attraverso la tua musica?

«Vorrei che ognuno ci vedesse un suo personale messaggio, perché alla fine quello che rimane dentro di noi è sempre l’aspetto soggettivo. “Resto” è un disco di consapevolezze e di leggerezze, in cui la musica è molto più presente rispetto ad altri momenti della mia vita, un lavoro che spero venga ascoltato e toccato, perché ho la sensazione che se lo meriti».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Nico Donvito

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