Rezophonic: “Mayday rappresenta la chiusura di un cerchio” – INTERVISTA

A tu per tu con Mario Riso, batterista e fondatore del progetto, che ci racconta i segreti del nuovo singolo nato dalla collaborazione con il gruppo dei Lacuna Coil

Rezophonic MaydayBocche larghe che criticate e sparlate di tutto e di tutti all’interno della nostra società, attenzione, il nuovo singolo dei Rezophonic parla proprio di voi! Disponibile da venerdì 4 maggio, “Mayday” si avvale della prestigiosa collaborazione con i Lacuna Coil, riuscendo nell’intento di mettere insieme due realtà della scena rock-metal-alternativa italiana. In occasione di questo ritorno, che anticipa l’uscita del quarto omonimo capitolo discografico, abbiamo incontrato Mario Riso, batterista e leader spirituale del gruppo, ideatore di un solido progetto che da ben dodici anni si occupa di regalare, oltre alla buona musica, un po’ di sollievo a chi è meno fortunato, mediante diverse iniziative umanitarie.

Ciao Mario, ben ritrovato. Partiamo naturalmente dal nuovo singolo “Mayday”, cosa racconta questa canzone e com’è nata la collaborazione con i Lacuna Coil?

«Tutto nasce da una semplice considerazione: la vita è composta da persone che fanno e da persone che criticano chi fa. Nessuno di noi vuole cambiare il mondo o insegnare qualcosa a qualcuno, abbiamo voluto metterci la faccia e lanciare un messaggio congiunto a tutti coloro che si credono migliori: “fammi vedere chi sei e cosa sei capace di fare”. In realtà, i Lacuna ci sono da sempre, hanno collaborato sin dal nostro primo singolo “Can you hear me”, dove figuravano la voce di Cristina e la chitarra di Maus. Nei progetti successivi hanno sempre dato il loro contributo, sia live che in studio, la magia in questo caso è rappresentata dal fatto che hanno preso parte al pezzo tutti insieme, come band. Abbiamo voluto festeggiare i nostri dieci anni di attività e i loro venti di carriera insieme, con questo brano, mettendoci la faccia».

E la faccia ce l’avete messa, forse un po’ truccata, anche nel videoclip della canzone. Cosa avete voluto esprimere attraverso quelle immagini?

«Abbiamo voluto rappresentare il testo e quella tipologia di persone con gli occhi molto piccoli, le mani coperte da maniche lunghe, ma una bocca grande per parlare. In più, ci tengo a sottolinearlo, gli abiti sono stati disegnati personalmente da Dario Fo, li abbiamo selezionati dalla sua sartoria teatrale, perché volevamo dare un certo tipo di immagine del circo e chi meglio del nostro più grande Maestro-giullare? Sai, quando fai queste cose rischi sempre di risultare pacchiano, la soglia tra il patetico e il credibile è molto sottile, noi ci siamo divertiti a rappresentare al meglio il senso della canzone, anche il trucco e le cicatrici fanno riferimento al testo». 

Anche il messaggio è sicuramente legato al contesto storico in cui viviamo. Credi che la mancanza di certezze, di possibilità, di lavoro, mettiamoci pure di un governo, crei una sorta di standby sociale soprattutto tra i giovani?

«Guarda, trovo che sia sempre stato così, ma adesso è anche peggio. La paura può rappresentare talvolta una risorsa, perché ti fa affrontare i pericoli con maggiore attenzione. Viviamo in un’epoca dove non ci si vuole sforzare, sia dal punto di vista musicale che nella vita di tutti i giorni, per ottenere risultati si cercano costantemente le scorciatoie. Non mi reputo un nostalgico, ma rimpiango i tempi in cui c’era più contatto tra le persone, oggi si comunica senza alcuna fatica, tutto è più facile a portata di un click. Le nuove generazioni non hanno avuto la stessa nostra fortuna nel cercare di ottenere qualcosa sudando, con sacrifici, rischiando. Oggi, ogni cosa è amplificata, viaggia alla velocità della luce e tutto diventa usa e getta».

Il brano anticipa l’uscita del quarto capitolo della saga Rezophonic, cosa dobbiamo aspettarci da questo disco rispetto ai precedenti?

«In ogni album ho cercato di approfondire un tema, nel primo ho parlato di Africa, nel secondo di acqua, nel terzo di spreco e in questo quarto, in uscita, di chi si sente superiore e giudica di continuo l’operato degli altri. Durante questa fase di lavorazione del disco, il mio intento è quello di valorizzare ancora di più ogni singola traccia e, di conseguenza, il contributo di ogni singolo artista coinvolto».

I Rezophonic e i Lacuna Coil rappresentano il meglio dello scenario rock-metal italiano, un filone che non possiamo considerare propriamente mainstream. Un genere partito dal ghetto come il rap, invece, si è totalmente commercializzato e i rappers sono considerati un po’ come le rockstar di oggi. Tu che conosci bene entrambe le realtà e hai ideato sia Rock Tv che Hip Hop Tv, riesci a trovare una spiegazione?

«Il rock si è sempre appoggiato sulla comunicazione e, molto spesso, anche sulla politica, con testi anche abbastanza banali se vogliamo. Il rap, invece, racconta la storia dei ragazzi di oggi, la quotidianità e lo fa con un linguaggio più incisivo, crudo e con maggiori contenuti. I musicisti rock, mi duole dirlo, sono sempre stati apparentemente uno a favore dell’altro, ma realmente le vittorie di uno corrispondono alle sconfitte dell’altro, c’è sempre stata finta amicizia tra le band. Nell’hip hop, invece, sul palco i rappers sono tutti nemici, in realtà nella vita reale se la spartiscono con grande tranquillità. Gestendo i due canali, insieme ad altri amici, ci siamo resi conto di queste realtà diverse che racchiudono in entrambi i casi degli aspetti negativi».

Un altro tipo di apertura è stata data dalla stessa Cristina Scabbia, con la sua partecipazione a The Voice. Decisamente una scommessa vinta. Parteciperesti in veste di coch ad un talent?

«Guarda, ho avuto la fortuna di fare i miei talent show, mi riferisco a vari contest a cui ho preso parte come direttore artistico, tra cui l’Heineken Jammin Festival, Jack ti ascolta per Jack Daniel’s, ho fatto l’I-Tim Tour nel quale sono nati i Negramaro, il Red Bull Tourbus Chiavi In Mano e tutta una serie di manifestazioni che, ahimè, sono scomparse. Certo che mi piacerebbe fare parte di un carrozzone mediatico come quello di “The Voice”, ma sono sempre stato legato al lavoro di squadra, mi riferisco alle band, e alla scrittura delle canzoni. In questi format, per il momento, trovo venga dato ancora poco spazio a questi due aspetti per me fondamentali. Ciononostante, Cristina è stata bravissima, tant’è che ho pescato dal suo team due artisti che porterò in giro con me nei live, ovvero Marco Priotti e Andrea Butturini. Vi do appuntamento al prossimo 3 luglio sul palco del Rugby Sound Festival di Legnano, dove daremo vita con i Lacuna ad uno spettacolo pazzesco!».

In occasione del nostro precedente incontro per il lancio di “Passaporto”, tuo primo progetto discografico da solista, avevi fotografato quel momento definendolo un “nuovo inizio”. Come descriveresti questa fase? 

«Per me è la chiusura di un cerchio, perché mi sento di aver fatto tutto quello che era nelle mie forze. La cronistoria di questo progetto è partita da quando ho conosciuto la sete in Africa, successivamente ho sentito la necessità di parlare di acqua e di un’emergenza che tocca anche il nostro Paese, in Italia ci sono regioni dove viene ancora razionata, poi mi sono avvicinato alla tematica dello spreco, perché basterebbe porre maggiore attenzione per migliorare qualitativamente la vita di tutti, infine, ho deciso di rivolgermi a tutti quelli che mi hanno ostacolato in questo cammino, anche semplicemente snobbando o criticando. Il mio è un progetto umanitario gestito da un padre di famiglia, non ho potenze discografiche alle spalle, ho fatto del mio meglio e, in questo preciso momento, parlare di chi chiacchiera e di chi non realizza nulla è davvero la chiusura di un cerchio, come a dire: “adesso tocca a te, fammi sapere cosa sei capace di fare”».

“Chiusura di un cerchio” va letta come chiusura di un progetto?

«Io la intendo come la fine di un percorso, di un ciclo. Poi, staremo a vedere cosa ci riserverà la vita, per il momento posso solo dirti che sono orgoglioso di questo progetto umanitario che da dodici anni porta il proprio contributo per una causa, non è stato facile anche perchè, non essendoci stato un precedente, non c’era nessuno a cui potevo ispirarmi, ho dovuto gestire la cosa, idearla e crearla senza alcun punto di riferimento». 

A distanza di quattro anni dall’ultima pubblicazione discografica, chi sono oggi i Rezophonic?

«Uomini che hanno deciso di utilizzare l’arte per provare a restituire la fortuna che hanno ricevuto nell’essere riusciti a trasformare la propria passione in un mestiere. Mi piace definirci come persone semplici che, nel nostro piccolo, cerchiamo di dare una mano a chi se la passa meno bene. Ho sempre paragonato il progetto Rezophonic ad una nazionale della musica rock, dove non importa chi scende in campo e non esistono top player. Il mio sogno è quello, un giorno, di farmi da parte e lasciare la “squadra” in mano a qualcun altro che possieda la mia stessa voglia di strappare un sorriso e regalare un po’ di speranza al prossimo».  

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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