Suspense e delitti nel mondo delle tribute band: il nuovo noir di Lele Boccardo – INTERVISTA

Il consiglio del giorno di oggi riguarda un libro: “Il rullante insanguinato”, la seconda opera letteraria del noto critico musicale Lele Boccardo. In uno splendido noir che ha già conquistato, in pochissimi giorni, il parere positivo di tutta la critica e del pubblico, il giornalista torinese racconta una storia densa di emozione e capace di tenere con il fiato sospeso dall’inizio alla fine della narrazione, muovendosi all’interno del mondo delle tribute band del capoluogo piemontese dove, regolarmente, si verificano strani omicidi. La presentazione ufficiale del libro avrà luogo domenica 21 maggio alle ore 18:00 al Salone del libro di Torino; nell’invitarvi a non perdervi questo evento abbiamo contattato l’autore perché ci parlasse in prima persona di questa sua nuova avventura e ci svelasse la sua opinione sulla musica italiana attuale:

Iniziamo col parlare del tuo ultimo libro, “Il rullante insanguinato”, pubblicato da pochissimo per Sillabe di Sale Editore. So che è un noir che volevi scrivere da un po’ di tempo a questa parte e al quale tieni molto

<<Si, è vero. Posso considerarla una sfida con me stesso sotto certi punti di vista: 3 anni fa circa avevo già pubblicato un romanzo, completamente diverso però; ora volevo scrivere un libro con una gran dose di suspense. Io sono un grandissimo lettore e, per molti anni, andando a lavoro in tram divoravo libri, soprattutto thriller, e ad un certo punto mi son detto: se certi colleghi hanno scritto perché non posso provarci anch’io? L’idea iniziale era, per l’appunto, quella di un thriller, poi, grazie ai consigli preziosi di Piero Partiti, il titolare della mia casa editrice, si è trasformato in noir pur non cambiando la sostanza: c’è la suspense, ci sono molti colpi di scena e c’è una storia nella storia, nel senso che mi sono divertito a raccontare una vicenda secondaria con vari spot all’interno dei capitoli svelando solo nel finale di che cosa si trattasse>>.

Il tuo primo romanzo era parecchio autobiografico, in questa tua seconda opera ti ci rivedi in qualche aspetto oppure è frutto totalmente della fantasia e dell’invenzione?

<<Credo che qualunque artista metta sempre qualcosa di proprio nelle opere che realizza. Anche in questo libro ci sono aspetti che mi ricordano me stesso, non fosse altro che per il protagonista che ama i Genesis, come li amo io, e suona la batteria, esattamente come ho fatto io per tanti anni>>.

Sia questi due libri che la tua professione di giornalista ruotano intorno al mondo dell’arte, e della musica in particolare: quanto importante è, ed è stata anche in passato, per te e per la tua vita la musica?

<<Nel risponderti mi permetto di fare mie le prime parole usate da Andrea Mingardi nella prefazione di questo nuovo libro: “il mondo ha bisogno di musica”. Io le parafraso adattandole al mio caso dicendo “io ho bisogno di musica”. La musica per me è tutto: la compagna, l’amica, l’amante; nella mia vita c’è sempre una canzone per ogni momento che vivo. Questo rapporto non finirà mai potrei dire>>.

Non c’è un divorzio all’orizzonte quindi?

<<No no, assolutamente (ride). C’è un rapporto consolidatissimo che, anzi, migliora con il passare del tempo>>.

Veniamo per un momento alla tua professione di giornalista e critico musicale che da anni porti avanti: il tuo è un nome che spicca sempre all’interno di questo mondo che, negli ultimi tempi, appare forse un po’ in crisi anche a causa, forse, di un declino dei metodi tradizionali di critica.

<<Bisogna anche tenere presente, però, chi fa la critica: non per parlare male dei colleghi, ma i grandi critici delle generazioni passate non sono stati degnamente sostituiti: Armando Gallo o Piergiuseppe Caporale, per citare le due persone alle quali mi ispiro maggiormente, non sono mai stati sostituiti da nessuno delle nuove generazioni. Forse, come stavi dicendo, non è più necessario leggere la recensione di un disco: si ascoltano due o tre pezzi per radio o su internet dove non si trovano che commenti fatti dalle case discografiche appositamente per far sembrare un capolavoro un disco che non lo è. Il risultato, purtroppo, è che la musica va dove, effettivamente, sta attualmente andando: se Gabbani per due anni di fila vince il Festival significa che la musica italiana sta andando, come si dice dalle mie parti, a ramengo>>.

Parlando proprio della musica italiana, qualche giorno fa ho fatto una chiacchierata a tal proposito con Maurizio Scandurra, che tu ben conosci anche solo perché ha curato la prefazione di questo tuo ultimo libro insieme al già citato Andrea Mingardi. La nostra discussione era partita con la domanda “come sta oggi la musica italiana?” e la sua risposta è stata: “la musica italiana non esiste più”. Come la pensi tu a tal riguardo?

<<Maurizio è un po’ più drastico di me ma, sicuramente, non possiamo che dire che la musica italiana effettivamente sta andando male. Anche qui, vale il discorso che stavamo facendo poco fa parlando della critica musicale: le nuove generazioni non hanno saputo proporre un degno ricambio generazionale. Ti faccio un esempio: tra qualche giorno andrò a vedere il concerto di Marco Masini a Torino, può piacere o meno ma io lo rispetterò in eterno solo perché, da giovanissimo, andò a fare il tastierista nella band de “L’invisibile Tour” di Umberto Tozzi per “farsi le ossa”, come si suol dire. I giovani di oggi non fanno questo: le attuali nuove generazioni fanno 6 mesi in un talent, vengono buttati nel mercato allo sbaraglio e dopo altri 6 mesi nessuno si ricorda più di loro salvo qualche piccola eccezione (qualcuno degno di essere chiamato artista c’è). Sono cambiati i parametri per essere proposti al pubblico e i risultati sono quelli che vediamo>>.

La colpa di questo fenomeno la attribuisci più ad una scarsa propensione e voglia dei giovani di intraprendere le strade che hanno fatto grandi Marco Masini e tanti altri, oppure ad un mutato sistema d’investimento della discografia che trova più conveniente e comodo limitarsi a proporre ciò su cui altri hanno già investito per altri scopi?

<<Sicuramente alla seconda delle tue ipotesi perché quello a cui stiamo assistendo è musica (e artisti di conseguenza) usa-e-getta. Le case discografiche puntano a fare il botto di vendita per 6 mesi, 1 anno, 2 al massimo con un “prodotto” per poi rinnovare il roster. Per motivi di lavoro sono andato, recentemente, a rivedermi il cast del Festival di Sanremo del 1982 (quello poi vinto da Riccardo Fogli) e ho notato che Al Bano si classificò terzo con “Felicità” e Michele Zarrillo presentò “Una rosa blu”: Al Bano e Michele Zarrillo li abbiamo ritrovati al Festival anche quest’anno, dopo 35 anni. Mi chiedo se tra altrettanto tempo sentiremo ancora parlare di Alessio Bernabei, Michele Bravi o dello stesso Francesco Gabbani: la risposta penso di saperla ma lascio al pubblico il giudizio>>.

C’è qualcuno che, invece, ti ha stupito positivamente tra le nuove generazioni?

<<Si! Il primo fra tutti è Ermal Meta, che ho avuto modo di conoscere in prima persona: oltre che un bravissimo autore è un bravo ragazzo che dice quello che pensa e che non ha peli sulla lingua, questa è una gran dote. Quest’anno ho avuto modo di apprezzare anche, e per questo so già che attirerò le ire di qualcuno, Clementino che è stato capace di trasformare la Sala Stampa Lucio Dalla di Sanremo in un mega villaggio turistico. Lui è un artista a tutto tondo che, forse a causa del suo stile, è rimasto confinato in un ambiente un po’ di nicchia pur meritando decisamente di più>>.

Tra il mondo talent, invece, c’è qualcuno che salvi?

<<Non guardo i talent per principio. Tra i reduci ho visto i concerti di Noemi ed Emma: spettacoli appena al di sopra della sufficienza, i veri artisti sono altri>>.

Per concludere, chi porta in alto oggi, secondo te, i valori della musica?

<<La musica, per me, oggi la fanno le tribute band. Spesso si pensa che copino soltanto ma bisognerebbe ricordarsi che ciò che fanno questi gruppi è suonare con passione e con il cuore senza prendere in considerazione le tantissime ore di prove che stanno dietro al concerto durante il quale, per definizione, bisogna riuscire a riprodurre esattamente le caratteristiche originarie dei brani che si propongono. Mi piace molto andare a sentire le tribute band e me ne occupo anche direttamente con una rubrica apposita (“I tribute”) su “Civico 20 news” dove racconto appunto la passione che, ogni volta, riscontro in una tribute band che vado ad ascoltare dal vivo>>.

Il mondo delle tribute band peraltro entra prepotentemente nel racconto del tuo libro

<<Esattamente. Ho cercato di scrivere una storia assolutamente credibile in ogni minimo dettaglio e per questo nel racconto ho citato band e locali reali della mia città (Torino) e non solo che puntualmente frequento>>.

Chi pensi di dover ringraziare per questa sfida con te stesso, come tu stesso l’hai definita in apertura?

<<Sicuramente Piero Partiti, il responsabile della mia casa editrice, e con lui tutto lo staff della Sillabe di Sale Editori. Il ringraziamento più grande, poi, ovviamente va ad una persona speciale per me: Tina Rossi, la mia compagna, senza la quale non sarei qui in questo momento>>.

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Ilario Luisetto

Direttore di "Recensiamo Musica" e suo fondatore dal 2012. Sanremo ed il pop sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci.

Ilario Luisetto

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