Primogenito: “La musica mi ha insegnato a sognare” – INTERVISTA

Primogenito

A tu per tu con Primogenito in vista della data live al Monk di Roma e a ridosso dell’uscita dell’Ep “Affogare in acque amiche” per EMI Records Italy / Universal Music Italia

Si avvicina il grande debutto di Primogenito per quello che ha definito, con una semplicità che dice già molto, il suo “primo vero concerto”, in programma al Monk di Roma il prossimo 8 ottobre 2026. Uno spettacolo tutto suo, per un artista che ha già attraversato palchi importanti come il Concertone del Primo Maggio e il MI AMI, ma che racconta bene la dimensione di un appuntamento finalmente costruito interamente attorno alla sua musica, alle sue storie e al suo immaginario.

Il punto di partenza è “Affogare in acque amiche“, il primo Ep pubblicato da EMI Records Italy/Universal Music Italia dopo due anni di lavoro. Sei brani che sembrano altrettanti piccoli mondi, popolati da personaggi, ricordi, contraddizioni e suggestioni autobiografiche, dove la scrittura diventa uno strumento per mettere a fuoco ciò che cambia dentro mentre, fuori, tutto sembra restare uguale. Primogenito lo fa senza la necessità di consegnare al pubblico una morale o un messaggio prestabilito: per lui una canzone deve prima di tutto essere vera, capace di lasciare a chi ascolta la libertà di trovarci dentro la propria storia.

Tra musica, estetica, rapporto con Roma, vocazione e desiderio di sognare senza confondere il sogno con l’illusione, Primogenito racconta così un percorso ancora giovane ma già attraversato da una precisa idea di autenticità. E mentre si prepara a trasformare il Monk nel teatro delle sue canzoni, prova a fare una cosa semplice e tutt’altro che scontata: smettere di affogare nelle proprie acque amiche e imparare, finalmente, a nuotare.

Primogenito si racconta, dall’Ep “Affogare in acque amiche” al suo primo vero concerto, l’intervista

L’8 ottobre al Monk di Roma arriverà quello il tuo “primo vero concerto”. Come stai vivendo questo appuntamento e che spettacolo vuoi portare sul palco?

«In questo momento non ci sto pensando particolarmente, ma non perché mi generi ansia. Sto semplicemente cercando di mettere un po’ d’ordine nella mia vita. Ora che ho iniziato a lavorare con la musica, chiaramente non c’è mai il “faccio quello che non voglio”, quindi il mantra di questo periodo è cercare di pensare a una cosa alla volta. Lo show sarà quello che abbiamo portato quest’estate, con alcune aggiunte. Sarà soprattutto molto spontaneo: cerchiamo di creare un’atmosfera, senza mettere il focus su di me o su quello che dirò e sui miei personaggi. Il focus è la musica, ballare, stare insieme».

Questo viaggio parte da Roma, la tua città. Che rapporto hai con Roma e, in particolare, con il Monk, dove tornerai da protagonista?

«Roma ha con me un rapporto che non posso nemmeno definire di odio e amore: è più un rapporto di condanna. Nel senso che solo lì sto veramente bene, solo lì sono veramente tranquillo. L’altro giorno mi hanno chiesto perché vorrei vivere qui e la risposta è proprio questa: Roma è parte di me. Mi sento condannato a Roma, anche se non la definirei la città dei sogni. A me piace la quotidianità, sono uno molto abitudinario. Mi piace andare a ballare la sera, fare determinate cose finché non mi va più. E quando non mi va, so anche fare degli stacchi netti. Al Monk ci ho già suonato ed è stata una delle date più carine degli anni scorsi. C’è tanto pathos, si respira una bella atmosfera, il palco non è enorme e il contesto è molto intimo. Sono circa 350-400 persone, quindi sono contento di tornarci. Questa volta, però, saremo lì come main artist e sarà un’altra esperienza».

Sarà anche l’occasione per presentare dal vivo “Affogare in acque amiche”, il tuo primo EP, al quale hai lavorato per due anni. Come sei arrivato alla selezione definitiva dei brani?

«I pezzi del disco sono soprattutto quelli che ho scritto per ultimi, poi ci sono alcuni singoli e qualche aggiunta che ho voluto inserire perché erano dei cavalli di battaglia tra i tanti brani che avevo scritto prima. “Problemi di cuore, problemi di culo”, per esempio, l’avevo scritta quando avevo diciannove anni, quindi circa quattro anni fa. “Scusa Caterina” è uscita l’anno scorso, mentre “Il mondo in quel cofanetto” e “Ciao vicini, mi trasferisco da voi” erano state scritte già da tempo: quest’ultima addirittura quando avevo diciotto anni. Sono rimasti quei pezzi a cui ero affezionato. Poi la selezione si è basata chiaramente anche sul senso complessivo dell’Ep. Io sono cresciuto, mentre le cose intorno a me non sono cambiate. Non è cambiata la casa, non sono cambiate le persone che avevo accanto, non è cambiata la relazione che avevo prima: sono cambiato io. E a un certo punto ho iniziato a sentirmi stretto. Così ho iniziato ad affogare proprio in quelle che, sulla carta, erano acque amiche, confortevoli».

C’è qualcosa di molto cinematografico nel tuo modo di scrivere. Qual è la cosa che più ti affascina quando nasce una canzone?

«Mi affascina soprattutto il fatto che canto quello che scrivo. A meno che tu non abbia una voce che veramente mi spezzi l’anima, come può essere quella di Mina o Arisa, io sento che c’è una verità precisa: spesso riesco a capire, ascoltando una canzone, chi l’ha scritta e chi l’ha cantata. La cosa che mi piace è proprio la verità. Posso scrivere quello che voglio e posso farlo anche sperimentando. L’anno scorso tutti i pezzi che ho scritto partivano da me, dal divano, chitarra e voce, per poi arrivare all’arrangiamento. La cosa più bella, però, è che vorrei smettere con questa storia del “messaggio”. Non devo per forza mandare un messaggio. Io scrivo le mie sensazioni, poi quello che arriva alle persone è un’altra cosa. Ognuno può vederci e sentirci qualcosa di diverso. Una canzone può piacerti perché l’hai ascoltata in un determinato periodo e ti ricorda qualcosa: ci sono tantissimi motivi per amare una canzone e non puoi limitarli al messaggio che vuoi mandare. Se un pezzo parla di suicidio ma è scritto male, è semplicemente un pezzo brutto. La tematica non lo rende migliore».

Quanto conta invece l’aspetto visivo? Penso alla copertina di “Affogare in acque amiche”, agli elementi che ritornano nelle canzoni e alle immagini dei videoclip: quanto è importante raccontare la propria musica anche attraverso l’estetica?

«Tantissimo. L’estetica conta quasi il quaranta per cento di un artista. Ci sono tantissimi cantautori bravissimi che fanno bellissima musica, ma poi l’estetica non combacia con quello che portano. Penso, per esempio, a Lucio Corsi: è un bravissimo cantautore e il suo successo è anche molto legato al fatto che l’immaginario musicale è perfettamente coerente, o a volte volutamente paradossale, con quello che porta nell’immagine. L’estetica racconta. Vedo tanti cantautori fortissimi che fanno canzoni bellissime, ma poi l’estetica non matcha, non funziona. E secondo me questo conta. Dal momento in cui faccio uscire una canzone, sono anch’io pubblico. È anche per questo che dico che il live deve essere al settanta per cento per il pubblico: anch’io, quando canto, sono spettatore di me stesso».

Per concludere, sei molto giovane, ma dalle tue parole emerge già un’idea piuttosto precisa di ciò che vuoi fare. Qual è la lezione più importante che senti di aver imparato dalla musica fino a oggi?

«Forse la musica mi ha insegnato che bisogna ritrovare la facoltà di sognare e non di illudersi, perché sogno e illusione sono due cose diverse. Io sono un po’ uno “spaccasogni”, però credo molto nelle vocazioni. La musica mi ha insegnato a sognare».

Scritto da Nico Donvito
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