“Bass Persuades” è il disco con cui Miley diventa finalmente Miley

Miley

Quello che c’è da sapere su “Bass Persuades”, il decimo album di Miley, fuori da venerdì 18 settembre 2026 per Atlantic Records

Con “Bass Persuades”, il suo decimo capitolo in studio pubblicato il 18 settembre per Atlantic Records, Miley compie un gesto radicale prima ancora di premere play: cancella il cognome, si presenta con il solo nome proprio e ridefinisce i confini del suo spazio espressivo. Chi si aspettava una tonalità cupa e omogenea nel solco della title track dovrà ricredersi all’istante, perché i colori cambiano e lo fanno spesso. Synth a pioggia, bassi tellurici, drum machine, arpeggiatori e un costante, calibratissimo gioco di sottrazioni e addizioni formano quadri differenti di una stessa visione complessiva.

Il suono di quest’opera, pur affondando radici evidenti negli anni ‘80, si rivela molto meno derivativo di quanto certa pigrizia critica tenda a etichettare: non c’è nostalgia di maniera, ma l’uso consapevole della grammatica di quel decennio per scrivere del e nel 2026. La cosa più banale che si possa fare oggi è tirare in ballo Lady Gaga, Madonna o il solito inventario di numi tutelari; il gioco delle reference ha stufato, e non da poco, mentre Miley ha ormai sintetizzato un proprio suono, una cifra stilistica e un’impronta vocale inconfondibile in un lavoro tutt’altro che immediato e profondamente personale.

Al cuore del disco pulsa una storia d’amore che l’artista stessa definisce complessa e mai monodimensionale, legata a filo doppio al compagno Maxx Morando, ma intesa anzitutto come comprensione cellulare e riconquista del rapporto con sé stessa. Il vertice emotivo di questa dinamica si trova in “Let’s Get Married”, accompagnata dal video girato da Mert Alas tra le stanze dello Chateau Marmont: una ballad che riprende l’universo sonoro di “Something Beautiful” per raccontare l’urgenza quasi impulsiva di dirsi sì, tra abiti bianchi, diamanti e l’idea di trasformare l’esistenza in una vacanza perenne.

La canzone vive di un meccanismo perfetto, svuotandosi nelle strofe per poi esplodere nell’apertura del ritornello, incarnando proprio quella riscrittura contemporanea dei canoni anni ‘80. La stessa tensione trattenuta e poi liberata anima “Orbit”, una ballad di rara bellezza che cresce battuta dopo battuta sull’incedere ostinato dei sintetizzatori, salvo sottrarsi d’improvviso e ripartire, confermando la natura del disco come un incrocio di mondi e direzioni che dialogano tra loro.

L’itinerario emotivo si fa ancora più rarefatto con Snow, prima di aprirsi allo shock stilistico di “Neon Signs” in duetto con Andrew Wyatt dei Miike Snow: un episodio semplicemente pazzesco, che sembra un pezzo anni ‘60 filtrato dalla new wave degli anni ‘80 con improvvisi lampi ‘70, autentico caleidoscopio sonoro capace di spiazzare ogni attesa.

A questo nucleo intimo fa da contrappeso l’anima fisica e liberatoria racchiusa nella title track posta in apertura e poi rimasticata dai Model/Actriz a chiusura scaletta, un inno dance-floor che invita ad abbandonare l’alienazione degli schermi per ritrovare il contatto corporeo collettivo. La risposta del pubblico è imponente, con i due show speciali all’Hollywood Bowl di ottobre polverizzati da un milione e mezzo di richieste in coda. È la conferma che Miley ha smesso di rincorrere il trend momentaneo per costruire una dimensione d’autore destinata a durare.

Scritto da Federico Arduini
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