“Piano inclinato” di Mariella Nava: te la ricordi questa?

Piano inclinato Mariella Nava

Viaggio quotidiano nella colonna sonora della nostra memoria, tra melodie sospese nel tempo pronte a farci emozionare ancora. Oggi parliamo di “Piano inclinato” di Mariella Nava

La musica è la nostra macchina del tempo: basta una nota, un ritornello, ed eccoci di nuovo lì, in una stagione vicina o lontana, in un’auto con i finestrini abbassati o nella cameretta della nostra infanzia. “Te la ricordi questa?” è il nostro appuntamento quotidiano per riavvolgere il nastro delle emozioni, proprio come si faceva una volta con una semplice penna e una musicassetta. Oggi l’orologio del tempo ci riporta al 1997 con “Piano inclinato” di Mariella Nava.

Ogni giorno, alle 13:00, vi accompagneremo in un viaggio musicale alla riscoperta di queste gemme nascoste: canzoni che hanno detto tanto e che hanno ancora tanto da dire, pronte a sbloccare ricordi, evocare immagini, restituirci pezzi di passato con la potenza che solo la musica sa avere. Brani che forse oggi non passano più in radio, pezzi di artisti affermati lasciati in un angolo, o successi di nomi che il tempo ha sbiadito ma che, appena tornano nelle nostre orecchie, sanno ancora farci vibrare. Perché la musica non invecchia, si nasconde soltanto tra le pieghe del tempo, aspettando il momento giusto per colpire nel segno e farci esclamare sorpresi un: “Te la ricordi questa?”.

Ti sblocco un ricordo: “Piano inclinato” di Mariella Nava

Il centro emotivo del brano è infatti racchiuso in una frase ripetuta come un grido: «Perché voglio vivere / e vivere ancora». La malattia non viene raccontata attraverso una distanza poetica, ma attraverso immagini crude, quasi corporee: le quattro lettere della diagnosi che «tolgono forza», il sangue, la pelle segnata, il corpo che diventa improvvisamente un nemico. Anche la strada verso la morte assume la forma di una discesa, di una «nera palude» nella quale ogni passo sembra allontanare dall’alba.

Eppure Mariella Nava costruisce una continua resistenza alle immagini della fine. Le lenzuola possono diventare «un paracadute per volare», il letto un punto dal quale tentare ancora di rialzarsi, persino il dolore un possibile ultimo segnale di vita. Il linguaggio si fa sempre più concitato e fisico, fino al confronto diretto con la morte: «Ti sfido guerriero in questa camera ardente». È una lotta senza retorica, nella quale paura, rabbia, speranza e disperazione convivono nello stesso respiro.

Il finale porta questa battaglia al suo punto estremo: «Io grido la vita e tu allarghi le braccia». La morte è personificata come un’avversaria presente nella stanza, ma il protagonista continua a sfidarla, persino con la rabbia delle parole più dure. “Piano inclinato” diventa così il racconto di un equilibrio impossibile: da una parte un corpo che cede, dall’altra una volontà che continua ad aggrapparsi. Ed è proprio questa contraddizione a rendere il brano così potente: non promette una salvezza, ma rivendica fino all’ultimo il diritto, e il desiderio, di vivere.

Il testo di “Piano inclinato” di Mariella Nava

Cos’è che mi tiene
Qui dentro una tagliola
In cui nessuno viene?
Questo respiratore
E gli aghi nelle vene
Sono le catene
Resto in equilibrio
Fermo a metà fune
Non torno indietro no, no, no, no
Non sono rassegnato
Mi aggrappo e scivolo
Su questo piano inclinato

Perché voglio vivere
E vivere ancora
Oltre questo odore acre
Che brucia nella gola
Perché voglio vivere
E ricominciare
Con i miei pochi anni
E quel tanto che ho da fare

Potessi raggiungere i piedi del letto
Sfondare il guardrail di un viaggio maledetto
Stroncare le quattro stronze lettere in fila
Che tolgono forza, asciugano la saliva
Rugando, macchiando, spaccando la pelle
Che sputa quel sangue, veleno ribelle
Intanto il mio corpo diventa nemico
Mostrando l’abisso dove mi dirigo
Sulla strada vado
Lentamente cado
In quella nera palude
Sotto una notte fuoco
Che mette fuori gioco
E la mia alba esclude
Esclude

Ma io voglio vivere
E ricominciare
Dalle mie lenzuola un paracadute per volare
Voglio sopravvivere
E saltarne fuori
Trovatemi la cura
E svegliate quei dottori

Mi muovo più piano lungo questa discesa
Contro di me l’aria è ferma, si è arresa
Da qui mi dime- non ne sono capace
Ma sbatte le ali quel tempo rapace
Mi punge, mi stritola dentro le ossa
Lo sento, lo prendo ed è come una scossa
O è l’ultimo sintomo per essere vivo
In questo silenzio bagno gli occhi e cammino
Tra affanno di passi, rintocchi, respiro
E febbre compagna e nient’altro vicino
A pulirmi le labbra dell’ultima piaga
In questo sudore ogni immagine annega
Hai affari di fronte, sei detto e presente
Ti sfido guerriero in questa camera ardente
Ti vedo spietata, assassina ti ho in pugno
Seduco te adesso perché ne ho bisogno
Per quella tua culla di tela di raggio
Sto quasi pregando e più non mi vergogno
Stringo i miei denti, siamo qui faccia a faccia
Io grido la vita e tu allarghi le braccia
In questo reparto confine del mondo
E quel muro di occhi che ci fa da sfondo
In questa battaglia cosa credi che perda?
Son pronto, se vuoi morte, fanculo, merda

Scritto da Nico Donvito
Parliamo di: ,