Ariete: “La mia casa sono io” – INTERVISTA
A tu per tu con la giovane cantautrice in occasione dell’uscita del suo nuovo album “Tutti tornano a casa”, disponibile per Bomba Dischi in licenza Warner Records Italy. La nostra intervista ad Ariete
Tre anni possono sembrare un’eternità nella musica di oggi, soprattutto quando a fermarsi è un’artista abituata a raccontare il presente mentre ancora lo sta vivendo. Per Ariete, però, questo tempo non è stato un’assenza, ma un viaggio. Un percorso più lento e consapevole, trascorso a mettere ordine tra emozioni, rapporti, domande e nuove consapevolezze, prima di trasformarle nuovamente in canzoni. Il risultato è “Tutti tornano a casa“, il nuovo album disponibile dallo scorso 2 ottobre per Bomba Dischi in licenza Warner Records Italy.
Il risultato è un disco volutamente lento, come lo definisce la stessa Ariete. Dodici fotografie di questi anni e affida alcune tappe del percorso anche a Angelina Mango, Fulminacci, Tredici Pietro e Prima stanza a destra. Dopo una pausa che le ha permesso di cambiare il proprio rapporto con la musica, con il pubblico e soprattutto con se stessa, la cantautrice è pronta a tornare anche dal vivo con un tour nei club italiani, in una dimensione più intima e raccolta. Una nuova partenza, dunque, che parte da un luogo preciso ma che, questa volta, sembra avere soprattutto un indirizzo interiore.
Ariete racconta “Tutti tornano a casa”, l’intervista
Partiamo dal titolo. Perché “Tutti tornano a casa”?
«La suggestione principale mi è arrivata dopo un concerto di James Blake all’Auditorium di Roma. Alla fine ho visto un’immagine che probabilmente avevo davanti agli occhi cento volte, ma che quella sera mi è diventata improvvisamente nitida: le persone che si separano e tornano ognuna alla propria casa, alla propria macchina, alla propria vita. È una sensazione che in qualche modo richiama il concetto di “sonder”, cioè la consapevolezza che ogni persona che incontriamo vive una vita complessa e completamente diversa dalla nostra. Non mi sembrava però il titolo giusto per un disco, così ho cercato di racchiudere quella sensazione nell’idea del tornare a casa».
La casa che racconti nel disco, però, non è soltanto un luogo fisico...
«No, ed era importante per me che non fosse un concetto troppo didascalico o legato semplicemente alle quattro mura. Io sono fortunata perché sto bene a casa mia, ma so perfettamente che per tante persone la casa può essere un luogo difficile, di violenza, maltrattamento o disagio. E può anche essere semplicemente il posto che da adolescenti detestavamo perché volevamo scappare. Per questo ho cercato una dimensione più ampia. La casa ideale, per me, deve avere rispetto, ascolto, pazienza e comprensione. Alla fine ho capito che, oltre alla casa in cui vivo, la mia casa sono io».
“L’alveare”, il brano che apre il disco, nasce proprio da un’immagine molto particolare e poco didascalica di casa. Quale riflessione ha ispirato e favorito la nascita di questa canzone?
«Ho affiancato la mia vita a quella di un’ape. Può sembrare assurdo, ma nella dinamica di una casa e in quella di un alveare ho trovato molte fragilità in comune. L’alveare è quasi l’epilogo di una casa perfetta: collaborazione, protezione, condivisione. Le api ogni giorno partono, vanno di fiore in fiore, con il sole, la pioggia o la tempesta, anche quando potrebbe essere il loro ultimo giorno. E lo fanno comunque. Per me è un modo per dire che tante cose fanno paura, ma a volte bisogna trovare il coraggio di farle lo stesso».
Che momento della tua vita e del tuo percorso fotografano queste nuove canzoni?
«Queste nuove canzoni fotografano un momento sicuramente consapevole, sicuramente molto lucido, non sempre sereno, però un momento in cui mi sta piacendo molto vivere».
Mi ha molto colpito “Tachicardia”, nata in un momento particolarmente difficile. Quanto è stato complicato riportare quella sensazione dentro una canzone?
«Molto. Avevo scritto le strofe un’ora prima del funerale di un carissimo amico. Un brano che per un anno e mezzo è rimasto praticamente come un file di piano e voce. Non riuscivo a ritrovare quel dolore in studio e mi chiedevo come avrei potuto ricreare quel momento con un autore o con un produttore. Poi ho mandato il brano a Nayt spiegandogli tutto. Dopo un’ora e mezza mi ha mandato un audio mentre guidava con due idee per il ritornello. La seconda era esattamente quella che sentite nel disco. È riuscito a entrare nel brano rispettando completamente la sua natura».
Altra collaborazione importante, e sempre romana, del disco è quella con Fulminacci in “Mano nella mano”. Qui Roma non fa solo da sfondo alla narrazione. Origini a parte, cosa lega Arianna e Filippo in termini artistici?
«Filippo è prima di tutto un amico. Ci siamo quasi dimenticati di essere colleghi perché siamo diventati amici stretti: cene, pranzi, viaggi, persino una macchinata insieme fino in Puglia. A un certo punto ci siamo detti: visto che facciamo questo lavoro entrambi, perché non facciamo anche un pezzo insieme? È nata così, in maniera molto naturale».
Sanremo è stato un altro passaggio importante nel tuo percorso finora. Come guardi, oggi, a quell’esperienza del 2023? E poi, il Festival rientra nei tuoi piani in futuro?
«Dalla mia esperienza a Sanremo ho colto veramente tantissime cose. È stato sicuramente un salto gigante per me perché la televisione non l’avevo mai fatta, venivo da tutt’altro. Quindi è stata una bellissima sfida, divertentissima. Ho avuto tanto tempo per pensare anche a cosa mi ha lasciato e mi ha lasciato molto. Poi è stata una prima volta, ovviamente, come il primo giorno di scuola, il primo bacio, la prima volta che fai l’amore. Cioè, è una prima volta, Stai lì, che non vedi l’ora di farlo e può succedere di tutto. Lo ricordo con molta felicità, ricordo un Amadeus carinissimo con me e sicuramente è un’opportunità che ricoglierei al volo nel caso in cui però ci dovesse arrivare il brano giusto. Al momento mi concentro principalmente sull’uscita del disco, con il desiderio anche di rimettermi un po’ a contatto con tutta questa vita pubblica che per due anni è stata messa da parte. La verità è che con il brando giusto vai da qualsiasi parte, e non mi riferisco solo a Sanremo, ma in generale. Per il resto, chissà. Ora ho la testa al disco».
A proposito del prossimo tour nei club, che cosa ci dobbiamo aspettare?
«Dal mio tour nei club bisogna aspettarsi Ariete al 100 % sincera, nuda da ogni sovrastruttura, perché essendo un tour nei club quindi posti tendenzialmente piccoli anche rispetto a dove ho suonato prima, un palco molto intimo, le canzoni di sempre, alcune come al solito, altre rivisitate, ovviamente le canzoni nuove. E da questo tour mi auguro di trascinarmene avanti anche molti altri»,
Per concludere e sintetizzare ciò che ci hai raccontato, quali sono gli elementi e le caratteristiche che ti rendono orgogliosa del risultato finale di “Tutti tornano a casa”?
«Gli elementi, le caratteristiche che mi rendono orgogliosa del risultato finale di Tutti tornano a casa sono sicuramente la pazienza e la meticolosità con la quale ho scelto i brani e come comunicarli, con chi condividerli e ovviamente è mio figlio, quindi sicuramente per me è un disco bello, è un disco che mi ascolterei più di molti altri miei».