Eugenio in Via di Gioia: “Oggi il fare ci definisce molto più dell’essere” – INTERVISTA
A tu per tu con gli Eugenio in Via di Gioia per parlare del loro nuovo Ep intitolato “N oi”, disponibile da venerdì 16 ottobre 2026 per Carosello Records. Ecco la nostra intervista
Che cosa significa essere parte di un “noi” in una società che ci spinge continuamente ad affermare il nostro “io”? È da questa domanda che prende forma “N oi“, il nuovo Ep degli Eugenio in Via di Gioia, in uscita venerdì 16 ottobre per Carosello Records.
Sei brani che attraversano le contraddizioni del presente, le aspettative personali, il bisogno di riconoscersi negli altri e la difficoltà di trovare risposte in un mondo che sembra pretendere di averne sempre una pronta. Dal senso di inadeguatezza raccontato in “Come si fa” alle sfumature più intime di “Ci manchiamo da una vita“, passando per “Ciao bella Italia“, realizzata con il Piccolo Coro dell’Antoniano, la band torinese torna a intrecciare riflessione e quotidianità, leggerezza e impegno, senza rinunciare a interrogarsi sul tempo in cui viviamo.
Il titolo stesso invita a sospendere le interpretazioni immediate e ad aprirsi a prospettive nuove, lasciando spazio all’incontro e a ciò che ancora non conosciamo. Abbiamo incontrato gli Eugenio in Via di Gioia per farci raccontare la genesi del progetto, le storie dietro le canzoni, fino al grande appuntamento del 5 maggio 2027 al Forum di Assago.
Gli Eugenio in Via di Gioia raccontano l’Ep “N oi”, l’intervista
“N oi” è il titolo del vostro nuovo progetto discografico, che si può leggere anche come “Numero 01”, rappresentando una sorta di nuovo inizio. Quali riflessioni vi hanno portato a questa libera interpretazione del titolo?
«Ci sentiamo spesso sopraffatti dalla necessità di darci una posizione, di trovare una definizione o un significato per ogni cosa che succede. Eppure, gli eventi si susseguono talmente in fretta che diventa difficile riuscire a darsi una spiegazione. Il titolo è anche una provocazione: non sempre le cose che accadono devono essere interpretate nel momento stesso in cui succedono. A volte le stiamo guardando troppo da vicino, come un pixel che, preso singolarmente, non racconta nulla. L’invito è quindi ad aspettare, a sospendere per un attimo il giudizio e l’interpretazione, provando a osservare le cose da una prospettiva più ampia e con maggiore lentezza. È qualcosa di cui sentiamo profondamente il bisogno».
Trattandosi di un Ep, all’interno troviamo sei tracce. Partirei dalla prima, “Come si fa”, nella quale cominciate con una serie di domande su come fare tante cose, dal tornare bambini al fare bene la spesa. Immagini quotidiane e metaforiche si intrecciano: come nasce questo pezzo e cosa vi ha spinto a sceglierlo come antipasto del progetto?
«Forse, oggi il fare ci definisce molto più dell’essere. A un certo punto ci siamo chiesti se questa sensazione riguardasse soltanto noi. Ci siamo accorti che era un sentimento condiviso e abbiamo pensato che valesse la pena urlarlo attraverso una canzone. Diventare adulti, in fondo, significa anche accettare che ci siano tante cose che non sappiamo, senza avere necessariamente bisogno di una mano che ci accompagni e ci indichi la strada giusta. Quella mano può essere quella di un genitore, ma anche quella dei riferimenti e degli eroi ai quali la generazione precedente si affidava per orientarsi. Oggi molti di quei pilastri vengono messi in discussione. L’aspetto negativo è che, quando mancano i punti di riferimento, può nascere molta confusione. Ma c’è anche un risvolto positivo: questa libertà ci permette di trovare davvero la nostra strada e, in termini più ampi, di riscoprire il valore della democrazia».
Si prosegue con “Due gocce d’acqua”, in cui raccontate il bisogno di riconoscersi simili a qualcuno. Nella prima strofa convivono la paura di restare soli e quella di stare in compagnia: fotografate una delle contraddizioni del nostro tempo?
«Una delle cose belle di riguardare le canzoni dopo averle scritte è ritrovarsi nelle parole e pensare: “Caspita, ho detto davvero questa cosa?”. Poi ti rendi conto che forse riguarda anche tante altre persone. A volte stare da soli è bello, ma quando ci sei dentro puoi avere paura. Allora cerchi la compagnia, salvo poi sentirti a disagio anche quando sei in mezzo agli altri. La canzone, però, si apre a una prospettiva positiva. Si incontra una goccia d’acqua, cioè una persona molto simile a sé, e ci si riconosce completamente nell’altro. Siamo entrambi trasparenti, diventiamo il riflesso l’uno dell’altro e, avvicinandoci, finiamo quasi per essere la stessa cosa. È un modo per superare quella sensazione di essere separati dagli altri. Se ci accorgiamo che, in fondo, siamo parte di un’unica cosa, tutto assume un significato diverso».
Poi c’è il singolo “Ciao bella Italia”, realizzato con la partecipazione del Piccolo Coro dell’Antoniano. Come è nata questa serie di idee, dal racconto della bellezza del Paese al contrasto con un futuro precario, fino al coinvolgimento dei bambini?
«L’Italia ha due facce. Noi italiani siamo molto bravi a criticare il nostro Paese, a sottolineare tutto quello che non funziona: la burocrazia, le tasse, la criminalità, l’inciviltà e tanti altri problemi. Poi, quando siamo all’estero, siamo spesso i primi a esaltarne le bellezze. La canzone nasce proprio da questo contrasto: nelle strofe raccontiamo ciò che rende speciale l’Italia, ma subito dopo mettiamo in evidenza anche le sue contraddizioni e gli aspetti negativi. Abbiamo scelto il Piccolo Coro dell’Antoniano perché avevamo già collaborato con loro per un brano che Eugenio aveva scritto per lo Zecchino d’Oro. Ci sembrava che le voci dei bambini potessero rendere ancora più dirette e trasparenti le parti più critiche. Quando è un adulto a pronunciare certe frasi, può sembrare che stia semplicemente lamentandosi. Un bambino, invece, non ha necessariamente l’intenzione di ferire o provocare: dice quello che vede. E proprio per questo le sue parole possono risultare ancora più disarmanti. La collaborazione è nata anche attraverso i disegni. Siamo andati nella loro sede e abbiamo chiesto ai bambini di rappresentare ciò che immaginavano. La canzone ha avuto una gestazione molto lunga, quindi alcuni di loro oggi saranno probabilmente già laureati, ingegneri e magari anche in pensione! I loro disegni ci hanno ispirato nella parte finale del testo, contribuendo alla scrittura. Quando cantiamo “Ciao bella Italia, disegna un nuovo mondo”, c’è qualcosa di letterale: quel mondo i bambini lo avevano davvero disegnato, immaginando il proprio futuro. Noi abbiamo provato a tradurre quelle immagini in parole».
La mia traccia preferita è “Ci manchiamo da una vita”, che piacerà a noi inguaribili romanticoni. Come nasce?
«A volte una canzone nasce da una frase che ti rimane attaccata. In questo caso c’era un’immagine, quella di “due bici attaccate con lo stesso lucchetto”. Dopo averla scritta, mi sono ritrovato a riascoltarla e a chiedermi a che cosa mi stessi riferendo quando mi era venuta in mente. Poi, a un certo punto, ho capito che quella frase parlava di mio padre. La canzone rimane aperta e interpretabile, ma è anche una dedica a lui. C’è una citazione di Big Fish, uno dei miei film preferiti, in cui il protagonista dice che suo padre era uno sconosciuto che conosceva molto bene. Ho cercato di tradurre in musica il sentimento che ho provato per mio padre per tanto tempo».
Molto bella anche “Sasso”, che contiene una riflessione quasi filosofica a partire dalla frase “Invidio un sasso perché non è nient’altro”. Qui entrano in gioco le aspettative e la difficoltà di essere soddisfatti di ciò che siamo. Da quali pensieri è nata?
«La canzone parla delle aspettative e del fatto che non siamo mai contenti di quello che siamo o di quello che facciamo. Siamo sempre alla ricerca di qualcosa di diverso, di qualcosa che ci sembra migliore. E allora qual è il modo per smettere di desiderare continuamente di essere qualcun altro? Forse aspirare a qualcosa che non abbia aspirazioni. Se desideri essere un’altra persona, devi mettere in conto che anche quella persona avrà altri desideri, altre insoddisfazioni. Se invece aspiri a essere qualcosa di inanimato, come un sasso, immagini che lì non ci siano più aspettative da soddisfare e che finalmente si possa trovare la pace. È un paradosso, ma proprio per questo ci piace: dietro una frase apparentemente semplice c’è una riflessione sul nostro continuo bisogno di essere diversi da ciò che siamo».
L’Ep si chiude con “Baciamoci”, un brano che conoscevamo già e che ha accompagnato la scorsa estate. Qual è il commento più bello, il feedback che vi ha fatto più piacere ricevere su questa canzone?
«Ci ha fatto molto piacere vedere che tante persone che ci avevano conosciuto con “Facciamo a metà” sono rimaste affezionate al nostro progetto. Qualcuno ha interpretato “Baciamoci” quasi come un seguito di quella canzone: nel primo verso diciamo proprio “giriamo un sequel migliore”. È stato bello scoprire che alcune persone si sono riconosciute in questo nuovo brano e lo hanno vissuto come una continuazione del nostro percorso. Ci piace soprattutto vedere come reagisce il pubblico dal vivo. Quando arriva il ritornello, cantano tutti insieme e si lasciano andare: è quasi una liberazione collettiva. È un invito a chiunque sia davanti a noi a sentirsi libero di essere se stesso, senza dover ambire a diventare un albero, un uccello o un sasso. Semplicemente, a essere quello che è sempre stato. È una delle cose più belle che succedono ai nostri concerti».
Prima di parlare dei live, una parentesi su Sanremo, che ormai è diventato un appuntamento quasi inevitabile nelle conversazioni musicali. La vostra unica partecipazione risale al 2020 con “Tsunami”: foste eliminati per uno scarto minimo dello 0,2%, ma ricevestе il Premio della Critica Mia Martini. Come guardate oggi a quell’esperienza? E vi piacerebbe tornare in gara, magari già il prossimo anno?
«Dopo aver ricevuto il Premio della Critica, è venuta naturalmente la voglia di riprovarci, di tornare magari a cantare due volte, o anche qualche volta in più! Ci siamo detti che, visto che l’esperienza era andata bene, avremmo potuto ripresentarci negli anni successivi. Adesso, però, siamo arrivati a una sorta di pace con il Festival. Non vogliamo più viverlo con l’ansia di doverci essere a tutti i costi, con lo stress di aspettare ogni anno l’occasione giusta. Se arriverà una proposta o si presenterà l’opportunità di tornare, ci andremo volentieri. Ma non abbiamo più quella fretta, quella necessità di aspirare a partecipare subito. Magari sarà tra dieci anni, magari nel 2027: chi lo sa? Sarebbe bello, ma non è qualcosa che viviamo come un’urgenza. Comunque, se ci chiamate, noi ci siamo!».
Un nuovo progetto discografico significa anche un nuovo tour. A novembre tornerete nei club, ma nel 2027 vi aspetta una tappa importante: il Forum di Assago, in programma il 5 maggio. Voi che avete sempre suonato molto dal vivo, che cosa rappresenta arrivare su un palco di queste dimensioni?
«Sarà la festa più grande che abbiamo fatto finora, con tantissime persone che ci seguono da tanto tempo, ci vogliono bene o magari verranno ad ascoltarci per la prima volta. È un’occasione unica: in passato abbiamo suonato davanti a 3.500 persone, qualche volta anche a 5.000 durante gli appuntamenti estivi, ma non abbiamo mai avuto un pubblico di 10.000 persone. Un coro così grande può diventare davvero bello da ascoltare. Abbiamo visto tanti artisti esibirsi nei vari Forum e sappiamo che un concerto in un posto del genere porta con sé sensazioni diverse rispetto a un live più raccolto. Per esempio, sarà quasi impossibile parlare tra un pezzo e l’altro, ma forse proprio questo ci permetterà di concentrarci ancora di più sulla musica. Il coro di tutte quelle persone non sarà un’esperienza soltanto per noi, ma anche per chi sarà lì. Una cosa che ci sentiamo dire spesso è che ai nostri concerti è bello il live, ma è bellissimo anche il pubblico. Sarà ancora più emozionante vederne così tanto tutto insieme. Non vediamo l’ora».