A tu per tu con l’artista classe ’85, in uscita con il brano-manifesto dal titolo “Invincibile

Si intitola semplicemente e rafforzativamente “Invincibile”, il nuovo pezzo di Alessandro Marella, firmato a quattro mani con Fabio Toninello, arrangiato e prodotto da Simone Bertolotti. Tutti i ricavati di questo progetto verranno devoluti all’Associazione Rotabile Onlus, per supportare l’assistenza ai caregiver dei ricoverati  del reparto Unità Malattie Neuromuscolari dell’Ospedale Nigrisoli di Bologna. In occasione di questa bella uscita, abbiamo raggiunto via Skype il cantautore alessandrino, per approfondire la conoscenza della sua visione di vita e di musica.

Ciao Alessandro, benvenuto. Partiamo dal brano “Invincibile”, cosa rappresenta esattamente per te questo pezzo?

«Questa canzone ha per me un significato immenso, fortunatamente sono riuscito a scriverla rappresentando scenari passati, presenti e futuri, nel senso che è adattabile nel tempo. “Invincibile” ha superato questo tipo di prova, anche se è stata scritta cinque anni fa, oggi si ritrova ad essere un brano importante per il momento che stiamo vivendo, sicuramente lo sarà anche in futuro per altre cose, perché il mondo cambia ma, in realtà, ci troviamo sempre intorno le stesse problematiche, seppur in maniera differente. E’ un brano importante che mi fa sentire un artista,  forse,  per la prima volta».

Un brano firmato a quattro mani con Fabio Toninello, prodotto e arrangiato da Simone Bertolotti, come ti sei trovato a collaborare con loro?

«Io e Fabio ci conosciamo da tanto tempo, abbiamo suonato per anni nella stessa band, gli Abanero, con lui ho scritto praticamente tutte le canzoni del gruppo. Con Simone il rapporto è nato in modo simpatico, l’ho conosciuto perché ho ricoperto il ruolo di direttore artistico di un Festival nel mio paese, gli ho mandato un po’ di canzoni da ascoltare, a lui è piaciuta immediatamente “Invincibile”. Per me è stato un onore lavorare con Simone e con tutti i grandi musicisti della scena italiana da lui stesso coinvolti».

A livello narrativo, cosa aggiungono alla canzone le immagini animate del videoclip diretto da Michele Piazza?

«A livello narrativo, come ti dicevo prima, questa è una canzone adattabile ad ogni situazione. Insieme a Michele e ad altri due disegnatori che hanno collaborato, abbiamo voluto sottolineare uno dei temi più importanti di questa emergenza del Coronavirus, senza dimenticare le persone che vivono tutti i giorni in questo tipo di condizione, perché chi è affetto da una malattia neuromuscolare spesso vive attaccato a un respiratore, costretto in casa perché semplicemente si vergogna ad uscire. Questa situazione ci ha portati ad indossare mascherine, ma in molti casi ha anche contribuito a farcele togliere, smascherando determinati comportamenti. Ci siamo ritrovati un po’ tutti alla pari, non ci sono più calciatori di Serie A o dilettanti, cantanti da pizzeria piuttosto che big della canzone italiana, persone disabili o persone normodotate, siamo tutti sulla stessa barca. Spero che questo ci porti a riflettere, non so per quanto perché le persone in genere hanno la memoria corta, l’augurio è che almeno sotto l’aspetto emozionale e sentimentale se ne possa uscire tutti arricchiti».

A proposito di maschere, in ciascuno di noi si cela un supereroe, anche se non viviamo a Smallville o Gotham City, abbiamo tutti superpoteri, forse ce ne accorgiamo un po’ tardi, in genere nei momenti di maggiore difficoltà. Anche tu sei un supereroe e, avendoti smascherato, ti chiedo: quali sono i tuoi superpoteri?

«In tutta sincerità, spero di doverne scoprire ancora (sorride, ndr). Sicuramente la solarità, un superpotere che mi ha sempre aiutato nella vita, consentendomi di fare nuove amicizie e presentare sempre al meglio i miei progetti, spalancandomi porte e coinvolgendo gli altri, perché da soli non siamo nulla. Poi, come hai detto prima, nei momenti di emergenza scopriamo di averne altri, spero di poterne scoprire degli altri».

Ci sono situazioni nella vita che ti portano ad aprire gli occhi, a vivere tutto fino all’ultima goccia, il famoso carpe diem. Chi ha già conosciuto il vero significato della parola sofferenza in qualche modo ha sviluppato degli anticorpi e si ritrova a fare i conti oggi con una realtà inedita ma gestibile. Che messaggio ti senti di rivolgere a chi in questo momento ha paura? A chi ancora non ha scoperto di avere questi benedetti superpoteri?

«In questo periodo ci siamo ritrovati a vivere una situazione scomoda, il messaggio per me è sempre lo stesso, quello che ho sempre pensato, al di là della pandemia, ovvero che bisogna vivere appieno la vita tutti i giorni, buttarsi in ciò che ci piace fare, rivolgendo sempre un pensiero a chi è meno fortunato e soffre, proprio per questo non dobbiamo avere paura. Questo è un periodo che passerà, i problemi possono essere sempre dietro l’angolo ed è proprio in quel momento che tiriamo fuori la nostra forza, scoprendo i nostri superpoteri».

Spesso si parla di barriere architettoniche, che sono sicuramente un grande limite al pari, però, delle barriere mentali. E’ indubbio che la nostra società pre-Covid stava affrontando un lungo momento di freddezza sociale, di rincorsa sfrenata alle cose futili. Qual è l’augurio che ti senti di rivolgere alla comunità di domani?

«Spero che questa situazione estrema ci abbia insegnato qualcosa, che questa volta la memoria delle persone sia più lunga, perché abbiamo imparato ad essere un po’ più umili, a rispettare le regole. Mi auguro che questa cosa possa continuare, che sia servita da lezione per abbattere proprio queste barriere mentali che, credimi, sono davvero le più brutte. Quelle fisiche, in un modo o nell’altro, bene o male, riesci sempre a superarle con l’aiuto di qualcuno».

Per concludere, cosa ti ha insegnato e cosa ti ha regalato la musica in tutti questi anni di vita?

«Sicuramente mi ha insegnato a rapportarmi con le persone, perché sin dalle mie prime esibizioni live nei concorsi canori in piazza ad oggi, mi sono sempre ritrovato a confrontarmi con il pubblico. Pensa, durante i soundcheck mi vergogno tantissimo con poche persone, non lo faccio nemmeno a casa, mentre davanti ad un mare di gente mi lascio andare e riesco a tirare fuori qualcosa di importante. Questo la musica me l’ha insegnato anche nella vita, ho imparato a diventare un “trascinatore”, ciò ha fatto sì che anche la mia patologia venisse nascosta, perché coinvolgo gli altri in qualsiasi tipo di iniziativa ci metto sempre tanta disinvoltura e tanto entusiasmo».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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