A tu per tu con il noto chitarrista e cantautore romano, fuori con il singolo “Una parola differente

Definirlo blusman sarebbe riduttivo, Alex Britti è un musicista sopraffino, un cantautore attento e ricercato, lo ha dimostrato più volte nel corso della sua fortunata carriera, sia con brani più freschi che attraverso pezzi più impegnati. La sua storia parla da sola, così come il tocco delle sue dita e del suo plettro sulla chitarra, fedele compagna di una vita. “Una parola differente” è il titolo del suo ultimo singolo, disponibile in radio e negli store digitali a partire dallo scorso 24 aprile.

Ciao Alex, benvenuto. Partiamo dal tuo nuovo brano “Una parola differente”, veramente molto Britti-style. Che sapore ha per te questo pezzo?

«Un sapore abbastanza intimo, fresco e sereno. Non è detto che le cose fresche non debbano essere profonde, anzi, ma spesso vengono spacciate per qualcos’altro. Questo pezzo è estivo, un po’ caraibico, non di certo un reggaeton, un genere che ha prodotto certamente anche cose interessanti, ma si può fare musica carina trattando anche argomenti seri e profondi».

A volte, in amore ma non solo, viviamo tutto un po’ troppo con l’ansia da prestazione, cerchiamo di fare la cosa giusta, di dire la frase giusta, di essere ogirinali, spumeggianti, di nascondere aspetti del nostro carattere che sappiamo essere meno seducenti. Alla fine, il segreto è proprio quello che suggerisci nella canzone: essere se stessi. Cosa ti ha indotto questo tipo di riflessione?

«Questo periodo storico, non saprei neanche dirti il perchè, sarà colpa dei social? Però i social li abbiamo fatti noi, non viceversa, è l’uomo che prima li ha pensati, poi realizzati e dopo ci si è modellato, perciò siamo noi che diamo un taglio e un’impronta a questo strumento. I social ci costringono a far vedere semrpe il lato estetico di noi stessi, non quello più vero. Si tende sempre ad ostentare una parte bella anche quando non c’è, perchè quello che noi diamo per scontato in realtà non serve per farci stare bene nella vita di tutti i giorni, ma ci sono altre beltà, altre bellezze da ricercare».

Mi ricollego al discorso dei social perché, di recente, hai utilizzato brillantemente questo strumento per offrire nozioni e compagnia attraverso lezioni di chitarra online. Che esperienza è stata per te?

«E’ stato divertente e appagante, soprattutto per l’aspetto umanitario che c’era dietro. L’idea mi è venuta in mente perché tanti miei amici musicisti sono rimasti senza lavoro, quasi tutti, tranne chi insegnava in una scuola di musica, tramite lezioni di musica su Skype. Guadagnano meno ma sopravvivono, sono gli unici superstiti della mia categoria da questo Covid che per carità, ha fatto prima danni negli ospedali e poi, adesso, su tutto il resto. Da lì ho capito che si potevano dare lezioni di chitarra online, gratuite ovviamente, pensavo fosse il momento di rendermi utile, a volte dobbiamo sfruttare il fatto di essere personaggi noti anche per queste cose. Tramite la Nazionale Italiana Cantanti, ho trovato un numero solidale per raccogliere fondi in favore dell’ospedale Niguarda di Milano, in due settimane e mezzo abbiamo tirato su 50mila euro. Quando ho visto che la cosa funzionava ho continuato, ho schiacciato l’acceleratore per farla funzionare ancora di più e far arrivare questi soldi a chi ne aveva bisogno in quel momento».

In riferimento al Primo Maggio, le immagini dell’altra sera dove suonavi in una Piazza San Giovanni deserta, sono state davvero emozionanti. Da casa si è percepito, ma immagino lì sia stata tutta un’altra storia. Da musicista e da romano, come hai vissuto quel momento?

«Cantare e suonare non è stato un problema, un po’ per mestiere e un po’ per malattia, perchè di malattia si parla, non posso chiamarla in altro modo. La professionalità da cantante e la patologia da chitarrista. La piazza vuota era angosciante per molti aspetti, ma a livello sonoro i palazzi intorno facevano da cassa di risonanza, producendo un suono pazzesco, da questo punto di vista è stato una figata. Da romano, trovare deserta e silenziosa Piazza San Giovani è una sensazione un po’ post atomica, è strano, lì c’è sempre un casino. Quel silenzio assordante ha poi lasciato spazio alla musica, mentre suono non penso ad altro, un po’ come un Jack Russell quando vede una pallina da tennis, non capisci più niente e ti fai prendere da quello che più ti piace, ci entri dentro».

Come te la immagini un’estate senza concerti? Anche solo il pensiero mette un po’ il magone

«Non mi era mai successo, giusto un paio di volte non ho fatto tournée ma ero chiuso in studio a lavorare, non sono mai stato fermo. Quest’anno sarà strano, perchè non mancheranno solo i concerti, ma un sacco di altre cose. Magari riusciremo ad andare un po’ al mare, mettiamola sul positivo. Un musicista lavora soprattutto nel periodo estivo, per cui sono tantissimi anni che non mi faccio un paio di settimane al mare».

Dal punto di vista del valore artistico, cosa pensi dell’attuale scena musicale?

«C’è un sacco di gente brava, sento soltanto tra i più giovanissimi un po’ di leggerezza di troppo, sono molto bravi tenicamente, sanno un sacco di cose, sono molto attenti alle tendenze, quindi a cose superficiali e superflue. Se qualcosa va di moda oggi significa che già è partito il conto alla rovescia, vuol dire che tre anni non lo sarà più. Vedo alcune realtà strane, mi sembra tutto molto veloce, ci sono dei nomi che cinque anni fa erano delle star e oggi a malapena ti ricordi che sono esistiti. E’ una società che mi fa paura, un mondo che mangia tutto velocemente, il rischio è quello di non creare prospettive future».

Brittish” e “Una parola differente” sono i due singoli che hanno segnato il tuo ritorno e in qualche modo anticipano quello che sarà il tuo nuovo album in studio. Cosa dobbiamo aspettarci dalla tua musica in futuro?

«A me piace cambiare, mi piace l’innovazione, per questo adoro così tanto il blues, sono un jazzista che parte da una base di musica popolare per poi metterci qualcosa in più, ovvero me se stesso. Non mi interessa realizzare canzoni che altri hanno già scritto mille volte, mi piacere fare cercare sempre qualcosa di nuovo. In questo momento sto contaminando la mia chitarra blues, jazz e rock con la musica attuale, che io considero sempre pop, anche se è diventato un termine che oggi non vende, quindi devi cambiargli nome, oggi si chiama indie o trap, domani chissà».

Per concludere, a proposito delle tue lezioni di chitarra, cosa ti ha insegnato questo strumento? Qual è la lezione più importante che ti ha donato la musica in questi anni di attività?

«Mi ha insegnato l’indipendenza, in tutti i sensi. Indipendenza affettiva, perchè se sai suonare uno strumento puoi anche non aver bisogno degli amici, di gente intorno, certamente non per sempre, in più tante ragazze con cui sono stato erano gelose della chitarra, quasi tutte. Indipendenza economica, quando ero ragazzo e giravo non mi sono mai trovato troppo in difficoltà, la chitarra mi ha tirato fuori dai guai, nel giro di pochi giorni mi permetteva di trovare subito lavoro nei locali. La musica mi ha lasciato tante cose, dentro le note che suono adesso c’è tutta una vita, la mia vita».

© foto di Fabrizio Cestari

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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