Alex Wyse: “Mi sento sia narratore che protagonista delle mie storie” – INTERVISTA
A tu per tu con Alex Wyse in occasione dell’uscita del suo nuovo disco, intitolato “Dicono che tutte le cose belle poi finiscono”, fuori per Artist First dal 15 maggio 2026
Alex Wyse torna con “Dicono che tutte le cose belle poi finiscono“, il nuovo singolo disponibile da venerdì 15 maggio sia in fisico che in digitale per Artist First. Un progetto intenso e personale che racconta, con uno sguardo lucido e contemporaneo, le emozioni e le contraddizioni di una generazione sospesa tra il bisogno di autenticità e la paura di esporsi davvero.
Le tracce attraversano le diverse sfumature dell’esperienza affettiva: dagli addii consapevoli alle relazioni sospese, fino agli amori instabili e alle memorie che continuano a vivere nei gesti quotidiani. Accanto alla dimensione più introspettiva, trovano spazio anche momenti di energia e libertà, tra suggestioni retrò e tensione verso una nuova identità contemporanea.
Senza offrire risposte definitive, “Dicono che tutte le cose belle poi finiscono” restituisce un ritratto sincero del presente, tra nostalgia e ricerca, istinto e consapevolezza, confermando la capacità di Alex Wyse di dare voce a una narrazione generazionale diretta e profondamente umana. Ecco cosa ci ha incontrato alla vigilia di questa importante uscita.
Alex Wyse presenta il nuovo disco “Dicono che tutte le cose belle poi finiscono”, l’intervista
“Dicono che tutte le cose belle poi finiscono”… oltre che una grande verità è anche il titolo del tuo nuovo album. Partirei proprio da qui: che significato ha per te questo titolo?
«Beh allora, il titolo appunto è un po’… dire “dicono che” davanti va quasi a togliere un po’ la profondità di quello che vuole dire la frase. Come se rendesse tutto non per forza così assoluto. Dentro l’album racconto anche che tante cose, anche se finiscono, in qualche modo rimangono. Quindi non è vero che tutte le cose belle finiscono, però lo dicono… ed è comunque una verità, perché succede. Però tante cose sono legate al caso, al momento, alle persone, alla giornata. Quindi sì, di base si dice che le cose belle finiscono, ma non è sempre così»..
È un disco che racconta sia te che la tua generazione, e rappresenta un’evoluzione anche nel modo in cui ti sei aperto. Hai la sensazione di aver abbattuto dei muri, anche grazie alla musica?
«Penso di sì. In realtà tanta forza me l’hanno data le persone attorno a me, soprattutto durante i live. Vedere le persone cantare con me mi ha fatto capire che non serve sempre tenere tutto dentro. Forse non è più facile, ma è più giusto essere diretti. In questo processo mi hanno aiutato tantissimo anche le persone con cui ho lavorato: mi hanno fatto capire che non serve mettere troppi filtri, ma essere trasparenti. E quella trasparenza per me è diventata una forma di libertà».
A questo giro, ti sei sentito più narratore o protagonista delle storie che racconti?
«In realtà entrambe le cose. Mi sento narratore, ma anche protagonista, perché quello che racconto nasce da quello che vivo. Le due cose vanno di pari passo: il mio lato personale e quello artistico si intrecciano sempre».
“+Love” apre il disco con un sentimento sospeso tra malinconia ed energia. Hai trovato una risposta a quel bisogno di definire ciò che si prova?
«“+Love” è quel limbo tra capire cosa vuoi e lasciare andare quel pensiero. È anche il desiderio di qualcosa in più, senza sapere se arriverà. Però insegna che vale sempre la pena buttarsi: anche farsi male o trovare qualcosa di bello. Se non ti butti, non ne vale mai la pena».
“Amara” racconta un amore che continua a vivere anche dopo la fine. Che emozioni ti hanno accompagnato?
«“Amara” nasce da qualcosa che magari nemmeno è davvero iniziato, ma dentro di te sì. Ti lasci andare in un modo che forse non volevi e poi quella persona continua a tornarti in mente, nei posti, nelle immagini. È un amore un po’ sospeso, che resta anche se non c’è stato davvero».
“Tenco e Dalida” è uno dei brani più evocativi del disco. Quanto conta la dimensione cinematografica nella tua scrittura?
«Conta tantissimo. Ci sono tante immagini proprio per portare chi ascolta dentro un mondo. Il disco è ambientato un po’ negli anni ’60 e ’70, anche a livello sonoro. Sono andato a cercare quel tipo di sound perché mi affascina. È anche un modo per creare un immaginario, quasi cinematografico».
In “Vis a vis” invece c’è un senso di libertà totale. Cosa significa per te lasciarsi andare davvero?
«È disconnettersi da tutto. Non parlare, non ascoltare, non dover fare nulla. Vivere il momento senza pensieri, senza problemi, senza dover per forza conoscere qualcuno o dire qualcosa. È quella sensazione di libertà totale, dove conta solo quello che stai vivendo».
“Arrivederci più” chiude il disco. Perché hai scelto proprio questo brano per la fine?
«Perché è la chiusura perfetta del concetto dell’album. Racconta che anche quando qualcosa finisce, in realtà non finisce davvero. Magari non ci vedremo più, non ci parleremo più, ma quella persona resterà in tante cose. È il collegamento perfetto con il titolo».
È anche un brano che parla di accettazione, perciò ti chiedo: hai imparato a lasciare andare?
«Non penso di aver imparato del tutto, però cerco di vedere il lato positivo della fine delle cose. C’è tanta bellezza quando qualcosa inizia e dovrebbe esserci anche quando finisce. Perché proprio lì capisci quanto è stato importante. Questo mi fa sentire vivo».
Per concludere, guardando al percorso, in cosa senti di essere cambiato e cosa ti rende più orgoglioso oggi?
«Sicuramente sono cambiato nel modo di essere diretto. Prima giravo molto attorno alle cose, non dicevo mai davvero quello che provavo. Adesso cerco di essere più trasparente. Poi ci sono state vittorie e anche momenti in cui non arrivi dove vuoi, ma cerco sempre di vedere il lato positivo. Non sono cambiato tantissimo dentro, ma sono cresciuto nel modo di lavorare e di vedere le cose. E sono orgoglioso di questo disco, del percorso fatto e del fatto di essere qui oggi a raccontarlo».