Angelica Bove: “Le mie canzoni non sono altro che la mia storia” – INTERVISTA
A tu per tu con Angelica Bove per parlare del suo primo progetto discografico “Tana”. La nostra intervista alla giovane cantante romana, in attesa di Sanremo 2026
È disponibile dallo scorso 30 gennaio “Tana”, il primo album ufficiale di Angelica Bove, pubblicato per Atlantic Records / Warner Music Italy. Un debutto importante, che segna una tappa centrale nel percorso artistico e personale della cantautrice, proprio mentre si avvicina uno degli appuntamenti più significativi della sua carriera: Sanremo 2026, dove sarà in gara tra le Nuove Proposte con il brano “Mattone”.
Curato nella direzione artistica da Federico Nardelli, e scritto insieme a Matteo Alieno e alla stessa Angelica, “Tana” è un disco che privilegia arrangiamenti essenziali, strumenti reali e una ricerca sonora fuori dai binari più prevedibili. Un lavoro che unisce sensibilità cantautorale e suggestioni soul contemporanee, mantenendo una coerenza emotiva forte, quasi narrativa, come se ogni traccia fosse una stanza dello stesso rifugio interiore.
Con un timbro graffiante e profondo, Angelica Bove racconta esperienze intime e universali, trasformando la sua musica in un luogo di riconoscimento per chi ascolta. In attesa del suo debutto sul palco dell’Ariston, l’abbiamo incontrata per farci raccontare cosa significa davvero costruire una “tana”, come è nato questo progetto e quali emozioni sta vivendo alla vigilia del Festival.
Angelica Bove presenta il disco “Tana” in attesa di Sanremo 2026, l’intervista
“Tana” è il titolo del tuo primo album ufficiale. Prendendo in prestito il titolo di questo progetto, ti chiedo: come hai voluto arredare questa tua tana? E che significato assume per te l’idea di avere un luogo dove potersi rifugiare, riparare?
«”Tana” per me è proprio una cosa molto concreta, fisica: è casa mia. È il posto dove mi rifugio la maggior parte del tempo e dove si svolge la mia vita, quella non mondana. Io sono molto casalinga, mi piace stare tra le mie quattro mura. Ma non è solo solitudine, anzi. È anche condivisione: piuttosto che uscire, io dico sempre “venite a casa mia” oppure “vengo a casa vostra”. La casa, in generale, è un mood di vita che mi appartiene tantissimo. È un luogo dove mi sento bene».
L’intero lavoro è stato realizzato con Matteo Alieno e Federico Nardelli. Qual è stato il punto di svolta? C’è stato un momento in cui siete entrati in studio e avete capito che tutto stava funzionando bene? Una canzone particolare dove hai pensato: “abbiamo trovato la quadra”?
«Posso dire che l’imprinting è arrivato da subito. Federico Nardelli aveva un’intuizione musicale molto chiara e me l’ha confessata immediatamente. Io ho sentito che dovevo fidarmi, perché era la cosa giusta. Poi c’è Matteo Alieno, che ha una grandissima abilità nello scrivere e soprattutto nel saper tradurre i miei pensieri. Lui è anche il mio miglior amico, quindi conosce tutto di me: sa come sono, come mi muovo nel mondo. Questa combo è stata davvero micidiale, una bombetta di adrenalina e cose belle che ho percepito immediatamente. Direi proprio che abbiamo capito tutto da subito».
Da una parte c’è un respiro cantautorale per i testi, dall’altra un sound contemporaneo ma anche fuori dal tempo, perché quando si privilegiano strumenti reali il loro suono non invecchia. E poi c’è il tuo apporto vocale, legato anche all’interpretazione. Che tipo di lavoro di ricerca c’è stato in questi termini?
«Devo essere sincerissima: non c’è stato nessun tipo di lavoro tecnico.Io non faccio lezioni di canto, non le ho mai fatte. Non mi sto istruendo da quel punto di vista… e poi sono anche poco disciplinata, quindi mi alleno poco. Il mio approccio è molto spontaneo: devo cantare, prendo il microfono e canto. Per adesso è così. In futuro magari mi piacerebbe imparare anche solo a scaldarmi la voce, ecco. Però non c’è niente di studiato: il mio cantato è istintivo, come tutto il disco. Quelle parole mi sanno di quel suono… e io mi canto addosso, semplicemente».
Come sono andate le prove con l’orchestra di Sanremo?
«È stata un’emozione unica. Davvero incredibile. Quando ho sentito le prime note intonate dai violini ho pensato: “Ragazzi, per la mia micro voce… butto tutto e me ne vado, non serve che canti, avete già fatto tutto voi”. E invece poi mi toccava cantare, quindi ho preso parte a questa unione di strumenti e magia indescrivibile. Era la mia prima vera esperienza con un’orchestra sanremese, quindi è stato tutto ancora più speciale. Mi ha accompagnato il maestro Chiaravalli, che avevo già conosciuto prima, perché avevamo fatto una sorta di pre-orchestra “in famiglia”. C’era già sintonia… e con l’emozione di Sanremo diventa tutto ancora più colorato».
Per concludere, come te lo immagini e come te lo auguri questo tuo Festival di Sanremo?
«Mi auguro di essere in asse. Di stare in asse. Perché la mia canzone non è altro che la mia storia, più che una canzone. E quindi spero di riuscire a interpretarla davvero, con presenza. Quando ti senti centrata riesci anche a goderti i momenti. E alla fine la cosa più importante è proprio quella: sapersi godere tutto, perché poi è quello che ti rimane».