Benji e Fede: “Tutto è servito per arrivare a dove siamo oggi” – INTERVISTA

Benji e Fede

A tu per tu con Benji e Fede in occasione dell’uscita del nuovo album “Quando viaggi da sola”, disponibile da venerdì 18 settembre 2026 per Warner Records / Warner Music Italy

“Quando viaggi da sola” è il titolo del nuovo album di Benji e Fede, fuori per Warner Records / Warner Music Italy. Un titolo che diventa metafora di un percorso più ampio: quello di due artisti che, dopo quindici anni di carriera, hanno imparato a guardare al proprio passato senza sentirsi obbligati a tornarci dentro.

Il sesto album in studio del duo, composto da nove brani, nasce infatti dalla voglia di seguire maggiormente il proprio gusto, lasciando sullo sfondo aspettative, formule già sperimentate e quella versione di sé che un tempo sembrava impossibile da superare. Non è un disco che rinnega ciò che è stato, ma che prova a metterlo in prospettiva, cercando una nuova forma, un nuovo linguaggio e soprattutto una nuova autenticità. Più cantautorale, più intimo, attraversato da storie d’amore, fragilità, ricordi e dalla consapevolezza che crescere significa anche accettare di non essere più quelli di prima.

Il viaggio attraversa così partenze e ritorni, cambiamenti e punti fermi, ma anche il rapporto con il tempo che scorre e con le canzoni che, inevitabilmente, finiscono per diventare fotografie di un’epoca della propria vita. E se il disco racconta il presente, il palco diventa il luogo in cui quindici anni di storia devono imparare a convivere: per la prima volta in teatro, Benji e Fede si preparano a riattraversare il proprio repertorio con arrangiamenti e una sensibilità nuova.

Abbiamo parlato con loro di cambiamento e identità, del peso del passato e della libertà di non dover essere più gli stessi, delle intuizioni da cui nascono le canzoni e del tempo che corre troppo veloce. Perché, a volte, viaggiare da soli non significa allontanarsi da casa: significa capire, finalmente, quale casa ci si vuole costruire.

Benji e Fede presentano il disco “Quando viaggi da sola”, l’intervista

“Quando viaggi da sola” è il titolo del vostro nuovo album. La metafora del viaggio sembra perfetta per raccontare anche il vostro percorso: avete girato, sperimentato, cambiato tanto, ma in qualche modo siete sempre tornati a casa. Questo disco vive proprio nel contrasto tra cambiamento e identità?

«Sì, ci piace pensare che ci siano cose che cambiano, anche radicalmente, sia nella vita sia nell’arte, e altre che invece rimangono quasi esattamente così. Sono magari quelle che ti fanno notare le persone che hai accanto da quando sei piccolo, la tua famiglia, i tuoi amici. Ci sono cose che rimangono, come la genuinità. Quindi sì, c’è tanto cambiamento, ma alla fine l’energia che abbiamo quando troviamo dei momenti di empatia rimane quella. Semplicemente, oggi la viviamo in una maniera diversa».

Nel comunicato dite di aver seguito “molto di più il vostro gusto, senza pensare troppo a quello che ci si aspettava da voi”. È un percorso che avevate già iniziato con “Rewind” e che qui sembra ancora più evidente. Come avete fatto a liberarvi definitivamente dall’idea di dover essere sempre quelli di “Dove e quando”?

«“Dove e quando” non ha soltanto la scrittura della canzone, ma anche l’energia che avevamo in quel momento della nostra carriera e nel modo in cui l’abbiamo propagata. Di una canzone fa tanto anche quello. A prescindere, oggi sentiamo un’energia che ci porta verso questo tipo di musica, questo tipo di racconto. Ci troviamo sempre più allineati con quello che è il nostro temperamento e con quello che stiamo conoscendo di noi stessi e di noi insieme. “Dove e quando” era autentica in quel momento della nostra carriera. Adesso che siamo cambiati noi, sarebbe come mettersi un vestito vecchio. Non perché sia brutto o rovinato, ma perché ha una forma diversa. Oggi abbiamo un’energia diversa e ci approcciamo alla musica in maniera differente. Di conseguenza nascono canzoni autentiche a modo loro, ma in maniera diversa, forse anche più cantautorale».

Per celebrare un percorso così lungo ci sono i concerti, mentre un disco fotografa soprattutto il presente e, possibilmente, l’immediato futuro. Voi avete scelto per la prima volta la dimensione teatrale: come si costruisce una scaletta capace di attraversare quindici anni di carriera e, insieme, di parlare al pubblico di oggi?

«È una bella sfida, perché come hai detto tu ci sono canzoni che appartengono a epoche diverse. La prima canzone che abbiamo fatto risale a quindici anni fa. Se mettiamo insieme una canzone di allora con una di questo disco, ci sono quindici anni di esperienze e di vita vissuta, di interpretazioni diverse, di cambiamenti nel modo di cantare e nel modo di scrivere. Farle convivere non è facile, ma è una bella sfida perché ti costringe a non rinnegare il tuo passato, ma ad accoglierlo. Vuol dire rivisitarlo, riarrangiarlo e fare in modo che abbia un filo conduttore con le canzoni di oggi. E ci piace anche l’idea che tutto sia stato parte del processo. Tutto è servito per arrivare a dove siamo oggi».

Nei mesi scorsi avete anticipato l’album con “Zero”, “Oh, Maria!” e la title track “Quando viaggi da sola”. Ascoltando poi il disco intero, però, non sembra che abbiate sacrificato gli altri brani per costruire una semplice sequenza di singoli. Come avete scelto i primi estratti e quanto c’era di programmato nella loro successione?

«Si è trattato di una scelta abbastanza istintiva. Non è stata progettata a tavolino dal punto di vista discografico. Ci siamo sentiti di comunicare in un certo modo e di far uscire determinate canzoni perché in quel momento ci rappresentavano. Ed è stato così. Però, come hai detto tu, in questo disco ci sono tante canzoni diverse, con emotività e sfaccettature differenti. È un album che possiamo continuare a raccontare per tanto tempo, per tanti mesi. E oserei dire che ci sono alcune canzoni che spero ci porteremo avanti anche per tanti anni, che potremo guardare tra dieci o vent’anni e ricordare questo periodo della nostra vita attraverso quei brani. Secondo me sono queste le canzoni che abbiamo dentro il disco».

A questo giro ho apprezzato molto le ballate più essenziali, quasi da chitarra e voce, come “Non so se mi va” e “Hotel Miramare”. In un album che non rinuncia alla sperimentazione, sembra esserci anche il desiderio di tornare alla forza primaria di una melodia. Era una ricerca consapevole?

«Non si è trattato di un vero e proprio obiettivo. Sono tutte canzoni figlie di intuizioni e flussi di coscienza, di melodie e frasi venute fuori in determinati momenti. La cosa importante è stata avere la capacità di capire che quelle intuizioni arrivavano effettivamente da un’emotività e non lasciarle semplicemente sfumare nel vento. La maggior parte delle canzoni è nata così. Poi, rincorrendo e coltivando quelle intuizioni, sono nate le canzoni, che sono state semplicemente aiutate a compiersi nel complesso. Non è stato fatto niente di artefatto, né costruito sulla base di reference o schemi prestabiliti».

Per concludere, “Hotel Miramare” si sviluppa attraverso una sequenza di ricordi legati a una relazione, ma facilmente estendibili alla vita in generale. Come descrivereste il vostro rapporto con il tempo che passa?

«Per me il rapporto con il tempo che passa è una bella mazzata. Ci sono momenti in cui degli attimi, dei minuti possono durare in eterno e lasciarmi ricordi che mi porto dietro, e altri in cui tutto passa in un lampo. Il fatto di non riuscire ad afferrare il tempo, di non essere sempre consapevole che sta passando e di non averne il controllo, a volte mi mette in difficoltà, quasi mi impanica. Ogni volta che riascolto “Hotel Miramare” sento proprio questa cosa, è quasi come se la canzone mi parlasse e mi ricordasse che il tempo funziona così. Però, alla fine, è bello anche vedere come le cose cambiano e come, crescendo, troviamo il coraggio di dire certe cose che prima non siamo mai riusciti a dire».

Scritto da Nico Donvito
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