Bugo: “A Sanremo 2020 per far parlare la musica” – INTERVISTA

A tu per tu con il cantautore lombardo, in gara al prossimo Festival di Sanremo in coppia con Morgan

Si intitola semplicemente “Cristian Bugatti” il decimo progetto discografico di Bugo, proprio come il suo nome reale, sinonimo di una verità che accompagna da ben vent’anni il suo percorso, non ultime queste nove nuove tracce presenti in scaletta, tra cui spicca il brano “Sincero” che segna il debutto dell’artista lombardo sul palco di Sanremo, in gara alla 70esima edizione in coppia con Morgan. L’album sarà pubblicato da Mescal nella settimana del Festival, per la precisione venerdì 7 febbraio, un lavoro onesto e importante, realizzato grazie al prezioso contributo di Simone Bertolotti e Andrea Bonomo, co-autori e produttori dell’intero lavoro. A pochi giorni dall’inizio di Sanremo 2020, abbiamo incontrato per voi il cantautore per approfondire la sua visione musicale.

Ciao Cristian, benvenuto. Dieci album, il primo dopo la raccolta “Rock Bugo” che ha messo una sorta di punto e virgola nella tua carriera, potremmo definire questo lavoro una sorta di ripartenza?

«Assolutamente sì, infatti il titolo “Cristian Bugatti”, l’ho scelto proprio per questo, l’idea era nell’aria ma ha preso forma subito dopo la notizia di Sanremo, perché molti non sapranno chi sono, come in una sorta di cambio di residenza quando cambi casa, questo disco rappresenta per me una nuova carta d’identità, potevo anche intitolarlo “1,90” come la mia altezza, ma poi era troppo indie (ride, ndr). Alla fine la scelta più semplice è quella che mi ha convinto di più, poi è la prima volta, di solito si sceglie questo titolo per il proprio lavoro d’esordio, ma per molti versi lo considero il mio primo album, pur essendo in totale pace con il mio passato, perché sono sempre stato onesto con me stesso, le canzoni se sono vere ti rimangono nel cuore fin quando muori. Sono consapevole del fatto che a Sanremo molti non mi conosceranno poi, chi vorrà, avrà un passato di ben vent’anni da scoprire, un bel po’ di roba da recuperare».

Nove tracce che ti raccontano, ma raccontano soprattutto la visione che hai del mondo, quanto è cambiata (se è cambiata) nel corso del tempo?

«E’ cambiata sicuramente in modo naturale, io non ragiono mai in termini di cambiamento dal punto di vista artistico, seguo la mia vita, la mia percezione del mondo, delle relazioni e dell’amore, dai sogni ai fallimenti, di sicuro lo spirito in questi vent’anni non è mutato. Ovviamente, crescendo, ho un altro tipo di consapevolezza, mi sono sposato e ho un bimbo, molte cose intorno a me sono cambiate e non voglio fare l’eterno giovane, ho quarantasei anni e il nuovo disco racconta la mia età, in maniera fresca, perciò mi auguro che questo lavoro possa essere ascoltato anche da un ventenne, perché credo possa smuovere l’interesse di varie generazioni. Essendo un cantautore, osservo e racconto le cose attraverso la mia lente».

In questo disco traspare la tua spiritualità, anche in maniera meno diretta rispetto al passato, ma ascoltandolo attentamente si avverte. Come descriveresti il tuo rapporto con la religione… oggi?

«Sì, la spiritualità è un elemento meno ricorrente rispetto al passato, poi considera che ho scritto davvero tanto, calcola che su nove canzoni ne ho scartate quaranta, siamo stati davvero pignoli nello scegliere le più belle. Magari in futuro le inserirò, perché devi sapere che ho scritto “C’è crisi” nel 2005 e inizialmente l’avevo bocciata, è uscita tre anni dopo nel disco successivo, ci sono diversi motivi da cui dipendono le sorti di un pezzo, la realizzazione di una scaletta non è mai una cosa semplice. Detto questo, chi non conosce le mie ideologie sul tema non coglierà sicuramente nulla delle mie ideologie da questo disco, ma è un argomento che mi è sempre stato a cuore. Da circa un anno collaboro e gioco con la Nazionale Cantanti, per me è un’esperienza bellissima, un desiderio che avevo da tempo, quando mi hanno chiesto di andare con loro in Israele ero al settimo cielo, anche perché aiutare i bambini in difficoltà è la cosa più bella del mondo che mi ripaga di tutto, sono io che mi sento in dovere di ringraziare chi aiuto, io che ne traggo per primo un vantaggio. In più non ero mai stato né a Gerusalemme né a Betlemme, il fatto di poter giocare sapendo di poter fare del bene, a pochi metri dov’è nato il bambin Gesù, è stato davvero emozionante. Ringrazio la Nazionale Cantanti per tutto questo, mi sento un privilegiato ed è una cosa che non va mai scordata, questo è lo spirito che più mi piace».

Prima la Nazionale Cantanti, poi Sanremo, diciamo che ora sei ufficialmente un cantante, anche se in passato non hai mai negato di aver provato a partecipare al Festival…

«Sì, sono entrato finalmente nel giro giusto (ride, ndr), ci sono voluti vent’anni, ma ce l’ho fatta. Avevo provato in passato a partecipare a Sanremo, non l’ho mai negato perché non serve, trovo ridicolo chi lo nasconde, nella carriera di un artista ci sono sia le vittorie che i fallimenti, è normale oltre che umano. Certo, all’inizio ci rimani male, ma dentro di me è sempre scattato qualcosa di positivo, tipo “c***o, l’anno prossimo ci riesco!”. Per un paio di volte ci sono andato anche vicino, ma non mi sono mai abbattuto, ci sta».

Quali sono secondo te gli elementi e i pianeti che, a questo giro, si sono allineati?

«In primo luogo la canzone, è stato uno dei primi pezzi che sono stati presentati alla commissione, per via diretta ho saputo che era piaciuta sin da subito. Quindi, il primo pianeta che si è allineato è il pezzo, frutto di un grande lavoro di squadra fatto insieme ai produttori, ai musicisti, al mio management e alla mia etichetta, compreso Morgan che ha naturalmente dato la spinta giusta all’intero progetto. Da circa un annetto ho cambiato il mio team, questa si è rivelata una mossa vincente perché ho la fortuna di aver trovato le persone giuste nel momento giusto. Infine il merito và sicuramente dato anche ad Amadeus, che ha scommesso anche su di me e non è affatto scontata questa roba, una scelta coraggiosa, Bugo chi è? Lui mi conosceva ma non come Morgan, naturalmente».

Certo, poi bisogna anche sottolineare la correttezza di Amadeus che ha scelto il pezzo nonostante alcune dichiarazioni di Morgan non proprio lusinghiere…

«Appunto! Di questo và dato doppiamente merito ad Amadeus, questo è il mondo della musica che sogno io. Se dico che un collega è un carciofo finisce lì, non bisogna farne a tutti i costi un caso politico, invece in Italia c’è troppa gente che le cose se le lega al dito. In questo senso, io e Morgan siamo simili, lui spesso la spara grossa molto più di me, ma per entrambi la cosa non prosegue, invece molte persone la vivono come un affronto personale, se la segnano tipo i mafiosi, eppure Amadeus è siciliano, vedi i luoghi comuni? Minchia (sorride, ndr), non è mica uno scherzo ‘sta roba, in più Marco aveva già fatto delle dichiarazioni in passato, era stato escluso ed io non sono di certo così famoso, sceglierci non era affatto scontato e, non so se l’avete notato, lui ha voluto presentarci per primi a “I soliti ignoti”, annunciare il nostro nome in apertura, quella roba lì dimostra per filo e per segno la correttezza di Amadeus, che ha scelto le canzoni e non ha tenuto conto di tutto il resto. Alla gente bisogna dare verità, io e Morgan siamo persone vere, nel bene e nel male, con i nostri pregi e i nostri difetti».

Nel disco sono presenti due featuring, partiamo dal primo con Morgan: quale valore aggiunto ha dato al pezzo?

«Hanno aggiunto tantissimo, ho pensato a Morgan subito dopo aver composto la struttura delle strofe, io non avrei mai potuto farle come lui, al di là dell’amicizia che è importante e rende vero questo progetto, non come quelle robe fatte a tavolino e che puntualmente non funzionano perché il messaggio è falso in partenza, ma la gente se ne accorge, non è mica stupida. Sai, noi artisti siamo comunque responsabili di quello che cantiamo e di come ci poniamo, perché poi ci si lamenta di come và il mondo, ma non si fa nulla per cambiarlo. La verità è la verità, Morgan è una persona vera e seria, un artista con la A maiuscola, per cui non rompetegli i c******i con questa storia della casa, sono affari suoi, un cantautore và valutato sul lato artistico e non personale, perché il contributo che ha dato e che darà alla musica è davvero enorme».

Il secondo feat. vede la partecipazione di Ermal Meta, qual è stato invece il suo personale contributo?

«Rispetto a Morgan non ci conoscevamo, non eravamo amici. Nonostante questo Ermal è entrato alla perfezione nel pezzo, anche in questo caso ho pensato subito a lui perché avevo tra le mani questo brano maledettamente nostalgico, un elemento a tratti inedito per il mio percorso, quindi avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse nell’intento di spaccare il cuore, perché in due il messaggio è ancora più potente. Devo confidarti che questa unione mi ha molto sorpreso, oltre che onorato sempre per il solito discorso, perché io non sono poi così famoso, anche in questo caso non era scontato che lui accettasse di interpretare un pezzo non suo, in più con un collega meno conosciuto, perché lui sa benissimo che trarrò dei vantaggi dalla sua popolarità, di questo gli sarò eternamente grato, perchè la collaborazione assume un valore autentico».

Un ruolo fondamentale in questo progetto lo hanno giocato sicuramente Andrea Bonomo e Simone Bertolotti, come ti sei trovato a lavorare con loro?

«In primis mi è venuto in mente di coinvolgere e chiamare Simone, lui è stato il primo tassello di questo percorso. Dopo alcuni mesi in cui abbiamo lavorato assieme, mi ha presentato Andrea che era un mio grande fan, insieme abbiamo formato un tridente da Serie A alla Dybala-Higuain-Ronaldo, non so se si è capito… ma sono juventino (ride, ndr). In passato avevo già sperimentato la scrittura insieme ad altri, se c’è sintonia è anche indolore, ma in questo caso la squadra è stata determinante per la resa finale, per dare valore e forza ad ogni singola idea».

Tra le definizioni che si leggono in giro per descriverti, c’è quella di padre fondatore di un nuovo cantautorato, diciamo pure il “genitore 1” dell’indie. Ti riconosci in questa affermazione e, soprattutto, riscontri nelle nuove leve una sorta di affezione/reverenza? Qualcuno ti ha mai manifestato la stessa riconoscenza che riconosci anche tu, per quanto ti riguarda, nei confronti di Vasco?

«In primo luogo, più che padre mi sento uno zio dell’indie, perché non è che sono così vecchio (ride, ndr). Quando ho iniziato non pensavo a qualcosa di preciso o di nuovo, cercavo di seguire semplicemente me stesso, il mio istinto e la mia irriverenza. Sicuramente c’è voluto un po’ di tempo, ma credo di aver seminato qualcosa, successivamente Dente, Brunori, Paradiso e Calcutta hanno in qualche modo seguito la scia, raccogliendo anche molto più di me. Sulla riconoscenza non saprei dirti, dovresti chiedere a loro, nel senso che in Italia questo tipo di ammissione non la fà quasi nessuno, uno dei pochi è stato Dente, ma anche Tommaso Paradiso che in un’intervista di qualche anno fa disse di ascoltare in pratica solo me. Ma sai, non è che sto più di tanto dietro a queste cose, è una cosa loro, io mi sento pulito, magari dopo Sanremo avrò qualche amico e qualche ammiratore in più (sorride, ndr), io questo me lo auguro, anzi sono quasi certo che accadrà, ci saranno persone sincere e anche tanti ruffiani ma, ripeto, il problema è loro non mio».

Per concludere, al di là di come andrà Sanremo, cosa vorresti riuscire a comunicare al pubblico che già ti conosce e a chi ti conoscerà sul palco dell’Ariston?

«A chi mi conosce che Bugo è sempre stato una sorpresa e lo sarà sempre, a chi mi critica che probabilmente non ha capito niente di me, perché ci sarà di sicuro qualcuno che si sentirà spiazzato, perché vengo da una raccolta come “Rock Bugo”, mentre questo lavoro è puramente pop, ma l’imprevedibilità è una delle mie caratteristiche. Alle persone che non mi conoscono, non so, vorrei riuscire a sorprenderle, magari qualcuno si chiederà: “ma dove c***o sono stato, in questi ultimi vent’anni? Com’è che non lo conoscevo?” (ride, ndr), a parte gli scherzi, mi auguro di colpire e sorprendere più persone possibili».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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