Caparezza: Prisoner 709 album introverso in cui metto al centro me stesso

Caparezza: “Prisoner 709 album introverso in cui metto al centro me stesso”

L’artista pugliese racconta l’evoluzione del suo settimo progetto discografico, in uscita il 15 settembre.

A tre anni di distanza da “Museica”, certificato disco di platino e vincitore del Premio Tenco come miglior album del 2014, Caparezza (al secolo Michele Salvemini), torna con la sua settima fatica discografica, intitolata “Prisoner 709”, registrato tra Molfetta e Los Angeles. La cura per le parole e la sua inconfondibile voce nasale rappresentano, da sempre, la cifra stilistica del rapper-cantautore pugliese, un uso del linguaggio che viene espresso all’ennesima potenza in questo ‘concept album’, suddiviso in sedici tracce che corrispondono ognuna ad un capitolo. Il tema centrale è la prigionia, intesa in senso esistenziale, che rappresenta per l’artista un percorso auto-analisi: «Il titolo sta per ‘Prigioniero 709’, dove questi due numeri corrispondono ai due poli ricorrenti per tutto il disco. Mi sono divertito a trovare parole con sette e nove lettere come, ad esempio, Michele e Caparezza. Volevo mettermi alla prova e dare un senso a questo settimo album, che rispettasse il mio punto di vista, quando scrivo l’unico interlocutore sono io, il pubblico viene dopo. Solo così riesco ad essere onesto sia con chi mi segue che con me stesso». 

«Questo è il mio settimo album, ma potrebbe essere anche il nono se consideriamo i miei primi due demo fuori catalogo –  ha spiegato nel corso della conferenza stampa – dopo tutti questi anni di musica mi sono sentito un po’ intrappolato, ho voluto raccontare questo stato d’animo in maniera diversa. Per la prima volta ho messo un po’ da parte il mio lato ironico e giocoso per fare spazio alla riflessione, mettendo al centro della discussione me stesso. Non ho voluto realizzare ‘pezzi alla Caparezza’, ma ho cercato di fare qualcosa di diverso, che mi potesse rappresentare al meglio. Non appartengo alla scuola di chi crede che la musica debba essere fatta per piacere al pubblico, altrimenti si rischia di ottenere come risultato un disco piacione».

Prisoner 709 | Tracklist

  1. Prosopagnosia (capitolo: il reato) feat: John De Leo
  2. Prisoner 709 (capitolo: la pena)
  3. La caduta di Atlantide (capitolo: il peso)
  4. Forever Jung (capitolo: lo psicologo) festa DMC
  5. Confusianesimo (capitolo: il conforto)
  6. Il testo che avrei voluto scrivere (capitolo: la lettera)
  7. Una chiave (capitolo: il colloquio)
  8. Ti fa stare bene (capitolo: l’ora d’aria)
  9. Migliora la tua memoria con un click (capitolo: il flashback) feat. Max Gazzè
  10. Larsen (capitolo: la tortura)
  11. Sogno di potere (capitolo: la rivolta)
  12. L’uomo che premette (capitolo: la guardia)
  13. Minimoog (capitolo: l’infermeria) feat. John De Leo
  14. L’infinito (capitolo: la finestra)
  15. Autoipnotica (capitolo: l’evasione)
  16. Prosopagno sia! (capitolo: la latitanza)

Un progetto ispirato dall’esperimento carcerario di Stanford, condotto nel ’71 da un team di ricercatori diretto dal professor Philip Zimbardo, che mise in pratica la teoria della deindividuazione, contrapponendo il ruolo di guardie e di prigionieri ad alcuni studenti della celebre università statunitense. La sperimentazione fu interrotta dopo soli sei giorni, in seguito ad episodi di violenza dovuti a una forte alterazione della realtà, la prigionia finta era diventata per molti di loro reale.

In concomitanza con l’uscita dell’album è stato lanciato il nuovo singolo “Ti fa stare bene”, in cui la fase dell’autocommiserazione lascia spazio alla speranza, attraverso le voci di un coro di bambini che suggeriscono al protagonista la formula per ritrovare la propria libertà, soffiando nelle bolle con le guance piene e disegnando smorfie sulle facce serie, ritrovando quella spensieratezza perduta in età adulta.

«Una scelta consapevole, scritta nel culmine delle mie angosce, ma volevo rassicurare tutti: non sono depresso, ma sereno. Ho solo affrontato un po’ dei miei fantasmi e li ho fatti fuori. In quel momento ho pensato come solo i bambini, attraverso la loro innocenza, siano in grado di rassicurarci nei momenti di difficoltà, attraverso l’inconsapevolezza che, in questo caso, rappresenta la vera evasione. Questo pensiero mi ha fatto riflettere, perché quando siamo piccoli siamo sempre felici, ci basta davvero poco per sorridere».

Ad ispirare il tema della prigionia è stato anche il suo stato di salute, Caparezza soffre di una patologia dell’orecchio di cui non si parla mai abbastanza, chiamata acufene: «La musica riesco ad amarla e odiarla contemporaneamente, ho scoperto di non nutrire su di essa una venerazione e di provare sentimenti contrastanti. E’ una forma d’arte che certamente mi ha dato tanto, ma mi ha anche tolto parecchio, come in tutti i rapporti interpersonali più importanti ci sono sia cose positive che negative. Io ho un deficit uditivo, ho perso delle frequenze e non sento come tutti gli altri. Negli anni, il fischio che avvertivo è diventato man mano sempre più insopportabile. Un disturbo, attualmente senza cura, causato probabilmente dall’abuso dei volumi. Inizialmente mi sono chiesto come mai proprio a me, che ho concentrato tutta quanta la mia vita sull’ascolto e sulla musica. Questo mi ha portato ad allontanarmi per qualche tempo dall’idea di proseguire la mia carriera poi, inevitabilmente, sono tornato a scrivere, un’esigenza più forte di qualsiasi disturbo».

«Ho cercato di autoanalizzarmi attraverso la musica – conclude l’artista – trasformando momenti negativi in un qualcosa di positivo. Questo non è un disco sulla psicologia, ci tengo a chiarirlo, non è la mia materia e ci sono fior di professionisti che ne parlando con criterio, ma ho cercato di entrare nel profondo dell’argomento e della mia persona. Il rap, più dell’hip hop che rappresenta più un movimento culturale, è un genere musicale giovane, per sua natura molto attaccato al presente, radicato all’attualità sia nei temi che nelle sonorità, quindi si evolve e non rimane sempre lo stesso. Mi ha sempre appassionato per via della mia voglia di raccontarmi, di tirar fuori i pensieri in maniera cruda e in questo progetto ho riscoperto un po’ questo aspetto, che avevo accantonato nei lavori precedenti. L’album deve essere come una fotografia, prendendolo in mano tra qualche anno vorrei che mi facesse ricordare quello che sono oggi o che ero in un determinato periodo. Un disco non deve piacere, deve esistere».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Nico Donvito

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