Carolina Bubbico: “Vocàlia? Un mondo musicale organico e coerente” – INTERVISTA
A tu per tu con Carolina Bubbico per parlare del l’album “Vocàlia”, disponibile da venerdì 10 aprile 2026 per GroundUp Music, etichetta statunitense fondata da Michael League
È uscito lo scorso 10 aprile “Vocàlia” il quarto album di Carolina Bubbico, un lavoro ambizioso, complesso sua nella realizzazione ma dall’ascolto fluido e coinvolgente; un’orchestra esclusivamente vocale multilingue, femminile, corale, ancestrale, accogliente e inclusiva. Nove tracce nelle quali la voce è melodia e armonia, ritmo, messaggio.
Carolina Bubbico (qui la nostra pretendete intervista) è cantante, polistrumentista, arrangiatrice e direttrice d’orchestra. Attiva in Italia e all’estero, si è esibita in importanti festival, club e teatri, tra cui i Blue Note di Tokyo e Pechino. Ha curato gli arrangiamenti e diretto l’orchestra per tre edizioni del Festival di Sanremo, collaborando con Ditonellapiaga nel 2026, Elodie nel 2023, Serena Brancale e Il Volo nel 2015 (questi ultimi vincitori di quell’edizione).
Ha pubblicato gli album “Controvento”, “Una donna” e “Il dono dell’ubiquità”, oltre a numerosi singoli e collaborazioni. In ambito orchestrale ha diretto la Earth Wind & Fire Experience al Sicilia Jazz Festival e ha ideato il progetto sinfonico Pangea, presentato con importanti orchestre italiane. Collabora come trascrittrice per Hal Leonard ed è docente di Canto Pop al Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce.
In ”Vocàlia”, l’artista salentina canta in molte lingue: italiano, inglese, spagnolo, portoghese, grazie anche alla collaborazione con autori di grande spessore: Becca Stevens, artista candidata due volte ai Grammy Awards, Greta Panettieri, Giuseppe Anastasi, Simona Severini, Lauryyn, Antonio Villeroye Cristiana Verardo. I testi raccontano storie di rinascite, di sofferenze superate, di primavere in arrivo, di fiducia e speranza, di semplicità e di amore per la vita.
Carolina Bubbico racconta il disco “Vocàlia”, l’intervista
“Vocàlia” è un progetto molto particolare, costruito interamente sulla voce. Come nasce l’idea di questo lavoro?
«“Vocàlia” nasce dall’esigenza di tracciare una linea capace di canalizzare in modo deciso e consapevole la mia creatività. Avevo scritto diverse bozze compositive che, nel momento in cui ho scelto la strada dell’orchestra di voci – intesa in senso orchestrale, corale e collettivo – hanno trovato una direzione chiara. Ho quindi definito un percorso in cui la voce diventa unico strumento, sia melodico che armonico, capace di costruire l’intera architettura sonora. In questo modo, tutte le bozze si sono trasformate in brani strutturati e compiuti, attraversati da un unico denominatore: la voce come strumento cangiante, in grado di trasformarsi attraverso espedienti tecnici, espressivi e dinamici, fino a diventare di volta in volta strumenti diversi. Da qui nasce “Vocàlia” un mondo musicale organico e coerente».
Nel disco canti in più lingue e collabori con musicisti internazionali. Quanto è importante per te l’incontro e il confronto con altre culture?
«Da tempo l’interculturalità è diventata centrale nel mio percorso. Avvicinandomi alla World Music e alle tradizioni musicali di diversi Paesi, ho scoperto sonorità che mi emozionano profondamente. I suoni caratteristici di culture diverse mi affascinano perché definiscono identità precise e aprono nuovi orizzonti espressivi. Mi sono così aperta a un ascolto più ampio, fatto di incontri e contaminazioni, proprio come la musica si è evoluta nel tempo. Ho sempre visto la musica come un linguaggio universale, una sorta di “Pangea” da cui tutto nasce. Per questo scelgo di cantare in più lingue e di attingere a tradizioni diverse: è un modo per esprimere apertura, curiosità e desiderio di confronto. Questo disco è quello in cui ho sperimentato di più, soprattutto dal punto di vista linguistico e sonoro».
Come suggerito dal titolo, in queste nove tracce la voce è protagonista assoluta e diventa melodia, armonia, ritmo e messaggio. Ma se dovessi chiederti che significato assumer per te la parola “voce”, che definizione gli daresti?
«La voce, per me, è sinonimo di verità e autenticità. È l’unico strumento che abita il nostro corpo e che riesce a trasmettere immediatamente ciò che proviamo nel momento in cui emettiamo un suono. È espressione diretta del nostro sentire, sempre. Proprio per questo la considero il mezzo più potente di comunicazione e rivelazione del mondo interiore: qualcosa di estremamente prezioso».
Tra i brani spicca “Everlove”, che racconta il legame tra madre e figlia. Quanto la maternità ha influenzato la scrittura e la visione di questo album?
«La maternità ha influenzato profondamente questo lavoro, rendendolo più focalizzato. Essere madre comporta una nuova consapevolezza e responsabilità, che si riflettono in una maggiore determinazione. Cambia la gestione del tempo, cambiano gli equilibri, e anche il mio modo di essere artista si è trasformato: mi ha posto nuove domande e ha rafforzato le risposte. È un disco in cui mi riconosco più determinata e centrata rispetto al passato. Per “Everlove” Becca Stevens, artista che amo da tempo e madre anch’essa, mi ha regalato un testo meraviglioso».
Brani come “Dolore” e “Blossom” raccontano percorsi di trasformazione. Quali skill pensi di aver acquisito durante questo disco che scava in profondità nel tuo vissuto?
«Questo disco, come tutti, è la fotografia di un momento. Mi rappresenta in un percorso di ricerca verso una maggiore consapevolezza e una dimensione più profonda dell’essere. È un cammino che riguarda tutti: il desiderio di diventare persone migliori, più essenziali. Il lavoro nasce da questa tensione e porta con sé questo messaggio. È stato, per me, un dono importante. “Dolore”, “Blossom”, così come “Uma Rosa” e “Um Bordado”, sono brani che raccontano nella loro personale chiave un passaggio, una fioritura, e la nascita di una primavera a cui tendere, con nuove forze.
Sia “Dolore”, scritto da me, che gli altri due, i cui testi sono rispettivamente da Greta Panettieri e Antonio Villeoy, li sento profondamente miei. Non ho dato indicazioni precise: hanno seguito in modo naturale la mia intenzione, intercettandone lo spirito. Voglio citare però anche tutti gli altri straordinari autori e autrici che hanno partecipato alla stesura dell’album e che hanno condiviso il senso profondo di questo viaggio: Lauryyn, Giuseppe Anastasi, Cristiana Verardo, Simona Severini. E ovviamente mio fratello Filippo, produttore instancabile».
Sei reduce da Sanremo 2026, dove hai diretto Ditonellapiaga, in gara con “Che fastidio!”. Rispetto alle precedenti incursioni festivaliere, che esperienza è stata quella che si è appena conclusa?
«L’esperienza di quest’anno a Sanremo è stata quella in cui ho percepito maggiormente il valore del lavoro di squadra. C’è stata una forte valorizzazione delle professionalità e delle creatività coinvolte, tutte orientate alla realizzazione di un progetto artistico condiviso. Questo mi ha dato grande soddisfazione, non solo per il risultato, ma per l’esperienza stessa».
Non posso non menzionare anche lo splendido lavoro fatto su “The Lady is a Trump”, vincitrice della serata cover. Insieme a Margherita e Tony c’era l’orchestra da diretta che è stata grande protagonista. Di chi è stata l’idea?
«”The Lady is a Tramp” ha rappresentato per me un momento altissimo. L’idea di rendere protagonista l’orchestra, lasciandomi al tempo stesso libertà di scrittura, è stata di Margherita e Tony. Hanno voluto creare uno spazio in cui l’orchestra potesse “cantare”, diventando parte attiva del racconto musicale. Questo mi ha permesso di esprimermi in modo ancora più creativo e credo sia stato uno degli elementi determinanti per il successo».
Per concludere, tornando al disco, quali elementi e quali caratteristiche ti rendono orgogliosa del risultato finale e di un progetto come “Vocàlia”?
«La più grande soddisfazione di questo disco è aver individuato un punto centrale del mio percorso: scrivere per sole voci. Trasformare uno strumento solitamente monofonico in un organismo collettivo e polifonico, grazie alla creatività e alla collaborazione, rappresenta per me un traguardo importante. Aver costruito un linguaggio musicale organico utilizzando quasi esclusivamente la voce – sostenuta dalle percussioni – è stato un passaggio fondamentale. Ho definito delle linee guida personali e sviluppato un vocabolario tecnico ed espressivo per rendere la voce versatile, cangiante e al servizio della narrazione musicale. Questa consapevolezza è, oggi, la mia più grande conquista».