Century Radio: il rapporto tra radio e malavita organizzata, da strumento del potere a voce dell’antimafia

Century Radio

Un secolo di voci, musica e storie che hanno fatto grande la radio, tra passato e attualità, davanti e dietro il microfono. A cura di Pio Russo

Benvenuti a Century Radio, la rubrica dedicata ai cento anni della radio. In questo spazio esploreremo l’affascinante mondo della radiofonia, non solo attraverso ciò che ascoltiamo, ma anche svelando cosa accade quando i microfoni si spengono. Oggi parliamo del rapporta tra radio e malavita organizzata.

Pio Russo racconta l’evoluzione e l’involuzione di un mezzo che ha segnato intere generazioni, portando musica, voci e storie nelle case di tutto il mondo. Dal fascino delle prime trasmissioni fino all’era del digitale, in un viaggio tra passato, presente e futuro della radiofonia.

Il rapporto tra radio e malavita organizzata, da strumento del potere a voce dell’antimafia

La radio, per la sua immediatezza e capillarità, ha sempre avuto un rapporto doppio con la criminalità organizzata. Da una parte è stata usata come mezzo operativo, dall’altra è diventata una delle armi più efficaci per smascherarla.

Per cinquant’anni la radio in Italia significa EIAR, poi Rai. È monopolio dello Stato. In questo periodo il rapporto con la malavita è fatto soprattutto di assenza..Durante il fascismo, la radio è voce del regime. La mafia viene “ufficialmente” sconfitta da Mori, quindi non esiste nel racconto radiofonico. Le famiglie storiche di Cosa Nostra si riorganizzano in silenzio, mentre l’etere trasmette solo la versione dello Stato.Nel dopoguerra e boom economico, la Rai affronta la questione con estrema prudenza. Fino alla strage di Ciaculli del 1963, la parola “mafia” è quasi tabù nei radiogiornali. La criminalità organizzata cresce nei traffici di sigarette, appalti e cemento, ma la radio pubblica la tratta come cronaca nera locale, non come sistema di potere. È il periodo dell’omertà anche mediatica: la radio non è complice, ma non è ancora antagonista.

La svolta arriva con la sentenza 202/1976 della Corte Costituzionale: cade il monopolio Rai sull’etere locale. Nascono in pochi mesi migliaia di “radio libere”. È una rivoluzione che cambia tutto, anche per le mafie. Il nuovo spazio da controllare: I clan capiscono subito le potenzialità. In Sicilia, Calabria e Campania alcune piccole emittenti vengono finanziate o rilevate da prestanome. Servono per mandare messaggi in codice agli affiliati, per controllare l’informazione di paese, per costruirsi consenso sociale trasmettendo dediche e liscio durante le feste comandate. Il nuovo spazio per ribellarsi: nello stesso momento, l’etere libero diventa l’unica trincea possibile per chi vuole denunciare. Il caso-simbolo è Radio Aut a Cinisi.

Dal 1977 Peppino Impastato usa il microfono per demolire il mito del boss Gaetano Badalamenti, che chiama “Tano Seduto”. Fa satira, fa i nomi, racconta gli affari. È la prima volta che la mafia viene sbeffeggiata pubblicamente, ogni giorno, a casa sua. Per questo il 9 maggio 1978 Peppino viene ucciso. La sua morte dimostra una cosa: la radio faceva più paura di un articolo di giornale, perché arrivava a tutti, analfabeti compresi. Gli apparati radio: sul piano operativo, questi sono gli anni d’oro delle ricetrasmittenti. Prima dei cellulari, i “baracchini” sui 27 MHz e gli apparati VHF sono il sistema nervoso di Cosa Nostra, Camorra e ’Ndrangheta per gestire latitanti, sequestri e traffico di droga.

Dopo l’omicidio del Generale Dalla Chiesa e la legge Rognoni-La Torre, lo Stato riconosce la mafia come organizzazione. Anche la radio cambia ruolo. Negli anni delle stragi, Radio Rai diventa centrale. Le dirette da Palermo durante gli attentati del ’92, le voci di Borsellino, le intercettazioni trasmesse nei radiogiornali: per la prima volta la nazione ascolta in diretta la guerra di mafia. Programmi come “Zapping” e “Radio Anch’io” portano i magistrati del pool antimafia nei salotti degli italiani. Negli anni 2000, parte la riconquista dell’etere. La legge 109/1996 sui beni confiscati cambia di nuovo tutto. Decine di radio antimafia nascono proprio dentro case e terreni sequestrati ai boss.

Radio Siani a Ercolano, sui beni del clan Birra, Radio Ciroma a Cosenza, Rete 100 Passi che raccoglie l’eredità di Impastato. La radio diventa strumento restituito alla comunità. Trasmettono processi, fanno nomi, educano nelle scuole. Oggi, il campo di battaglia si è spostato sull’audio digitale. Da una parte i clan usano note vocali su Telegram e web radio neomelodiche per la propaganda spicciola. Dall’altra, il podcast è il nuovo Radio Aut: serie come “La Piena” di Radio3 o i lavori di Chora e RaiPlay Sound scavano negli atti processuali e raggiungono un pubblico giovane che non legge i giornali.  Le intercettazioni, nate come strumento d’indagine, diventano racconto pubblico e memoria storica. 

In sintesi: la storia è circolare. Per decenni la radio è stata muta perché controllata dallo Stato. Poi è diventata libera, e le mafie hanno provato a occuparla fisicamente o a zittirla con le bombe. Quando non ci sono riuscite, l’etere è diventato il primo spazio davvero democratico in cui nominare la mafia ha significato iniziare a sconfiggerla.

Scritto da Pio Russo
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