Century Radio, intervista a Marta Cagnola: “La radio è una scatola”

Century Radio

Un secolo di voci, musica e storie che hanno fatto grande la radio, tra passato e attualità, davanti e dietro il microfono. A cura di Pio Russo

Benvenuti a “Century Radio“, la rubrica dedicata ai cento anni della radio. In questo spazio esploreremo l’affascinante mondo della radiofonia, non solo attraverso ciò che ascoltiamo, ma anche svelando cosa accade quando i microfoni si spengono. Tema del giorno: l’intervista a Marta Cagnola.

Pio Russo racconta l’evoluzione e l’involuzione di un mezzo che ha segnato intere generazioni, portando musica, voci e storie nelle case di tutto il mondo. Dal fascino delle prime trasmissioni fino all’era del digitale, in un viaggio tra passato, presente e futuro della radiofonia.

Intervista a Marta Cagnola: “La radio è una scatola”

Giornalista, voce storica di Radio24 e appassionata osservatrice dei cambiamenti culturali e tecnologici nel mondo dello spettacolo. Da anni Marta Cagnola racconta la musica, il cinema, la televisione e i grandi eventi mediatici con un piglio unico, capace di unire competenza tecnica, freschezza e una profonda sensibilità per le storie umane.

Conduttrice e curatrice di programmi e approfondimenti di successo (non ultimo lo speciale “La musica vicino al mare” dedicato alla scuola genovese), è un punto di riferimento per chi vuole capire dove vanno l’informazione e l’intrattenimento oggi. Diamo il benvenuto a Marta Cagnola.

Ciao Marta e benvenuta sulle “frequenze” di Century Radio 

«Grazie! Chissà se ho qualcosa di interessante da raccontare!».

Qual è il primo ricordo assoluto del tuo debutto ai microfoni di Radio 24?

«Devo farti una premessa che solitamente delude gli appassionati di radio. Io non sono e non mi considero una “radiofonica”. Non ho il mito del microfono, della voce, della diretta: mi considero solo una giornalista che – per una coincidenza – lavora prevalentemente con il mezzo radiofonico. L’unico debutto che io ricordi è quello di quando avevo 3-4 anni e uno dei più cari amici di mio padre mi metteva davanti al microfono alla radio locale del mio paese in Brianza. Raccontavo a tutti dei miei giocattoli. Interessantissimo argomento per un vasto pubblico…

Per quanto riguarda Radio24, il primo ricordo è quello dell’esordio in redazione. Un capo (col quale ancora lavoro ed è uno dei miei capi preferiti) mi chiese di scrivere una breve per un giornale radio su una serie di gravi incendi in Carelia. Lo guardai “come la mucca che vede passare il treno”: non avevo idea di cosa stesse dicendo. “Non sai dov’è la Carelia?” mi chiese tra lo stupito e l’indignato. Pensai: qui finisco male. 

(La Carelia sta tra la Russia e la Finlandia, ora lo so)».

Come si è evoluto il tuo stile di conduzione dai primi anni a oggi?

«Sono convinta che la conduzione maturi con le esperienze e soprattutto con il nostro bagaglio di conoscenze e di letture, ma anche con quello che ci succede nella vita. Ho imparato a essere più leggera e a preoccuparmi meno di tutto. In studio e fuori dalla radio».

C’è un consiglio professionale ricevuto agli inizi che custodisci ancora?

«Ricordo il mio primo festival del cinema: Taormina, 2003, con Giancarlo Santalmassi. Eravamo radio ufficiale e trasmettevamo le due ore di diretta di Hellzapoppin’ dalla meravigliosa terrazza dell’hotel Timeo, lui in conduzione e io collegata a “disturbare” le star durante l’aperitivo. C’erano personaggi come Ben Gazzara, Joel Schumacher, Robert Duvall da intervistare al volo e in inglese. Ridendo, Giancarlo mi fece bere un cocktail prima della diretta. Era il suo modo di dirmi che dovevo essere più incosciente e meno timorosa». 

Quale ritieni sia stata la svolta decisiva nel tuo percorso radiofonico?

«Non credo di aver avuto svolte decisive! Semplicemente ho la fortuna di realizzare progetti con grande libertà e ogni volta che riesco a portarne a termine uno ne sono molto felice. In radio o nelle mie avventure collaterali».

Come si bilancia l’immediatezza della radio con l’approfondimento culturale?

«La radio è entrambe le cose: è immediata – se la si fa fare – e consente momenti di approfondimento. In ogni settore. A me toccano le dirette nei giornali radio o nelle trasmissioni di attualità (e in quel caso bisogna essere “sul pezzo”, ma anche avere un minimo di retroterra per saper inquadrare i fatti), mentre nei contenitori che curo ho il tempo – solitamente – di preparare i contenuti con maggior calma. A meno che non arrivi la cronaca anche in quei momenti, allora, anche l’approfondimento deve farsi da parte».

Qual è la sfida più grande nel raccontare lo spettacolo in una radio prevalentemente “all-news”?

«Non è una sfida, è una fortuna. La fortuna di avere a disposizione più tempo, di non avere i minuti (o i secondi) contati come in altre radio, nelle quali, appunto, da “non radiofonica”, non saprei cavarmela. Per quanto riguarda, invece, il rapporto con gli altri settori, noi giornalisti di spettacolo sappiamo bene di essere in fondo all’agenda informativa, dopo la cronaca, gli esteri, la politica, persino lo sport (intoccabile!) e dobbiamo saper imporre con grazia i nostri contenuti. Non di sole brutte notizie (e di pallone) vive l’uomo».

Come scegli le storie e i personaggi da portare in trasmissione ogni giorno?

«Due criteri: storie e personaggi del momento, quelli di cui parlano tutti, e delle quali non puoi fare a meno senza pensare di aver “bucato” la notizia. Storie e personaggi che piacciono a me e che sono convinta possano incuriosire anche il pubblico. Credo di conoscere un po’ gli ascoltatori di Radio24 e so in che territorio possiamo trovarci d’accordo».

Ci racconti un imprevisto in diretta che sei riuscita a gestire all’ultimo secondo?

«Ce ne sono sempre! Se sono tecnici, puoi fare poco se non andare avanti a parlare, anche per parecchi minuti, finché il problema non si risolve. Non faccio mistero di nulla e racconto quello che succede “dietro le quinte”. Se sono più “redazionali”, l’ospite in ritardo, la notizia dell’ultimo momento, non puoi affrontare l’imprevisto da sola perché dentro lo studio non puoi agire un granché – e noi non abbiamo la canzone da mandare per prendere tempo. In quel momento, tocca comunicare con i redattori (come dicono quelli che sono bravi a fare la radio) “dall’altra parte del vetro”: abbiamo tutti un linguaggio gestuale abbastanza comprensibile e ci scriviamo via whatsapp per cercare le soluzioni, ovviamente mentre il conduttore continua a parlare, parlare…».

«Qual è l’intervista che ti ha lasciata più sorpresa dal punto di vista umano?

«Ogni anno conto le interviste realizzate, che non sono mai meno di 300-350. Non è facile risponderti. Posso dirti quali sono state le ultime, appena un mese fa, prima delle vacanze: per lo speciale che ho realizzato quest’estate (La musica vicino al mare, sei puntate dedicate ai cantautori genovesi) sono stata a Ricaldone, il paese in cui è cresciuto Luigi Tenco, e ho incontrato le sue amiche d’infanzia, due signore novantenni che mi hanno davvero fatto emozionare».

Quale consiglio daresti a un giovane che vuole iniziare una carriera nella radio oggi?

«Intanto il consiglio che darei a qualsiasi giovane che volesse iniziare una qualsiasi carriera: non ascoltare chi ti demoralizza, chi ti dice che è impossibile, chi ti dice che bisogna essere raccomandati. Lo dissero anche a me. E poi che devi essere il più bravo: studiare più di tutti, proporre più di tutti, essere il più creativo, il più preciso, il più affidabile, il più flessibile. Scegliere bene gli studi: ci sono mille corsi, mille master (sia per la radio, sia per il giornalismo) e le trappole sono dappertutto. Affinare più di una competenza: il settore, certo, ma anche le competenze tecniche e tecnologiche». 

Attualmente ti stai preparando per la Mostra internazionale del Cinema di Venezia, e sei reduce dal Locarno Film Festival. Qual è la sfida più grande nel trasmettere l’atmosfera e la forza visiva di un film attraverso il mezzo radiofonico?

«Il mezzo influisce relativamente: anche nella carta stampata manca la componente visiva e bisogna “raccontarla”. La sfida nei festival cinematografici è quella di coinvolgere il pubblico nel racconto di film che non ha visto e che probabilmente arriveranno (magari in poche sale) anche tra molti mesi. Quello che aiuta sempre sono le interviste: le voci dei protagonisti sono riconoscibili e interessanti».

Tre canzoni che non possono mancare nella tua giornata:

«Cambio sempre le playlist a seconda dell’umore, della stagione e della situazione. Sicuramente ogni giorno devo cantare, quindi devono essere canzoni che mi diano soddisfazione, avendo fatto la corista per la prima metà della mia esistenza. Diciamo così: una canzone del momento, un pop nostalgico anni ’80 e un rock “da vecchi” anni ’60 o ’70. Bonus track, qualcosa di repertorio classico corale, magari Mendelssohn o Rachmaninov».

Ultima domanda, uguale per tutti: una frase o una parola per definire la radio:

«Una scatola! La definizione arriva dagli anni lontanissimi della scuola di giornalismo e non ricordo più che professore la ripetesse. Faccio il mestiere più bello del mondo, il giornalismo, appunto. E il giornalismo, lo dicevamo, è racconto, aggiornamento, approfondimento. Per me l’importante il contenuto e la radio è il contenitore in cui, rispettando le caratteristiche del mezzo, infilo tutti i prodotti del mio lavoro e le follie della mia creatività».

Scritto da Pio Russo
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