Century Radio, intervista a Massimo Cirri: “La radio è possibilità”
Un secolo di voci, musica e storie che hanno fatto grande la radio, tra passato e attualità, davanti e dietro il microfono. A cura di Pio Russo
Benvenuti a “Century Radio“, la rubrica dedicata ai cento anni della radio. In questo spazio esploreremo l’affascinante mondo della radiofonia, non solo attraverso ciò che ascoltiamo, ma anche svelando cosa accade quando i microfoni si spengono. Tema del giorno: l’intervista a Massimo Cirri.
Pio Russo racconta l’evoluzione e l’involuzione di un mezzo che ha segnato intere generazioni, portando musica, voci e storie nelle case di tutto il mondo. Dal fascino delle prime trasmissioni fino all’era del digitale, in un viaggio tra passato, presente e futuro della radiofonia.
Intervista a Massimo Cirri: “La radio è possibilità”
Massimo Cirri è un giornalista, autore televisivo e conduttore radiofonico, noto soprattutto per essere l’ideatore e la voce storica di Caterpillar su Rai Radio 2. Accanto alla carriera nei media, ha lavorato come psicologo e psicoterapeuta nel servizio sanitario pubblico. Questa sua doppia anima gli ha permesso di raccontare la realtà con una rara combinazione di ironia pungente, sensibilità sociale e profonda empatia. Autore di saggi e testi teatrali, ha fatto della radio uno strumento di impegno civile, dando vita a iniziative di grande impatto culturale come “M’illumino di meno”. Nel 2023 acquista il cimitero di Salecchio dove svolge eventi culturali.
In questa intervista, Massimo Cirri riflette sulla sua lunga carriera radiofonica, sottolineando come la distanza dai centri di potere e un legame autentico con il pubblico abbiano preservato la spontaneità del programma Caterpillar. Il conduttore descrive la radio come uno strumento capace di creare comunità concrete e di trasformarsi in un “seminatore” di iniziative civiche, citando il successo della campagna sul risparmio energetico.
Ciao Massimo, benvenuto sulle “frequenze” di Century Radio
«Grazie a te per l’invito».
Nel corso degli anni la radio è cambiata profondamente. Come sei riuscito a mantenere Caterpillar un punto di riferimento salvando la spontaneità in un’epoca di parinsessi sempre più scritti e standardizzati?
«Credo che sia stata fortuna. Credo che sia un po’ stato dovuto al fatto che c’è sempre stato a Caterpilla un buon gruppo di lavoro con buoni rapporti interni. Credo che abbia giocato il fatto che fossimo a Milano. La Rai è un organismo molto molto romanocentrico e essere a Milano, essere distanti dal potere ha contribuito ad attribuire un maggior grado di libertà, insomma. Perché le obbedienze vengono generate anche dal fatto che che incontri in corridoio o andando al bar il dirigente che ti dice “Eh, ma sei sicuro che fare quella cosa funzioni?” Ma se il dirigente è a Roma e tu sei a Milano questo è più difficile che accada. Io penso che la radio migliore bisognerebbe farla dalla serie Rai di Trento, senza telefono, insomma, lì ci sarebbe il miglior grado di libertà. E poi, dato che c’è è stato permesso di di avere dignità, ce la siamo presa e abbiamo sempre cercato di fare qualcosa pensando che il nostro editore è un cittadino eh che che ci ascolta, che che è in macchina, che sta tornando a casa dopo il lavoro, se il lavoro ce l’ha. Insomma, ce la siamo barcamenata».
Avete abituato gli ascoltatori a una radio che fa cadere le cose nel mondo reale. Qual è la telefonata o la storia di cui hai parlato in diretta che porti ancora nel cuore?
«E guarda, me ne vengono in mente alcune. Quello della radio che fa accadere le cose è un passo avanti, perché poi a volte la radio raccoglie, però anche la radio che semina è una bellezza, insomma. È il passaggio da diventare da raccoglitori, a diventare seminatori, coltivatori, ha marcato l’umanità e quindi abbiamo potuto far questo, cioè seminare, chiedere alle persone di partecipare, di attivarsi, di fare cose, è perché abbiamo sempre pensato agli ascoltatori come una comunità, una piccola comunità concreta, ideale, quindi in cui c’è un legame alto. Per cui, mi viene in mente che una volta qualche anno fa abbiamo abbiamo seguito l’importante visita del presidente Mattarella a Washington e i giornali e le televisioni dicevano che quella sera ci sarebbe stata una cena all’ambasciata italiana Washington con qualche centinaio di cittadini italiani che vivono, lavorano negli Stati Uniti, invitati a partecipare. Allora, abbiamo rischiato le leggi della statistica, abbiamo detto “dobbiamo trovare uno di questi. Insomma, se conoscete qualcuno che può conoscere qualcuno che potrebbe essere fra i 2300 che andranno alla cena, dai, aiutateci a trovarlo”. Ed è stata una puntata molto bella perché chiamava un signore, mi ricordo dall’area di Napoli che diceva “c**** no mio cugino fa il carabiniere all’ambasciata a Washington. Adesso lo chiamo e gli chiedo” e poi aggiungeva !quel cazzone di mio cugino non risponde al telefono e lo tiene sempre acceso”. Intanto si stavano avvicinando le 20 della sera e quindi noi stavamo per chiudere Sembrava che avremmo fallito e semplicemente suonato il telefono e una signora ha detto “Siamo in macchina con mio marito, noi viviamo nel… non mi ricordo in che stato, stiamo andando alla cena” e siamo ascoltatori di Caterpillar e quindi ci aveva raccontato questa cosa. Quella storia mi era molto piaciuta come dire una cosa unica che fa la radio, ma insisto perché, come dire, c’è un legame forte, particolare, molto di rispetto con i propri ascoltatori».
Tu hai lavorato per molto tempo nel servizio pubblico di salute mentale. La radio può avere un ruolo nell’integrazione di queste persone che soffrono di alcune patologie?
«Sì. La radio mette le persone in una dimensione di comunicazione, quindi è utile a tutti, è utile alla vita di tutti, quando la nostra vita è interrogata da una questione importante o più leggera di salute mentale. Non è un caso che partendo da una bellissima esperienza avviata ormai decenni fa nell’enorme grande, terribile manicomio di Buenos Aires, una radio che si chiamava La Colifata, comincia a trasmettere da lì e poi adesso ce ne sono decine in giro nei dipartimenti di salute mentale, come a Milano in cui tantissime persone fanno questo esercizio di comunicazione, fanno buona radio, fanno cittadinanza, escono un po’ dal dalla solitudine che abbiamo tutti. Siamo vittime nella vita di tutti di quello che è il capitalismo scelto per noi e che diventa la solitudine a volte ancora più stringente quando hai un problema di salute mentale, quando ti viene spontaneo o ti viene un po’ inculcato il desiderio di stare un po’ da solo e la solitudine quando non non è scelta è sempre un aggravatore di sofferenze, di patologie. La radio crea un legame, quindi può essere sia ascoltata o fatta nel Dipartimento di Salute Mentale che è guidato da uno psichiatra sufficientemente intelligente, per capire che quello è un pezzo della qualità della terapia, della qualità della comunità. La radio può essere un pezzo di tutto questo, può servire molto, insomma».
Con la campagna “M’illumino di meno”. avete anticipato di anni il dibattito sulla transizione ecologica. Pensavi che un gesto simbolico potesse diventare così globale ed istituzionale?
«No, non lo abbiamo pensato, non lo sapevamo, però ci sentivamo col compito di provare e poi abbiamo scoperto che questa questione, che è un po’ l’interrogativo sul futuro, sull’energia, su quanto e se i nostri consumi consumano il pianeta era più presente di quanto pensassimo noi, di quanto pensavano i giornali, gli organi di informazione, molto più presenti di quanto pensava la politica nella mente dei cittadini. Insomma, era una preoccupazione, era una una dimensione che c’era e quindi ha funzionato. Forse anche, mi permetto di pensare, perché gli abbiamo dato un’impronta festosa, insomma, non abbiamo detto, permettemi la sintesi brutale, spegniamo le luci altrimenti moriremo tutti. Non abbiamo fatto un gesto penitenziale, abbiamo fatto un gesto più festoso, insomma, e quindi ha funzionato. Abbiamo interpretato, come dire, una sensibilità che c’era e che poi è cresciuta, insomma. Quindi siamo cresciuti insieme a questa sensibilità. Spiace pensare di quanto di quanto adesso che la questione mi sembra banalmente più urgente, drammaticamente urgente, i combustibili fossili hanno hanno cambiato l’equilibrio climatico. Stiamo letteralmente morendo di caldo. Abbiamo un ministro dell’ambiente che è molto bravo a fingere di essere morto davanti a questi problemi. Questo mi colpisce molto».
C’è una parola nella tua esperienza di uomo di comunicazione che ritieni sottovalutata e una parola che invece ritieni abusata?
«No, non mi viene in mente niente. Poi al tempo stesso mi viene in mente le considerazioni che ho vissuto di parole per trent’anni facendo la radio. Sono meravigliosamente ambigue perché al tempo stesso sono le parole sono quelle che costruiscono un ponte, una comunicazione, una possibilità di scambiarsi qualcosa, sia che siano parole che riportano esperienze profonde, sia che siano le parole banali, che ci diciamo per non sentirci soli. Quindi questa meravigliosa duplice possibilità di essere comunicazione e di essere barriera, tutto questo passa moltissimo attraverso le parole. Insomma, è questa cosa per cui le parole possono essere ponte, un muro e salvezza o condanna a me affascina moltissimo».
Ci sono tre canzoni che non devono mancare nella tua giornata?
«No, no, io non ascolto mai musica. Ho sempre pensato che, con pochissime eccezioni, perdona la volgarità, la musica sia un rompimento di coglioni. Sono fatto così. Coltivo la colpa di non aver potuto trasmettere ai miei figli il fatto che la musica possa aiutarti nella vita, cambiarti la vita, penso di aver comprato un CD in tutta la mia vita. Mi piace Francesco Guccini, mi piace molto Leonard Cohen, mi piace un po’ De Gregori e poi mi sta sui coglioni tutto il resto, ma è un problema mio, è un dispiacere perché credo che poi sia veicolo di emozioni. Non mi è stato dato questo, è andata così».
L’ultima domanda è uguale per tutti, una frase o una parola per definire la radio?
«Possibilità. possibilità ponte».
Grazie per essere stato con noi.
«Grazie a te per la considerazione».