Century Radio, intervista a Max Parisi: “La radio è immediatezza e immaginazione”
Un secolo di voci, musica e storie che hanno fatto grande la radio, tra passato e attualità, davanti e dietro il microfono. A cura di Pio Russo
Benvenuti a “Century Radio“, la rubrica dedicata ai cento anni della radio. In questo spazio esploreremo l’affascinante mondo della radiofonia, non solo attraverso ciò che ascoltiamo, ma anche svelando cosa accade quando i microfoni si spengono. Tema del giorno: l’intervista a Max Parisi.
Pio Russo racconta l’evoluzione e l’involuzione di un mezzo che ha segnato intere generazioni, portando musica, voci e storie nelle case di tutto il mondo. Dal fascino delle prime trasmissioni fino all’era del digitale, in un viaggio tra passato, presente e futuro della radiofonia.
Intervista a Max Parisi: “La radio è immediatezza e immaginazione”
Max Parisi è un conduttore e giornalista radiofonico italiano nato a Siena nel 1968, cresciuto a Cuneo, noto per una lunga carriera, inziata nella radio locali, come Radio Piemonte Sound, nel 1989 e proseguita tra RTL 102.5, Milan Channel e soprattutto Radio Monte Carlo. Dal 2024 combatte la sua battaglia contro un tumore al pancreas ed attualmente è in America dove un farmaco, il darasonxarib, scoperto grazie alle ricerche della moglie Louise e del fratello Alessandro, sembra finalmente dare i benifeci sperati.
Ciao Max e benvenuto sulle “frequenze” di Century Radio. Dai tuoi inizi nelle radio locali in Piemonte fino ai grandi network nazionali: come è cambiato il tuo modo di fare radio e di approcciare il microfono nel corso degli anni?
«Inizi subito con una domanda difficile. Ovviamente è cambiato tantissimo. All’inizio della mia carriera ero un vero divoratore d’ascolto delle radio. Una delle cose che mi piaceva fare da ragazzino era proprio imitare le voci della radio (più avanti anche quelle della tv quando nacquero Pronto Video e DeeJayTv). I primi approcci con il microfono erano inevitabilmente una sorta di mix di tutte quelle voci che imitavo con l’aggiunta dello stile di conduttori delle radio private, che tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90 erano diventate il “nuovo che avanza”. Poi con il tempo personalizzi il tuo stile, impari nuove tecniche da utilizzare in conduzione, la radio poi sia ulteriormente velocizzata nei tempi di parlato, quindi ci si deve anche sforzare di plasmare quello stile alle caratteristiche del clock che hai di fronte. Oggi riascolto i miei primi passaggi in diretta con tanta tenerezza: sento il me stesso giovane e acerbo, ma capisco anche che non sarei quello di oggi senza quei momenti di apprendistato».
Hai vissuto l’epoca d’oro della radio analogica e il passaggio al digitale. Quali sono gli elementi e le magie della “vecchia scuola” radiofonica che secondo te, restano anche oggi?
«Più che epoca d’oro forse ho vissuto il tramonto dell’epoca d’oro. La transizione da analogico a digitale è stata un’onda che ha travolto parecchie cose nel mondo radiofonico. Io vedo quel passaggio anche come la “fine” di alcune figure che avevano a loro modo creato la radio e che da più di un decennio erano stati protagonisti dell’epoca pionieristica. Con il declino del vinile a favore del cd cominciava anche il crepuscolo dei dj per fare spazio a figure più specializzate in altri ambiti radiofonici, le prime chimere dell’infotainment. La magia della radio, per me che uso la voce, resta proprio nella parte parlata o di “cazzeggio”. Non dico che la musica non sia determinante o che non abbia importanza nelle scelte di chi ascolta. Il fatto è che la proposta musicale si è sempre più appiattita rendendo le canzoni una sorta di accompagnamento e non le protagoniste. Inoltre la musica liquida (gli streaming etc) ha cambiato il modo in cui il pubblico seleziona i vari canali. Oggi la radio insegue, una volta era la preda da raggiungere».
Oggi si parla moltissimo di podcast e contenuti on-demand. Secondo te, la radio in diretta possiede ancora quel primato di autenticità e compagnia che le nuove piattaforme non riescono a replicare?
«Sono un ascoltatore di podcast, li ho scoperti tanto tempo fa passando un po’ di tempo negli Stati Uniti. In Italia abbiamo e continuiamo ad avere ottimi prodotti, per tutti i gusti. Il mercato però è già un po’ saturo e la “selezione naturale” sta già operando a pieno regime. Io comunque sono sempre dell’idea che podcast e radio siano due cose diverse, complementari magari, a volte parzialmente sovrapponibili, ma sempre diversi. La diretta è certamente la prima grande differenza. E’ anche il più grande vantaggio che ha la radio rispetto ad altri media, la diretta, la spontaneità, la necessaria capacità di improvvisazione professionale. Forse i social hanno quel tipo di immediatezza, ma vivono di immagini. La radio è ancora “capacità di descrizione, di sintesi”».
Hai lavorato per oltre vent’anni a RTL 102.5, una realtà focalizzata sul grande pubblico, e poi sei passato all’eleganza e al target di Radio Monte Carlo. Come si adatta la propria voce e lo stile di conduzione a due mondi musicali e di intrattenimento così diversi?
«Nella mia carriera ho sempre immaginato il mondo delle radio professionali come una specie di campionato di calcio. Noi speaker, giornalisti, tecnici audio, tecnici di bassa e alta frequenza, età, come gli elementi che compongono la squadra e la portano avanti nel campionato degli ascolti. Un professionista, come un calciatore, deve riuscire a mettere il suo talento a disposizione di “allenatori” diversi e spesso “stili di gioco” diversi. Nella mia carriera mi sono adattato, spesso imparando anche molte cose nuove che mi sono tornate utili a formare e affinare il mio stile personale. Fa parte della crescita professionale. Poi ovviamente uno dovrebbe anche conoscere e riconoscere i propri limiti.. magari un certo tipo di radio non si addice al tuo percorso e non corrisponde al tuo modo di andare in onda. Si devono fare scelte da professionista anche in questo senso».
Qual è la lezione più importante che hai imparato lavorando nei più importanti e competitivi studi radiofonici italiani?
«Che si può, e si deve, sempre imparare qualcosa. Ascoltare, capire e poi eventualmente collaborare a migliorare».
Se dovessi scegliere un singolo momento, un’intervista o una diretta che ha segnato particolarmente il tuo percorso a Radio Monte Carlo, quale racconteresti?
«Una diretta che mi ricordo molto bene è stata nel 1994. L’alluvione del Tanaro in provincia di Cuneo. Un evento che aveva coinvolto in maniera profonda la comunità. Allora collaboravo, ero ancora alle prime armi, con Radio Piemonte Sound, una radio piccola ma ben radicata nella realtà della provincia. Data la portata drammatica degli eventi decidemmo di fare una 24 ore di diretta dedicata al racconto giornalistico di quella situazione. Interviste, telefonate, i fax (era l’epoca dei fax..), selezioni musicali mirate. Insomma un lavoro immenso che svolgemmo senza badare al passare delle ore. Fu forse il momento in cui capii veramente che quello era il lavoro che volevo fare da grande».
La radio crea un legame intimo e quotidiano, quasi una “famiglia allargata”. Quanto ti è stata vicina la tua comunità di ascoltatori e colleghi in questo ultimo periodo?
«Molto più di quanto potevo immaginare. Sono rimasto senza parole. I colleghi di tutte le radio, quelli di RMC, gli ascoltatori fedeli, quelli che mi hanno solo sentito nominare e i tanti che anche solo per amore verso la radio hanno incrociato la mia storia. Tutti si sono uniti in un fiume di solidarietà. Sorprendente».
La radio che posto occupa attualmente nelle tue giornate?
«In queste giornate molta radio americana. Molta musica americana».
Di recente hai scelto di condividere apertamente la tua battaglia contro il tumore al pancreas. In che modo la tua sensibilità e l’attitudine al microfono ti hanno aiutato a rompere il tabù della malattia e a lanciare messaggi di speranza attraverso la tua storia?
«I miei profili social sono sempre stati lo specchio vero della mia vita. Li ho sempre usati per comunicare con quella che nel tempo è diventata una vera piccola comunità di persone messe insieme da passioni comuni. Cerco di essere me stesso anche in radio, che però ha confini diversi. In ogni caso ho sempre sentito una sorta di responsabilità verso queste comunità. Quella di essere me stesso anche nella fragilità. Probabilmente la mia attitudine alla comunicazione mi fa risultare più efficace, ma è una caratteristica incidentale. Non sono certo il primo a tentare di rompere il tabù della malattia, sono forse uno di quelli che si è trovato al posto giusto nel momento giusto».
Quando tornerai stabilmente in onda, c’è qualcosa nel tuo modo di fare radio o nel tipo di storie che vorrai raccontare al tuo pubblico che pensi sarà profondamente cambiato?
«Grazie per l’ottimismo. Non so quando e se tornerò in onda stabilmente. Non credo però cambierà più di tanto l’approccio alla trasmissione. Resto un professionista al servizio di un editore. La mia esperienza semmai sarà utile forse ad interpretare meglio il guazzabuglio di mondo che stiamo vivendo».
Tre canzoni che non devono mancare nella tua giornata:
«” Just” dei Radiohead, “Human” dei Killers, “Highway Star (live in Japan)” dei Deep Purple
Ultima domanda, uguale per tutti: una frase o una parola per definire la radio?
«Immediatezza e immaginazione».