Cesare Cremonini: “Sto imparando a decostruire me stesso. Amateur? Più una porta che uno specchio”
Un Cesare Cremonini che mette in discussione le proprie certezze, scegliendo la sperimentazione al posto dell’autocitazione. Questo e molto altro è “Amateur”
Londra, martedì 20 ottobre 2026. Nel corso della mattinata, nella sede britannica di Universal Music Cesare Cremonini ha presentato alla stampa il nuovo album di inediti “Amateur”, il decimo in carriera, prima di salire sul palco dell’O2 Shepherd’s Bush Empire per uno showcase serale. Non una semplice tappa promozionale, ma un ritorno alle origini per un progetto che proprio a Londra ha preso forma, per poi trovare compimento tra la capitale inglese e Bologna, due coordinate geografiche e soprattutto musicali che restituiscono le diverse anime dell’artista: quella più internazionale, incline alla ricerca sonora, e quella legata alla tradizione cantautorale italiana. Lucio Dalla e dintorni.
«Londra era necessaria – ha spiegato – almeno nelle mie visioni, nei miei sentimenti. Volevo che il disco fosse più vicino possibile al luogo in cui è nato. Il motivo più importante è che volevo allontanarlo il più possibile da me, dall’abitudine di vedersi centrale. In Inghilterra nn sono nessuno, non ho un pubblico se non quello composto da italiani che risiedono qui. Volevo rimpicciolire tutto. Il mio nome e il mio cognome possono soltanto allontanare un progetto dalla propria essenza. E questa città mi ha permesso di concentrarmi sull’essenza della musica, L’algoritmo è diventato il nuovo karma della musica e non ci permette di guardare oltre. Questo è un disco che non verrà capito dell’algoritmo e che lascerà al sentire della gente il compito di elaborarlo. Ci convivo in questo mondo, perché “Amateur” esce naturalmente anche in digitale e sono molto realista. Mi accontento però della dimensione live, che permette ancora alla musica di liberarsi da qualsiasi ingabbiamento. L’ambiguità dell’algoritmo è che risulta anche democratico: se una cosa funziona finisce prima in classifica, ma questo non può essere del tutto indicativo. Bisogna prestare attenzione, perché quello che produrremo attraverso l’intelligenza artificiale in futuro, non avrà alcun karma artistico».
La scelta di Londra diventa così parte integrante del processo creativo: un modo per sottrarsi al peso della propria identità pubblica, ridimensionare il personaggio e restituire alla musica una dimensione autonoma, meno condizionata dalle aspettative. In questa prospettiva, Cremonini allarga il discorso al rapporto tra arte, algoritmi e intelligenza artificiale, mettendo in discussione i meccanismi che oggi regolano la fruizione musicale. E il termine “Amateur”, nella sua accezione originaria, si riferisce a chi fa qualcosa che sente e che ama profondamente. Un significato che, nell’industria musicale contemporanea, assume quasi il valore di una provocazione. Perché rimettersi in gioco, assecondare la curiosità e abbandonare le formule consolidate vuol dire rinunciare alle rassicurazioni di un percorso già affermato. Cremonini sceglie di farlo, sottraendosi alla tentazione di contemplare il proprio riflesso, come un Dorian Gray della musica pop, per tornare idealmente a quel giovane dalla chioma ossigenata che, da frontman di una band emergente, inseguiva un futuro ancora tutto da scrivere.
«La ricerca della felicità ho smesso di proporla come argomento – aggiunge Cesare Cremonini – ho smesso di chiedermi come sto. Quello che so è che un nuovo disco ha una responsabilità, perché interagisce con il mondo che troviamo intorno e quello che abbiamo davanti. Credo che la ricetta, quella che mi sento di proporre oggi, sia tornare a sentire attraverso la musica. Perché sentire aiuta a spiegare come ci si sente in determinate situazioni. Non voglio che un album sia uno specchio, ma una porta. “Amateur” si confronta con tutto questo, con un contesto sovrappopolato da opere-specchio. Sicuramente sono utili a qualcuno quel tipo di canzoni, ma non al sottoscritto in questo momento. Quello che so di me non voglio più sentirlo nella mia musicai. Quindi brindo al fallimento di questo disco. Non credo che essere un artista libero sia una grande verità da raccontare, perché nessuno è mai libero veramente. Ma so cosa voglio e ho il mio obiettivo. Forse non lo raggiungerò con questo lavoro, ma riproverò col prossimo. La libertà è qualcosa che ci sfugge di mano continuamente. Ogni giorno possiamo fare qualcosa per sentirci un po’ più liberi. Connettermi con la musica è la cosa che conta di più per me in questo momento, più della mia carriera e della mia storia».
È proprio nell’abbandono dello specchio, inteso come superficie nella quale riconoscersi e trovare conferma di ciò che già si è, che si colloca il nucleo concettuale del disco. Cesare Cremonini rivendica il diritto di non sapere, di esporsi all’imprevisto e persino di accettare un eventuale insuccesso, sottraendo il risultato artistico alla tirannia della convenzionalità. Il cuore pulsante del disco rimane la musica suonata, che trova nuova linfa nell’incontro con sensibilità e mondi differenti: da Salmo a Fabri Fibra, fino a Malika Ayane, con la quale l’ugola bolognese torna a intrecciare la propria anima sedici anni dopo “Hello!”. Accanto a questi nomi, figurano musicisti di caratura internazionale, come Donny McCaslin, Tim Lefebvre, Malcolm Catto, Paul Stacey, Jeremy Stacey e Zach Danziger, chiamati a contribuire alla costruzione di un impianto sonoro che non si limita ad accompagnare le canzoni, ma partecipa attivamente alla loro identità.
Il suono diventa così una sorta di quarto featuring, anzi il quinto se si considera anche Sig, il teschio raffigurato in copertina, presenza che per Cremonini assume una valenza tanto simbolica quanto concreta. Una figura che non si esaurisce nell’immaginario visivo dell’album, ma incarna una riflessione molto più profonda: «L’ego spinge un ragazzo a diventare una star della musica. Ma, come in tutte le cose che tendono a liberarti, c’è sempre un prezzo da pagare. Mentre lavoravo a questo disco ho avuto la percezione reale e concreta che il vero “Amateur” sia colui che è morto e non può morire, e che rimane in qualche modo attaccato alla vita. Sig, questo musicista e strumentista che mi accompagnerà anche in tour, rappresenta la parte ingombrante di noi. Per essere più un Noel Gallagher che un Liam, più concentrato sull’essenza che sull’apparenza. Ogni tanto bisogna liberarsi da quella parte di sé, da quella forma di egoismo che a volte serve per non farsi schiacciare dalla vita».
Sig diventa dunque il simbolo di una contraddizione insita nell’esperienza artistica: l’ego come motore dell’affermazione personale, ma anche come zavorra da cui imparare a prendere le distanze. Una presenza che accompagna Cesare Cremonini in questo viaggio fuori e dentro se stesso: «”Amateur” è un album che non era previsto e che non dovevo fare, per questo non ha aspettative. E so che rappresenta una sfida perché, come già detto, la gente tende a volersi specchiare nelle cose. Per questo motivo non so se il pubblico capirà questo progetto, ma ho sentito l’esigenza e l’urgenza di realizzarlo. Sto imparando a decostruire me stesso, per questo non mi sento più legato al passato. Gli errori sono stati bellissimi, perché si sono rilevati utili per arrivare qui. Non riesco più pensarmi come un artista con uno storico, la vivo piuttosto come una prima volta. Il mercato sta chiedendo a uno come me di fare cose che non ha mai fatto e che non sa fare. A quarantasei anni ho pensato di seguire me stesso, la mia cultura. Non c’è sistema economico o sociale che possa competere con il potere della cultura, che è l’unica cosa eterna. Non la mia, ma la nostra. E non c’è dittatore o maligno che possa distruggerla».
Dopo l’anteprima londinese all’O2 Shepherd’s Bush Empire, l’artista tornerà dal vivo anche in Italia. L’Amatour prenderà il via con la data zero in programma ad Ancona il prossimo 24 novembre, per poi proseguire con sette appuntamenti all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno, nella sua Bologna, tre date all’Inalpi Arena di Torino e le ultime cinque date del 2026 all’Unipol Forum di Assago, a Milano. Anche sul palco, la nuova prospettiva si tradurrà in un approccio differente alla dimensione performativa, con una maggiore attenzione alla componente strumentale: «Dal vivo presenterò naturalmente anche le canzoni del mio repertorio, ma non baderò alla performance solo vocale, suonerò di più, mi avvicinerò il più possibile alla musica».
Il fallimento, evocato più volte nel corso dell’incontro londinese, perde così la propria accezione negativa per trasformarsi in una possibilità concreta di emancipazione. Non una rinuncia alle ambizioni, ma il rifiuto di lasciare che siano queste ultime a dettare le regole del gioco. Cesare Cremonini si concede il lusso di tentare, di sbagliare e di non ripetersi, accettando l’incertezza come parte integrante dell’esperienza artistica: «”Amateur” è un album sulla vita – conclude – il dolore è un concetto che fa parte della nostra dialettica, intendo nel music business, da un sacco di tempo. Oggi credo che non possa esistere un disco incentrato sul dolore. Ho frainteso questa cosa in passato, caricandomi di una grossa responsabilità. Ho capito piuttosto che un disco può rivelarsi una reazione al dolore e quindi, di conseguenza, può solo trasmettere speranza. Posso dire di aver realizzato un progetto pieno di vita, il più vitale realizzato finora. La libertà musicale che mi sono concesso ha creato una separazione profonda tra il mio passato e il mio futuro».