“Chi” di Renato Zero: te la ricordi questa?

Chi Renato Zero

Viaggio quotidiano nella colonna sonora della nostra memoria, tra melodie sospese nel tempo pronte a farci emozionare ancora. Oggi parliamo di “Chi” di Renato Zero

La musica è la nostra macchina del tempo: basta una nota, un ritornello, ed eccoci di nuovo lì, in una stagione vicina o lontana, in un’auto con i finestrini abbassati o nella cameretta della nostra infanzia. “Te la ricordi questa?” è il nostro appuntamento quotidiano per riavvolgere il nastro delle emozioni, proprio come si faceva una volta con una semplice penna e una musicassetta. Oggi l’orologio del tempo ci riporta al 1994 con “Chi” di Renato Zero.

Ogni giorno, alle 13:00, vi accompagneremo in un viaggio musicale alla riscoperta di queste gemme nascoste: canzoni che hanno detto tanto e che hanno ancora tanto da dire, pronte a sbloccare ricordi, evocare immagini, restituirci pezzi di passato con la potenza che solo la musica sa avere. Brani che forse oggi non passano più in radio, pezzi di artisti affermati lasciati in un angolo, o successi di nomi che il tempo ha sbiadito ma che, appena tornano nelle nostre orecchie, sanno ancora farci vibrare. Perché la musica non invecchia, si nasconde soltanto tra le pieghe del tempo, aspettando il momento giusto per colpire nel segno e farci esclamare sorpresi un: “Te la ricordi questa?”.

Ti sblocco un ricordo: “Chi” di Renato Zero

In “Chi”, Renato Zero mette in scena una delle sue riflessioni più dure sul lato oscuro dei rapporti umani e della società. Il testo è un lungo interrogativo rivolto a quella figura indefinita che offende, confonde, usa, vende e approfitta della fragilità altrui. Quel “chi” diventa così un simbolo: può essere il carnefice, il manipolatore, il cinico di turno, ma anche tutto ciò che prova a spegnere l’innocenza.

La scrittura procede per immagini crude e senza sconti: “Animali / solo carne, poco spirito, niente ali”, “pescecani che non mollano mai la presa”, “mani armate”. È un universo nel quale l’innocenza sembra costantemente sotto attacco e nel quale persino le favole vengono trasformate in bersagli: “Stanno uccidendo le favole / stanno sparando alle nuvole” è probabilmente il passaggio che meglio sintetizza la denuncia di Renato Zero.

Ma “Chi” non si ferma alla rabbia. Al centro del brano c’è infatti una precisa idea di resistenza, quasi una chiamata a non permettere che il male abbia l’ultima parola: “L’odio però non può farci desistere”. La canzone sembra rivolgersi soprattutto a chi è stato ferito, invitandolo a non identificarsi con le proprie ferite e a trovare la forza per tornare a vivere.

Molto intenso è il passaggio in cui Zero immagina di poter entrare nuovamente nei “segreti” dell’altro per “riordinare le nuvole” e inventare nuove favole. La metafora restituisce alla musica una funzione quasi salvifica: ricostruire ciò che è stato distrutto, restituire un senso alla fiducia e permettere a chi soffre di ritrovare quella parte di sé rimasta nascosta sotto la rabbia.

Nel finale, l’invito diventa ancora più netto: “Non voltarti / corri verso quella luce”. Dopo tanto buio, Zero sceglie dunque di lasciare aperta una porta alla speranza. “Chi” è una canzone di denuncia, ma soprattutto un inno alla capacità di non diventare ciò che ci ha ferito, proteggendo quella parte fragile e luminosa che, nonostante tutto, continua a cercare una via d’uscita.

Il testo di “Chi” di Renato Zero

Chi ti offende
Chi ti confonde, chi ti usa e poi ti vende
Che vuoi farci
Gli rimane assai difficile rispettarci
Animali
Solo carne, poco spirito, niente ali
Se ti ami
Tieni a bada i complimenti e misura i sentimenti

Mai una rosa
Pescecani che non mollano mai la presa
Gente astuta
Con la linea della vita già incriminata
Voce roca
Vista acuta e quell’odore che non invita
Nel bisogno
Certo ne approfitteranno
Loro sanno ciò che fanno

Stanno uccidendo le favole
Stanno sparando alle nuvole
L’odio però non può farci desistere
Punta il dito fuori, nome e cognome
La verità
Chi sarà mai che ci fruga nell’anima
Chi si insinua così, chi dirige la musica
Mentre sei lì e non sai come difenderti
Disarmante quel tuo sguardo pulito, credimi

Mani armate
Che di fronte all’innocenza non vi fermate
Toccate il fondo
Con pensieri che non sono di questo mondo
Chi rimane
Con quei segni non può certo dimenticare
E chi cede
Non farà mai più ritorno
Ha già un piede nell’inferno

Se quelle storie ci unissero
Se quegli orrori bastassero
Se non ci fosse più
Chi ha tanta voglia di uccidere
Se tu mi lasciassi ancora entrare
In quei segreti tuoi
Forse potrei immaginarmi altre favole
Potrei riordinare le nuvole
Se solo ritroverai il coraggio di vivere

Se in quella rabbia che ti porti dentro
C’è il desiderio di tornare su
Se in quel sorriso mescolato al pianto
Ci fossi ancora tu

Puoi tradirti
Per l’estrema disponibilità nel darti
Puoi pentirti
Se non ti risparmi e non terrai gli occhi aperti
Criminali
Poca strada, brutte storie, destini uguali
Non voltarti
Corri verso quella luce
Se avrai fede quella pace verrà

Scritto da Nico Donvito
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