Claudio Lolli, il ricordo del cantautore bolognese scoperto da Francesco Guccini

Claudio Lolli

Otto anni fa moriva a Bologna Claudio Lolli, cantautore, poeta e scrittore tra le voci più profonde e controcorrente della canzone d’autore italiana

Ci sono artisti che lasciano canzoni e artisti che lasciano un modo diverso di guardare il mondo. Claudio Lolli appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Otto anni dopo la sua scomparsa, avvenuta il 17 agosto 2018 a Bologna, il suo nome continua a riaffiorare ogni volta che si parla di canzone d’autore, di impegno, di poesia e della possibilità di utilizzare la musica non semplicemente per raccontare la realtà, ma per metterla in discussione.

Lolli aveva 68 anni quando un improvviso malore lo strappò alla sua città, quella Bologna che aveva rappresentato molto più di un luogo di nascita. Era un paesaggio umano, politico, sentimentale, culturale. Una città che entrava nelle sue canzoni così come entravano le periferie, le amicizie, le disillusioni, la politica, l’amore, la solitudine e quella borghesia che osservava con occhio critico, ma anche con la consapevolezza di appartenerle.

Nato il 28 marzo 1950, Lolli è stato cantautore, scrittore, poeta e, dagli anni Ottanta, anche professore di liceo. Nel corso di oltre quarant’anni di attività ha pubblicato una ventina di album, costruendo una produzione impossibile da racchiudere nella sola etichetta di “cantautore politico”. Perché la politica, certamente, è stata una componente fondamentale del suo percorso, ma non ne ha mai esaurito la poetica.

Prima ancora della carriera discografica c’era un ragazzo con una chitarra in mano e un enorme bisogno di scrivere. Lolli si era avvicinato alla musica e alla poesia durante gli anni del liceo, affascinato dai Beatles e dalla Beat Generation e dai versi di autori come Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti e Gregory Corso. Sarà l’amicizia con Piero Guccini a permettergli di far ascoltare alcune delle sue prime composizioni a Francesco Guccini. Un incontro destinato a cambiare il corso della sua vita artistica.

Fu proprio Guccini a introdurlo alla EMI Italiana, l’etichetta che avrebbe pubblicato i suoi primi quattro album. Il debutto arrivò nel 1972 con “Aspettando Godot”, disco nel quale erano già evidenti alcune delle coordinate che avrebbero accompagnato Lolli per gran parte della sua carriera: la riflessione politica, il disagio esistenziale, la critica sociale, la famiglia, la solitudine e una particolare attenzione alla parola.

Nei primi anni Settanta la sua scrittura si fece sempre più intensa. “Un uomo in crisi. Canzoni di morte. Canzoni di vita”, pubblicato nel 1973, ampliò il raggio della sua ricerca, mettendo sullo stesso piano l’impegno politico e le inquietudini più intime. Poi arrivò “Canzoni di rabbia”, nel 1975, e un anno dopo quello che sarebbe diventato il suo album simbolo: “Ho visto anche degli zingari felici”.

Il disco del 1976 rappresentò il punto più alto della prima stagione artistica di Claudio Lolli. Nato nel clima politico e sociale particolarmente teso di quegli anni, il lavoro riuscì a intercettare l’atmosfera di un’intera generazione. Le radio libere contribuirono alla sua diffusione e il disco divenne uno dei lavori più rappresentativi della canzone d’autore italiana degli anni Settanta.

Nel 1977, il cantautore pubblicò “Disoccupate le strade dai sogni”, un lavoro ancora più legato alla cronaca e alle tensioni del momento, in particolare ai fatti di Bologna dell’11 marzo e alla morte di Francesco Lorusso.Negli anni Ottanta, poi, si laureò in lettere e iniziò a insegnare al liceo. La musica non scomparve, ma il suo rapporto con il mondo discografico attraversò una fase più complicata.

Nel frattempo continuava a scrivere. Alcune sue canzoni arrivarono anche nel repertorio di Francesco Guccini. È il caso di “Keaton”, pubblicata dal cantautore modenese nell’album Signora Bovary del 1987, e di “Ballando con una sconosciuta”, incisa da Guccini nel 1990. Un ulteriore segnale di quanto il rapporto tra i due non fosse semplicemente quello tra un artista affermato e un giovane scoperto agli inizi, ma quello tra due sensibilità capaci di dialogare attraverso la scrittura.

Dopo un periodo in cui sembrava essersi allontanato dalle scene, Claudio Lolli tornò progressivamente all’attenzione del pubblico negli anni Novanta. Album come “Nove pezzi facili”“Intermittenze del cuore” e “Viaggio in Italia” contribuirono a riportarlo nel circuito della canzone d’autore. Dal 1993 riprese anche a esibirsi dal vivo, spesso accompagnato dal chitarrista Paolo Capodacqua. Nel 1998 arrivò il Premio Ciampi alla carriera, mentre nel 2000 pubblicò “Dalla parte del torto“, titolo ispirato a una celebre frase di Bertolt Brecht e perfettamente coerente con il suo percorso artistico.

Nel 2008 Luca Carboni, insieme a Riccardo Sinigallia, gli rese omaggio con una rilettura di “Ho visto anche degli zingari felici“. Nel 2014, durante il Festival di Sanremo, fu lo stesso Sinigallia, insieme a Paola Turci e Marina Rei, a riportare sul palco dell’Ariston proprio quella canzone.

E poi, nel 2017, arrivò “Il grande freddo“, il suo ultimo album. Un titolo che sembrava fotografare perfettamente il tempo presente: una società sempre più connessa tecnologicamente e sempre più distante umanamente. Meno calore, meno solidarietà, meno capacità di incontrarsi davvero. Il disco nacque anche grazie a un crowdfunding e riuscì a conquistare la Targa Tenco come miglior disco dell’anno in assoluto. Era il riconoscimento finale di una carriera che aveva attraversato decenni senza mai perdere la propria identità.

Il 17 agosto 2018, la sua Bologna e l’Italia intera salutarono Claudio Lolli. Se ne andava un artista che aveva sempre considerato la canzone qualcosa di molto più ambizioso di una semplice forma d’intrattenimento. A otto anni di distanza, resta soprattutto la sua capacità di mettere insieme politica e sentimento, cronaca e poesia, rabbia e malinconia. Lolli non cercava necessariamente risposte. Spesso aveva il coraggio di lasciare aperte le domande. La sua storia resta lì: non necessariamente per darci risposte o insegnarci qualcosa, ma per ricordarci che vale ancora la pena porsi interrogativi.

Scritto da Nico Donvito
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