Cosa resterà di Sanremo 2026? Analisi della 76esima edizione del Festival
A pochi giorni dalla conclusione di Sanremo 2026, un bilancio e un’analisi su questa edizione della kermesse canora. Cosa ci porteremo dietro di questo Festival?
Sanremo 2026 sarà ricordata come un’edizione di passaggio, sospesa tra la chiusura di un cerchio e l’inizio di un nuovo corso. Dopo lo straordinario quinquennio guidato da Amadeus e il più che positivo biennio amministrato da Carlo Conti, la manifestazione si prepara a entrare in una nuova era che, come sappiamo, sarà inaugurata da Stefano De Martino. La nostra analisi non può che partire da qui: quale sarà il futuro del Festival nell’immediato? Al netto delle fisiologiche perplessità iniziali, l’auspicio è che il lavoro costruito dai predecessori venga valorizzato e non depotenziato dal cambio di guardia. Non sarà facile, ma è proprio a De Martino e a chi lo affiancherà che va rivolto un sincero augurio di buon lavoro.
In questo suo ultimo mandato, Carlo Conti si è trovato a gestire una kermesse che aveva ormai esaurito la scia dei traguardi firmati da Amadeus, oltre a confrontarsi con una discografia più ostile e decisamente meno collaborativa del solito. Questo bisogna sottolinearlo. Eppure, il direttore artistico uscente, da “buon cristiano-democratico” come si è autodefinito, ha dimostrato di essere un eccellente mediatore e improvvisatore, capace di portarsi a casa il risultato mettendo d’accordo tutti. L’unica critica che mi sento di rivolgergli, riguarda un po’ la sua filosofia secondo cui nelle funzioni di un direttore artistico non è contemplata la possibilità di invitare i cantanti, ma il suo compito si limiterebbe a valutare le candidature ricevute. Il mio consiglio per Stefano De Martino è invece quello di seguire più l’esempio di Amadeus, e andarseli a prendere a casa i cantanti, uno ad uno, convincendoli sia personalmente che attraverso un serrato corteggiamento discografico.
Detto questo, la 76esima edizione del Festival di Sanremo verrà ricordata, tanto per cominciare, per il verdetto finale che ha visto trionfare Sal Da Vinci con “Per sempre sì”. Una vittoria meritata, ma anche un piccolo tilt nel sistema, che ha visto imporsi un artista di grande valore e di tutto rispetto, che per anni è stato considerato un outsider. Non parlerei però di un premio alla carriera, definizione che ho sentito in giro e che non mi convince affatto, bensì di un riconoscimento che tiene conto anche del percorso recente e dei risultati straordinari di “Rossetto e caffè”, una canzone che è diventata una hit senza alcuna spinta, semplicemente per acclamazione popolare. La stessa dinamica si è ripetuta con questa vittoria, che racchiude in sé una narrazione potente: la resilienza di chi ha tentato per ben tredici volte di partecipare al Festival, prima di debuttare nel 2009 con un pezzo firmato insieme a Gigi D’Alessio e Vincenzo D’Agostino. Da quel terzo posto sono trascorsi poi diciassette anni, fatti di alti e bassi, che rendono questo traguardo ancora più significativo.
Quella di Sal Da Vinci non è soltanto una vittoria simbolica, ma effettiva e concreta: la sua è probabilmente la canzone destinata a resistere di più nel tempo, grazie a caratteristiche che richiamano i brani “di una volta”, capaci di superare una stagione e radicarsi con semplicità nella memoria collettiva senza chissà quali artifici. È anche la vittoria di autori giovani e quotati come Federica Abbate e Alessandro La Cava, capaci di mettersi al servizio dell’interprete e di costruire un immaginario rappresentato più del cantante che della loro stessa firma.
È stata però una vittoria di misura: con appena lo 0,3% di scarto rispetto a Sayf che, dalla sua parte, aveva forse una canzone meno immediata, forte nel ritornello ma più complessa da recepire subito nelle strofe e nella sua struttura. Col senno di poi, se Sanremo fosse durato un paio di giorni in più, è plausibile che sul grandino più alto del podio si sarebbe piazzata la sua “Tu mi piaci tanto”.
Del resto, era accaduto anche lo scorso anno tra il vincitore Olly e il secondo classificato Lucio Corsi, di ritrovarsi divisi da una minima percentuale pari allo 0.4%. Un dato che dovrebbe far riflettere sul sistema elettorale del Festival, chiamato a stare più al passo con i tempi. Più volte ho sollevato questo tema e credo sia arrivato il momento di superare gli obsoleti SMS e le anacronistiche telefonate introducendo un’app dedicata e, magari, l’utilizzo di un sistema di identificazione digitale (tipo CIE o SPID per intenderci) in modo da garantire una votazione moderna e sicura. Ogni cittadino maggiorenne si esprimerebbe così una sola volta, assicurando una rappresentanza reale del pubblico. E i minorenni? Da regolamento non potrebbero neanche votare già da ora, ma chi effettua controlli? Nessuno.
Tornando all’edizione appena conclusa, ci ricorderemo senz’altro della presenza di Laura Pausini in veste di conduttrice, sorprendentemente misurata contro ogni pronostico della vigilia. Mi piacerebbe che la cantante romagnola rivalutasse la sua posizione nei confronti della gara e si rendesse conto, ora che ha vissuto a stretto contatto con artisti che hanno mostrato più coraggio di lei, che Sanremo lo si vince a prescindere dalla classifica finale, semplicemente facendo del proprio meglio. In tal senso, questo ultimo Festival di Carlo Conti, ha davvero messo d’accordo tutti, al punto da rendere difficile individuare degli sconfitti. Anche chi ha occupato le ultime posizioni, in fondo, aveva già vinto con la sola presenza.
Cosa resterà di Sanremo 2026? Analisi della 76esima edizione del Festival
Resteranno le canzoni, tutte caratterizzate da un buon livello medio generale, a differenza di altre edizioni recenti. Personalmente ho riscontrato pochi picchi, ma un insieme ben assortito. Certo, se pensiamo alle ultime tre o quattro edizioni, forse sono mancate le hit destinate a distinguersi nettamente. Il livello omogeneo ha alimentato un tifo più fazioso e, di conseguenza, una competizione molto partecipata. In assenza di pezzi capaci di unire tutti, le preferenze si sono distribuite quasi equamente, secondo i gusti personali. Va registrata anche una maggiore varietà di generi, pur ribadendo che trenta canzoni restano oggettivamente troppe.
A mio avviso avrebbero meritato qualcosa in più in termini di classifica: “La felicità e basta” di Maria Antonietta e Colombre, “Ogni volta che non so volare” di Enrico Nigiotti, “Animali notturni” di Malika Ayane e “Resta con me” delle Bambole di Pezza. E sul podio non avrebbero di certo sfigurato “Qui con me” di Serena Brancale e “Stupida sfortuna” di Fulminacci.
Non credo nemmeno che “Avvoltoi” di Eddie Brock meritasse l’ultimo posto. Il cantautore romano ha forse pagato lo scotto del traino virale di “Non è mica te”, una canzone che abbiamo ancora tutti nelle orecchie. La fortuna di Sal Da Vinci, dall’altro capo della classifica, forse è stata anche questa: non arrivare subito dopo l’exploit di “Rossetto e caffè”, ma di aver saltato un turno. Quando un successo è così forte, serve calibrare con attenzione le mosse discografiche: non conta solo la bontà della proposta, ma anche il tempismo, il cosiddetto “posto giusto al momento giusto”.
E le Nuove Proposte? Citiamole va’, che qui non lo fa nessuno, nemmeno l’organizzazione stessa del Festival. Francamente, trovo che sia scandaloso il trattamento riservato ai partecipanti della sezione cadetta. Due su quattro hanno cantato una volta sola e il vincitore Nicolò Filippucci non si è esibito nemmeno nella serata finale. Da questo punto di vista, non ritengo che si possa considerare un Festival su “modello bandiano”, proprio perché le scelte di Pippo valorizzavano concretamente i giovani, ma oggi? Non capisco come si possa tenere ancora in piedi l’idea di due categorie separate se il trattamento non è in alcun modo paritario.
Di Sanremo 2026 rimarranno dunque molte canzoni, ma anche numerosi interrogativi. Domande che, si spera, possano trovare presto risposte nel nuovo corso che sta per aprirsi.