Cuta: “Capire fa sentire capiti” – INTERVISTA

Cuta

A tu per tu con Cuta per parlare del suo nuovo singolo intitolato “Ho fatto un casino”. La nostra intervista al giovane e talentuoso rapper

Cuta aggiunge un nuovo tassello al suo percorso artistico con “Ho fatto un casino“, il singolo disponibile dal 17 luglio per Gold Leaves Academy. Un brano che abbandona parte dei tecnicismi del rap per avvicinarsi a sonorità più melodiche e R&B, senza rinunciare a quella scrittura diretta e profondamente introspettiva che caratterizza il rapper di San Giuliano Milanese.

Al centro del racconto ci sono gli errori, la fragilità e il difficile rapporto con il senso di colpa, ma anche la necessità di imparare ad ascoltarsi e ad accettarsi prima ancora di cercare di cambiare. In questa intervista Cuta ripercorre la nascita della canzone, riflette sul legame tra dimensione personale e collettiva, racconta l’evoluzione del suo percorso, dalle battle fino alla vittoria di Nuova Scena, e spiega perché, a volte, riconoscere di aver “fatto un casino” rappresenta già il primo passo verso una maggiore consapevolezza.

“Ho fatto un casino” è una frase che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo pronunciato. Nel tuo caso cosa rappresenta di preciso?

«Per me, “ho fatto un casino”, come frase di vita quotidiana, non preannuncia nulla di buono, tendenzialmente. Ci vedo però anche una certa sacralità: la prima volta che la diciamo, dopo aver effettivamente commesso il casino, è il primo momento  in cui ci rendiamo conto, nero su bianco, che è successo. È il momento che precede la reazione emotiva, da cui parte la scelta: “Cosa faccio ora, a fronte di questo casino che ho fatto?”».

Nel brano racconti il conflitto tra la consapevolezza di sbagliare e l’incapacità di cambiare. Mi viene spontaneo un quesito, secondo te è più difficile riconoscere i propri errori o perdonarseli?

«Secondo me, è una cosa molto personale. Nel mio caso, personalmente, credo perdonarseli. Mi sento così bravo a riconoscerli da vederne anche quando magari non ci sono. Tuttavia penso sia legato al carattere di ognuno: conosco persone che credo abbiano il problema opposto al mio».

C’è un verso della canzone che rappresenta e sintetizza per te il senso della canzone? Se sì, quale e perché? 

«Secondo me i versi, oltre a quello che dà il titolo al brano, che meglio rappresentano il brano sono quelli che contengono, volutamente ripetuto, “È così!” Come a dire “Ho fatto un casino, ma è così!” Tradotto, ho sbagliato, ma se voglio fare di meglio devo innanzitutto accettare di aver sbagliato».

Dal punto di vista musicale, che tipo di lavoro c’è stato dietro la scelta del sound da attribuire a “Ho fatto un casino”?

«Il sound dipende da una produzione che Yazee già aveva che abbiamo poi rimaneggiato e riadattato al lavoro di scrittura. Non saprei dire se si tratta di una scelta vera e propria, cioè propriamente consapevole: abbiamo fatto tutto molto di getto e seguito il flusso. Senza rendermene conto, con una formula per me inusuale, avevo descritto il momento che stavo vivendo!».

La tua musica ha sempre alternato introspezione e critica sociale. Ti capita mai di accorgerti che i problemi collettivi finiscono inevitabilmente per diventare anche problemi personali? E che questo porta poi alla magia dell’immedesimazione del pubblico per una determinata canzone?

«La collettività è un insieme di individui, quindi un problema collettivo è per forza di cose anche un problema individuale, che, se mal gestito, acuisce i problemi dell’individuo, rendendolo, a sua volta, più pericoloso per gli equilibri collettivi. È un cane che si morde la coda. Finché non inizia a mordere la coda degli altri cani, e gli altri cani come lui. Le canzoni hanno questo dono: sono la visione della realtà di un cane, che condivide l’essere cane con tutti gli altri, alcuni dei quali più simili a lui; e, in quella visione, ci leggono “io non vorrei mordere, ho solo paura, lo faccio per difesa”. Capire fa sentire capiti».

Il precedente singolo “ADHD” e “Ho fatto un casino” sembrano appartenere allo stesso percorso narrativo, quasi fossero due capitoli della stessa storia. Quale filo emotivo e narrativo lega questi due pezzi?

«Sicuramente i testi di entrambe le canzoni condividono delle situazioni possibili, sia come causa che come effetto, di una scarsa capacità di gestire le emozioni. Ambedue le canzoni sono uscite molto naturalmente, senza un particolare studio prima, quindi, se dovessi rispondere alla domanda, “quale filo narrativo ed emotivo le le lega?” risponderei “la mia vita”».

Negli ultimi anni sei passato dalle battle ai grandi palchi, fino alla vittoria di Nuova Scena. C’è una parte del Cuta di allora che cerchi ancora di proteggere? E, al contrario, una parte che sei felice di aver scoperto?

«La parte del Cuta di allora che cerco di proteggere gelosamente è la spontaneità nell’approccio al rap, quel divertimento che fa sparire tutto il resto nel momento in cui produco. Non sempre ci sono riuscito purtroppo. La parte che invece sono felice di aver scoperto è molto pratica: avendo passato tanto più tempo in studio, mi sono reso conto che ci sono un sacco di cose che non so da imparare, quindi che il viaggio è ancora lungo. Questo mi stimola».

Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver imparato dalla musica fino ad oggi?

«La lezione più importante che sento di aver imparato dalla musica è che se una cosa è successa, è perché può succedere, sia nel bene che nel male. Stop. Per viversela bene bisogna accettarlo, come di aver fatto un casino…».

Scritto da Nico Donvito
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