A tu per tu con il cantautore piacentino, fuori dallo scorso 18 ottobre con il nuovo singolo “Tremo

Si intitola “Tremo” il nuovo singolo di Daniele Ronda, cantautore che ha all’attivo quattro album in studio e numerose canzoni, diverse composte per altri artisti, tra cui “Lascia che io sia” e “Almeno stavolta” portate al successo da Nek. Con questo nuovo brano il cantautore piacentino pone al centro dell’attenzione l’umanità, intesa come valore essenziale per la vita di ognuno di noi, significato che non emerge solamente tra le righe del testo poiché, infatti, il ricavato sarà interamente devoluto al concorso d’idee “INNOVACTION AWARD 2020” promosso da Forma Mentis, volto a contribuire alla ricostruzione di Amatrice. A due anni dalla nostra precedente chiacchierata, abbiamo incontrato nuovamente l’artista per parlare di questo interessante progetto.

Ciao Daniele, bentrovato. Partiamo da “Tremo”, il tuo ultimo singolo, uno di quei pezzi che sin dal primo ascolto ti travolgono e ti fanno capire che non si tratta del solito brano. Cosa lo ha ispirato?

«La cosa è nata in maniera particolare, questa canzone ha lo scopo di raccogliere fondi per la ricostruzione di Amatrice. Alla fine di un mio concerto, mi sono ritrovato a chiacchierare con l’organizzatore di Forma Mentis, che mi ha  introdotto in questo nobile progetto spiegandomi, nello specifico, che solo il 4% dell’intera cittadina è stato attualmente ricostruito, c’è davvero ancora tantissimo lavoro da fare, perché quando accadono queste tragedie i riflettori si spengono molto facilmente nei mesi successivi, anche se il problema continua ad esistere. Da parte mia, ho pensato che l’unico modo per aiutare concretamente, era attraverso il linguaggio universale della musica, da lì è nata “Tremo”, una canzone che mi sta regalando tante soddisfazioni».

Quindi, al di là del potere salvifico e terapeutico che conosciamo, la musica è in grado anche di dare un aiuto tangibile?

«Assolutamente sì, l’ho visto accadere negli anni, nel nostro piccolo ci stiamo provando anche questa volta. La musica ha il potere di riportare alla luce un determinato argomento o problema, in maniera diretta e profonda, oggi come oggi la gente è invasa da distrazioni, una canzone possiede la forza per farti fermare e portarti a riflettere».

Che ruolo gioca la musica per te nella tua vita di tutti i giorni?

«Dire preponderante sarebbe un po’ come sminuire (sorride, ndr), come accade per qualsiasi grande passione, questo mestiere ti assorbe. Per quanto mi riguarda non potrei mai pensare ad un giorno della mia vita senza la musica, questo comporta naturalmente dei sacrifici, perché diventa una priorità, in agosto non ti prenoti una vacanza se sai che c’è la possibilità di suonare in giro, questo è solo un esempio per farti capire come la vita di un musicista sia totalmente dedicata a questo lavoro, una vera e propria missione, almeno per quanto mi riguarda. Certo, non è tutto rose e fiori, soprattutto nel mondo della discografia che considero un casino totale, ma mi sento appagato e ripagato dall’affetto del pubblico. Quando salgo sul palco scatta qualcosa, una sensazione che ogni volta si rinnova, il segreto è riuscire a mantenere viva oltre alla professionalità anche una certa passionalità, quella che ti ha fatto iniziare ed è in grado di regalarti sempre nuovi stimoli».

Qual è l’aspetto che più ti affascina nella fase di composizione di una canzone?

«Una cosa bella di questo mestiere è che non ci sono delle regole, l’ispirazione arriva da un momento all’altro e non puoi governarla, a volte capita anche in situazioni assurde, mentre stai facendo qualcos’altro. Ovviamente stiamo parlando dell’input iniziale, dello spunto che dà vita ad una canzone, è chiaro che successivamente ci si lavora in studio, è da una semplice intuizione che nasce tutto, poi subentra il mestiere».

Prima lo hai definito un casino totale, ma qual è il Ronda-pensiero sull’attuale settore discografico?

«Onestamente credo che ci siano due o tre cose che non si sono esattamente messe d’accordo tra di loro, il primo è un discorso televisivo, mi riferisco a quei programmi volti a far uscire nuovi cantanti, da un lato i talent show possono anche essere utili, ma bisogna capire che non può essere l’unica risorsa da cui attingere. Un altro problema è che i dischi vengono costruiti a seconda di tempi cosiddetti commerciali, non credo che questa cosa faccia bene, e poi c’è un discorso legato alla paura, perché il mondo è in continua evoluzione, le cose cambiano molto velocemente, anche i supporti e il modo di fruire la musica.

Il mercato sta cambiando e questo fattore può legittimamente intimorire l’intero sistema, che si ritrova delle volte spiazzato e immobilizzato, tutto ciò non permette di prendere con lucidità le decisioni e correre anche dei rischi. Non avere regole, pensare che qualcosa funzioni finché qualcuno non la stravolge, sono atteggiamenti che non possono portare lontano, la storia ci insegna che le mode sono passeggere e non durano a lungo. È un momento complicato, la cosa che mi fà ben sperare è che dalle grandi crisi spesso nascono grandi cose, almeno in passato così è stato, ma per intraprendere un cammino di rinascita e necessario tirare fuori un po’ più di coraggio».

A tal proposito vorrei fare con te è un parallelismo riguardo i tuoi esordi, “Come pensi che io” è il brano con cui è iniziato il tuo percorso, è uscito quindici anni fa, anche se sembra che ne siano passati molti di più. Un pezzo che ti ha portato a calcare il palco del Festivalbar, manifestazione che neanche più esiste, e che ti ha permesso di entrare a far parte della compilation della rassegna, anche quel tipo di raccolte sono andate in via di estinzione,  sostituite dalle playlist di Spotify. Ecco, cosa ricordi di quel debutto e com’è cambiato esattamente il mercato in quindici anni?

«Guarda, all’epoca ero un ragazzino, mi accorgo di come davvero in così poco tempo le cose siano completamente cambiate, i supporti non esistono più, tutto passa attraverso lo streaming e i download. Il mondo discografico di quindici anni fa seguiva dei filoni, oggi invece si tende ad aggrapparsi a qualsiasi cosa funzioni, giusto per avere una sicurezza, senza più tentare o sperimentare. Se fai caso alla tracklist della compilation blu dell’edizione del Festivalbar che citavi, oltre al mio nome vedrai tante altre proposte, una differente dall’altra. Oggi come oggi si tende ad agglomerare, a portare avanti cose simili tra loro, non c’è più la volontà di dare spazio a colori diversi. Il problema è proprio quello che ti dicevo prima, vale a dire la paura di rischiare, di osare, di cercare e puntare su qualcosa di nuovo».

Dal 26 ottobre sei tornato ad esibirti dal vivo con il tuo “Tour Teatri 2019”, che tipo di spettacolo porti in scena?

«Insieme alla mia band il nostro obiettivo principale è quello di suonare, di trasmettere al pubblico tutta la forza e la bellezza della musica dal vivo. Lo spettacolo che abbiamo messo in piedi racchiude momenti emotivamente diversi, una cosa che mi piace molto e che non è facile da ricreare attraverso la scaletta. Rispetto alle piazze e a i campi sportivi, l’approccio teatrale è completamente diverso, anche i tempi cambiano e la tournée prende un’altra piega. In quindici anni il repertorio è diventato piuttosto variegato, quindi ne approfittiamo di questi cambi stagionali per proporre e suonare brani diversi».

Per concludere, dove e a chi ti piacerebbe arrivare con il tuo nuovo singolo “Tremo” e con la tua musica in generale?

«Ho sempre creduto in una sorta di globalizzazione diversa da quella di cui tanto si parla, ultimamente si tende a standardizzare, in realtà mi è sempre piaciuto sottolineare ed unire le differenze. Ho sempre creduto nell’unicità delle persone e delle varie culture, tematica che ho affrontato più volte nei miei dischi precedenti, in particolare parlando di tradizioni e di dialetti. Quindi, mi piacerebbe che la mia musica diventasse un modo per unire tutte queste differenze, in particolare con questo nuovo singolo che contiene uno scopo così importante, come quello di ricostruire un luogo colpito e devastato dal terremoto, credo che sia la soddisfazione più bella».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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