Danilo Rea: “La musica ha un enorme potere, non và fatta con superficialità” – INTERVISTA

A tu per tu con il noto pianista jazz, fuori con l’album strumentale “Tre per Una” dedicato a Mina, realizzato in trio insieme a Massimo Moriconi e Alfredo Golino

Si intitola “Tre per Una” il nuovo disco dell’inedito trio jazz composto dal pianista Danilo Rea, dal bassista Massimo Moriconi e dal batterista Alfredo Golino, amici e compagni di incisioni da una vita, ma per la prima volta insieme per omaggiare una delle artiste più grandi di sempre: Mina, alla quale li lega un longevo e profondo sodalizio. Spesso si pensa che la musica nazional popolare poco abbia a che fare con un genere raffinato come il jazz, invece la Tigre di Cremona è l’esempio lampante dell’esatto contrario, oltre ad essere stata la prima a coinvolgere musicisti di estrazione jazzistica nelle sue produzioni. Prodotto da Massimiliano Pani, l’album è composto da quattordici brani (considerando i due medley), pezzi storici che fanno parte del repertorio della Mazzini: da “Non credere” a “Parole parole”, passando per “Io e te da soli”, “Amor mio”, “Insieme”, “Tintarella di luna”, “Grande grande grande”, “Via di qua”, “E se domani”, “Grande amore”, “Brivido felino”, “Acqua e sale”, “Vorrei che fosse amore” e “La banda”. In occasione di questa ben riuscita fatica discografica, abbiamo raggiunto telefonicamente il noto pianista per parlare della sua fortunata carriera e approfondire la conoscenza della propria visione musicale.

Ciao Danilo, benvenuto su RecensiamoMusica. Come nasce l’idea di rivisitare in chiave jazz alcuni dei pezzi più celebri di Mina?

«Da sempre Mina è un grande appassionata di musica jazz, con lei abbiamo rivisitato tante canzoni che hanno fatto la storia di questo genere. L’idea è arrivata subito dopo un concerto che insieme a Massimo Moriconi e Alfredo Golino abbiamo realizzato a Cremona, la risposta del pubblico è stata tale da farci venire voglia di confezionare questo progetto. Massimiliano Pani ci ha spronati e supportati sin dall’inizio, ci siamo ritrovati a Lugano e da lì è nato ciò che potete ascoltare».

Con Massimo Moriconi e Alfredo Golino vi conoscete e suonate insieme da anni, com’è stato ritrovarvi in questa formula?

«Molto divertente, siamo veramente amici, in più scherziamo finché c’è da giocare, ma quando c’è da affrontare un brano lo facciamo con il rigore giusto e rigorosamente con il sorriso. Tra noi c’è un bel feeling, ovviamente in sala di registrazione la concentrazione è diversa perché devi dare tutto e sai che stai suonando qualcosa che rimarrà, mentre dal vivo puoi sbizzarrirti e rischiare di più. Massimo e Alfredo sono due musicisti molto intelligenti, non bastano il talento e lo studio, in musica ci vuole cervello, cuore ed è importate comunicarlo prima tra di noi, per poi cercare di trasmetterlo a chi ti ascolta. E’ bruttissimo suonare con musicisti con cui non ti trovi umanamente, spesso mi è accaduto, non sempre ti capita di stringere rapporti amichevoli, è normalissimo, come cantano Cocciante e la stessa Mina in musica è davvero questione di feeling, infatti i grandi gruppi hanno funzionato finché c’è stata sintonia tra i componenti, dopodiché si sono sciolti e sono finiti nel nulla».

Nella sua carriera Mina ha inciso più di 1.400 brani, tra inediti e cover che ha saputo rendere proprie come nessun’altra interprete. In questo repertorio così immenso, com’è avvenuta la scelta di queste quattordici canzoni?

«Abbiamo deciso di fare alcuni dei brani storici, anche perché i più recenti li abbiamo suonati quasi tutti noi (sorride, ndr), per cui c’è stato un desiderio di cimentarci con i classici, quelli che ascoltavamo quando eravamo più giovani e che erano stati suonati da grandissimi musicisti, arrangiatori e direttori d’orchestra, artisti di straordinario talento, da Gianni Ferrio a Pino Presti, passando per Bruno Canfora e molti altri ancora».

Potremmo stare qui a parlare per ore delle numerosissime collaborazioni che hai avuto nel corso della tua carriera, da Rino Gaetano a Gino Paoli, sono talmente tanti i nomi che non potrei farli tutti. Ma c’è un incontro che reputi fondamentale per il tuo percorso sia umano che artistico?

«Dipende molto dalle epoche, ad esempio ho un ricordo molto particolare di Rino Gaetano perché quando ho suonato con lui ero appena uscito dal conservatorio, avevo vent’anni ed ero indeciso se fare il musicista classico o meno, poi è arrivata questa chiamata e così ho deciso di partire in tournée con lui Riccardo Cocciante e New Perigeo, la ricordo come una tournée pazzesca. Più avanti cito ovviamente l’incontro con Mina, poi anche Gino Paoli, con lui ormai sono vent’anni che lavoriamo insieme, abbiamo stretto un rapporto pazzesco, suoniamo insieme improvvisando, seguiamo l’istinto e il momento, per me è una grandissima esperienza anche umana. Fortunatamente ho lavorato con tanti artisti anche di prestigio internazionale, come Chet Baker e Michael Brecker, esperienze molto intense che mi hanno segnato profondamente».

Cosa manca alla musica di oggi e quale credi sia il valore aggiunto che hanno le nuove generazioni rispetto a quelle passate?

«Tra le nuove generazioni di jazzisti c’è molto talento, oltre che una grandissima preparazione, questo a discapito ogni tanto della capacità comunicativa, perché troppa tecnica spesso ti allontana dall’emozione, il musicista tende ad autocompiacersi per la difficoltà di quanto mostrato e diventa un po’ troppo concettuale, proprio come è accaduto per la musica classica quando è diventata contemporanea. Per quanto riguarda il mondo della canzone italiana, penso che sia in crisi, forse sbaglierò, ma credo che la musica sia lo specchio dei tempi e della società, di conseguenza considero questo momento culturalmente un po’ buio, me ne rendo conto pensando soprattutto agli anni ’70, quelli che ho vissuto intensamente.

Non vorrei sembrare nostalgico, ma oggi vige il culto dell’apparenza, in linea di massima la tendenza è molto superficiale, la televisione ha incrementato il concetto di usa e getta, per cui i giovani cantanti raggiungono in un attimo la popolarità per poi finire per essere dimenticati dopo poco. Ci sarebbe bisogno di recuperare un po’ di spirito dal passato, altrimenti le radio continueranno a passare un solo tipo di musica, è un circolo vizioso dal quale difficilmente si riuscirà ad uscirne. Io lo spero, ho sempre fiducia nell’umanità, ad esempio una ventina di anni fa ero rimasto sorpreso dal primo disco di Norah Jones, pubblicato in un momento in cui la roba che circolava era frivola e super pompata, con quell’album ha riportato attenzione alla musica un po’ come aveva fatto Carole King una trentina d’anni prima. Questo significa che la società ogni tanto si resetta e và a caccia di profondità, certo che i media dovrebbero contribuire a dare una mano».

Per concludere, qual è la lezione più importante che hai appreso dalla musica in tutti questi anni di attività?

«E’ una domanda difficilissima (sorride, ndr), senza pensarci troppo ti direi che la musica è l’unico linguaggio che non ha frontiere ed è capace di veicolare le emozioni sia al pubblico ma anche a chi suona. E’ una forza immensa, che può avere dei poteri terapeutici incredibili, più volte mi è capitato di vedere persone che dopo un concerto erano riuscite a riprendersi da un momento difficile, da una situazione che aveva donato loro sconforto. Oltre ad essere la colonna sonora della vita di ognuno di noi, la musica ha un enorme potere, proprio per questo motivo và usata bene, io stesso mi batto affinché non venga presa con superficialità da chi la fa, per cui sono necessari lo studio e la disciplina, indipendentemente dal talento e dalla creatività di ciascun individuo, perché solo quando vai in profondità riesci a capirne l’importanza».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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