Dardust: “Storm and drugs? La mia visione aperta della musica” – INTERVISTA

A tu per tu con il musicista e producer Dario Faini, in uscita con il suo terzo progetto discografico

Si intitola “Storm and drugs” l’album che segna il ritorno alle origini di Dario Faini, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Dardust, il produttore del momento, reduce da uno straordinario 2019 ricco di soddisfazioni, certificazioni e collaborazioni importanti con artisti del calibro di Mahmood, Jovanotti, Elisa, Thegiornalisti, Rkomi e molti altri. In attesa di vederlo nuovamente in veste di co-autore a Sanremo dei brani di Elodie e Rancore, a dodici mesi di distanza dal trionfo di “Soldi”, ritroviamo il noto musicista per scambiare con lui quattro chiacchiere e approfondire la conoscenza della sua personalissima visione musicale.

Ciao Dario, bentrovato. Partiamo dal tuo nuovo progetto discografico, il terzo e ultimo capitolo di questa trilogia iniziata già qualche anno fa. Com’è nata e come si è evoluta nel tempo l’idea di questo lavoro?

«Nel 2014 è nato Dardust, questo mio alter ego che è partito subito nella mia testa come un viaggio con un itinerario ben chiaro di tre tappe, le città che sin dall’inizio ho scelto sono Berlino, Reykjavik e Londra. A queste si è aggiunta nell’ultimo capitolo “Storm and drugs”, anche Edimburgo, perché nel frattempo sono nati anche altri concetti, sul lato stilistico sono affiorati due elementi importanti, lo Sturm und Drang ma anche una certa passione per la generazione chimica esplorata da Irvine Welsh e Danny Boyle, che ha visto come manifesto “Trainspotting”, scritto e girato proprio a Edimburgo, quindi ho avvertito la necessità di esplorare e respirare quel luogo».

Pianista e producer, come riesci a coniugare queste due anime diverse? Perché, parliamoci chiaro, ci si poteva aspettare da te un album diverso, con tanti featuring, dal multiplatino facile diciamo… 

«E’ stato tutto piuttosto spontaneo, perché la mia attività come Dardust nasce da un’esigenza di uscire da una certa forma canzone, perché le parole stesse creano nell’ascolto già una mappa nell’immaginario di un pezzo, perché danno già una loro sceneggiatura, quindi mi piaceva l’idea di sdoganare questo tipo di meccanismo e donare una visione aperta della musica, in modo che chiunque dal Brasile o dal Giappone possa proiettare ciò che vuole e crearsi un proprio mondo».

Interessante la fusione di questi due mondi, perché in qualche modo la struttura richiama la forma canzone tipica del pop, come sei riuscito in qualche modo a trovare una nuova formula per un brano strumentale?

«Non è stato facile, non a caso ci sono voluti tre dischi e credo che questo sia il più maturo, quello dove l’aspetto pianistico e l’elettronica hanno trovato un equilibrio nuovo, più consapevole, più dettagliato. Per arrivare a questo c’è voluto oltre un anno di lavoro per la produzione, ogni passaggio dell’album è stato messo in discussione tante volte, è un progetto creato e cresciuto passo dopo passo, in maniera molto viscerale e assolutamente non semplice, ma sono contento del risultato. Credo che tutte le traiettorie che ho lasciato intendere e intravedere nei primi due dischi, adesso abbiano trovato una loro meta, solida e chiara».

Il 2019 è stato un anno fantastico, al di là dei numeri, delle certificazioni, quali sono le soddisfazioni più grandi che ti porti dietro?

«Tutte le sorprese e i miracoli che sono accaduti, anche se nella vita non mi aspetto mai nulla, una volta che il brano esce è come se non mi appartenesse più. L’attenzione è sempre nella fase di composizione e produzione, successivamente non puoi più controllare gli effetti di un pezzo, quindi tutto quello che è accaduto è un bellissimo regalo, a partire da “Soldi” di Mahmood al lavoro con i Thegiornalisti, passando per Jovanotti, Elisa e tanti episodi inaspettati che ho vissuto assolutamente con stupore».

Il 2020 ha tutta l’aria di essere un altro anno importante. Tornerai a Sanremo, puoi anticiparci qualcosa?

«A Sanremo ho due brani in cui ho co-scritto, due pezzi sicuramente non così lineari e canonici, questo mi piace. Non mi aspetto nulla, come al solito, vorrei creassero una certa meraviglia nell’ascolto e che riuscissero a donare qualcosa di nuovo, magari, rispetto a quanto si è già detto e fatto. Sono due canzoni di cui sono molto orgoglioso, “Andromeda” scritto con Mahmood per Elodie e “Eden” scritto con Rancore, un artista che ho sempre ammirato tanto, io e lui abbiamo un immaginario molto simile sul come traduciamo le nostre visioni, chiaramente lui più concentrato sulle parole e sulla metrica, io più sul lato del suono. Ci siamo incontrati tramite il mio editore Klaus Bonoldi, che devo ringraziare perché ha intuito in anticipo la potenzialità di questo tipo di collaborazione. Sai, non avrei mai immaginato di lavorare con lui, l’ho sempre seguito con grande stima e anche un po’ di soggezione forse, poi ci siamo trovati ed è nato questo pezzo che ascolterete».

Il nuovo anno ti vedrà protagonista anche in tournèe, hai già un’idea di come saranno strutturati questi spettacoli?

«Il live sarà molto bello, non vedo l’ora, il fine ultimo di questo mio percorso è proprio quello di salire sul palco e mettere in scena queste visioni. Lo spettacolo sarà suddiviso in due atti con una bella tempesta in mezzo che farà da swicht tra le parti, tutto scenografato e rappresentato attraverso visual e luci, c’è un bel team che sta già lavorando alla produzione del live, ho già tutto chiaro, compresa la scaletta. Sarà un viaggio, un’esperienza, chi verrà a vedermi nuovamente dal vivo troverà uno spettacolo compiuto e strutturato, una storia che durerà un’ora e un quarto, che spero possa emozionare».

Per concludere, vista la versatilità delle tue produzioni che uniscono vari generi e generazioni, dove e a chi desideri arrivare attraverso le tua musica? 

«La sfida adesso è l’estero, so che questo album rappresenta una sorta di punto di partenza, come mettere i piedi fuori da casa, è tutto un percorso da costruire, senza fretta e senza ansie. Mi auguro di arrivare a più persone possibili, a quelli che sono pronti per entrare in questa dimensione per alcuni versi un po’ più estrema rispetto ad altri percorsi tracciati nel genere neoclassico, spero di trovare anche oltre confine il pubblico trasversale che mi viene ad ascoltare qui in Italia quando suono, dai ragazzini agli adulti, persone pronte a credere nella stessa magia che ho vissuto io quando l’ho scritta».

© foto di Emilio Tini

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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