Davide Mancini: “La musica mi ha insegnato il rigore” – INTERVISTA
A tu per tu con Davide Mancini per parlare del suo nuovo progetto discografico intitolato “Effimeri, erranti e vagabondi”. La nostra intervista al cantautore valdostano
Si intitola “Effimeri, erranti e vagabondi” il nuovo album del cantautore valdostano Davide Mancini. Si tratta di un disco concettuale che racconta il disagio emotivo e spirituale dell’uomo contemporaneo, sospeso in un mondo sempre più complesso, teso e conflittuale.
Ad anticipare il progetto è il singolo “Sono un tipo problematico”, una provocazione ironica e profondamente attuale: oggi tutto sembra renderci più inquieti, più fragili, più complicati. Anche il rapporto con sé stessi si è appesantito, travolto da un clima sociale e geopolitico che influenza inevitabilmente la vita quotidiana.
“Effimeri, erranti e vagabondi” conclude idealmente una trilogia artistica nata da Madame Gerbelle, chiudendo un percorso dedicato alle inquietudini, alle fragilità e al senso di smarrimento del nostro tempo. L’album è composto da otto brani di cui quattro in italiano e quattro riarrangiati in dialetto valdostano, in un dialogo continuo tra identità contemporanea e radici territoriali.
Chi sono questi effimeri, erranti e vagabondi di cui parli? Figure simboliche o reali?
«Gli effimeri, erranti e vagabondi sono persone realissime, che vivono immerse in un sistema che spesso non rende loro giustizia. Sono individui animati da dubbi e domande, costantemente alla ricerca di un senso rispetto a ciò che fanno e a ciò che accade. Hanno una forte sensibilità artistica e, proprio per questo, finiscono spesso ai margini di ciò che oggi il sistema richiede».
Hai raccontato che l’album nasce da una domanda molto concreta: come vivere serenamente in un tempo così caotico? Durante la scrittura del disco, che risposte hai trovato?
«È una domanda alla quale mi piace rispondere perché, all’interno della trilogia, questo è il disco in cui ho cercato maggiormente di scavare verso l’invisibile: tutto ciò che ha poco a che fare con il consenso e la materialità, ma che affonda le radici nella creatività più pura. È stato un percorso faticoso, perché ogni ricerca profonda richiede di mettersi in gioco. Alla fine, è nato un lavoro fortemente permeato di creatività e autenticità».
A livello musicale, che tipo di lavoro c’è stato dietro la ricerca del sound da attribuire alle tracce del disco?
«Ho avuto la fortuna di lavorare con grandi musicisti. Penso a Ivan Ciccarelli, che ha prodotto Madame Gerbelle, e a Massimo Spinosa, uno dei musicisti più importanti della scena italiana degli ultimi decenni. Oltre alla preparazione tecnica, possiede una grande sensibilità culturale e artistica. Ha compreso subito la direzione che volevo prendere e ha costruito sonorità semplici ma estremamente efficaci, esattamente ciò che cercavo».
Il singolo “Sono un tipo problematico” utilizza l’ironia per raccontare un malessere diffuso. Quali riflessioni hanno ispirato questa tematica?
«È un titolo volutamente provocatorio. Nella tradizione greca e latina il “problema” è qualcosa che viene posto davanti al cammino: un ostacolo, ma anche un invito a fermarsi, osservare, riflettere e creare. In questo senso, Un tipo problematico significa quasi un tipo pensieroso. Oggi i problemi che ci vengono posti davanti sono moltissimi e, soprattutto tra i più giovani, è inevitabile sentirsi in difficoltà. Non per colpa loro, ma perché viviamo in un contesto che rende tutti, in qualche modo, problematici».
La Valle d’Aosta è molto presente nel progetto, non solo come luogo geografico ma quasi come stato dell’anima. Quali aspetti della tua terra ti piacerebbe riuscire a trasferire con queste canzoni?
«La Valle d’Aosta è una grande suggestione dal punto di vista naturalistico. È una realtà piccola, poco antropizzata, che si comprende davvero solo entrando in relazione con la natura. Una natura imponente, a volte consolatoria, altre inquietante, ma sempre fonte di ispirazione. Mi affascina anche la sua ricchezza linguistica, frutto dell’incontro tra francoprovenzale, francese e dialetti che cambiano da vallata a vallata. Capisco però le difficoltà dei giovani nel vivere in un contesto simile. È naturale che cerchino confronto, movimento e nuove esperienze. Per questo credo che territori come la Valle d’Aosta debbano investire in proposte culturali e professionali capaci di offrire prospettive diverse. Non manca il lavoro, grazie anche al turismo e a un’economia solida, ma resta il problema dello spopolamento giovanile».
Questo lavoro conclude idealmente una trilogia iniziata con “Madame Gerbelle”. Guardando indietro, quale filo rosso unisce i tre capitoli e in cosa “Effimeri, Erranti e Vagabondi” rappresenta la chiusura del cerchio?
«Il filo conduttore è la ricerca dell’autenticità nei rapporti umani e la disillusione nei confronti del mondo politico e del sistema. Da una parte c’è l’amarezza di chi ha tolto il velo da certe illusioni; dall’altra resta un sogno quasi donchisciottesco: continuare a vivere e creare con autenticità, sentimento e verità».
Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver imparato dalla musica fino ad oggi?
«Ho imparato a lavorare con maggiore consapevolezza sulla voce, sullo strumento e sulla struttura della canzone. È il risultato di un lungo percorso, del confronto con grandi professionisti e di un approccio sempre umile. La musica mi ha insegnato soprattutto il rigore: oggi sono molto più attento al metodo, alla costruzione del brano, al suono e alla scelta delle parole. Se un tempo mi affidavo maggiormente all’ispirazione del momento, oggi ho capito che la creatività ha bisogno anche di disciplina. È un lavoro quotidiano che porto avanti con piacere e serietà, e che nel tempo restituisce i suoi risultati, anche dal vivo».