Delia: “La mia missione è dimostrare che il siciliano non è una lingua antica” – INTERVISTA
A tu per tu con Delia per parlare del suo primo album intitolato “Sicilia Beddae”, disponibile dallo scorso venerdì 3 luglio 2026. La nostra intervista alla cantautrice
Nel giro di pochi mesi Delia è passata dall’essere una delle rivelazioni di X Factor 2025 a una delle voci più riconoscibili del nuovo cantautorato italiano. L’esibizione sul palco del Festival di Sanremo accanto a Serena Brancale e Gregory Porter, il successo di “Al mio paese” con Serena Brancale e Levante, un tour partito tra i sold out e, ora, il primo album “Sicilia bedda” raccontano un percorso in costante crescita, costruito senza rinunciare alla propria identità.
Più che un disco d’esordio, “Sicilia bedda” è un manifesto artistico: un lavoro in cui il dialetto siciliano diventa linguaggio contemporaneo, la tradizione dialoga con sonorità attuali e le radici si trasformano in uno sguardo sul presente. In questa intervista Delia ci accompagna dentro la genesi del progetto, riflette sul valore della propria terra e della propria lingua, sul ruolo delle figure femminili nelle sue canzoni e sul momento straordinario che sta vivendo, senza perdere di vista ciò che considera davvero essenziale: restare fedele a sé stessa.
Delia racconta il suo primo disco “Sicilia bedda”, l’intervista
“Sicilia bedda” è il titolo del tuo primo album, come si è sviluppato il processo creativo delle tracce che lo compongono?
«In realtà il titolo dell’album può un po’ sviare, perché “Sicilia bedda” prende il nome dal singolo che mi ha fatto conoscere al grande pubblico, ma la vera radice di questo progetto è l’utilizzo della lingua siciliana nelle sue tantissime sfaccettature. La mia missione è dimostrare che il siciliano non è una lingua antica da relegare per forza al folk, ma può indossare tantissimi “vestiti” diversi. Nell’album ci sono brani che lo testimoniano e altri in cui mi sono divertita a raccontare storie con un taglio ironico, affrontando anche temi che considero piuttosto delicati».
Il primo approfondimento ce l’avrei sul titolo, che di primo acchito potrebbe sembrare nostalgico, perché ha a che fare con le radici, la memoria, il senso di appartenenza. Invece, ascoltando il disco, si ha la sensazione che la Sicilia non sia per te un posto da ricordare, ma un modo di osservare il mondo. Al di là delle foto da cartolina, dei souvenir per i turisti come le calamite da attaccare al frigo, le maioliche con i limoni o i pupi, che Sicilia hai avuto l’urgenza di raccontare?
«Per me la Sicilia non è soltanto una terra: è una persona, è una madre. E, come tutte le madri, tratta bene i propri figli, anche se a volte è fin troppo permissiva e li lascia andare. Ho cercato di raccontare soprattutto le persone che la vivono: il loro fuoco, la loro solarità, ma anche i lati più ombrosi e quelli più giocosi. È una terra dalle infinite sfaccettature e, così come la lingua siciliana prende tante strade diverse all’interno del disco, anche la Sicilia mostra tantissimi volti nelle mie canzoni».
L’utilizzo della lingua siciliana, in queste tue canzoni, non sembra solo una scelta estetica, ma soprattutto emotiva. Ci sono cose che riesci a dire o sentimenti che riesci a esprimere solo in siciliano?
«È proprio il motivo per cui ho iniziato a scrivere in siciliano. Quando prendo confidenza, nella vita di tutti i giorni, finisco naturalmente per parlare in dialetto: è il momento in cui parlo davvero di stomaco, di pancia. Ci sono parole come “geniusa” o “camurrìa” che sono praticamente intraducibili. A un certo punto mi sono chiesta: se voglio scrivere canzoni sincere, che raccontino davvero ciò che penso e quello che vivo, perché non farlo nella mia lingua? Da lì è nato tutto. È stata una scelta di verità e autenticità».
Oltre all’attenzione che dai alla tua terra, che è l’ambientazione delle tue storie, ci sono anche i ruoli, spesso affidati a figure femminili, le donne protagoniste delle tue canzoni. Penso a “Fimmina”, “Libera”, “Zitta e muta” e “Cleopatra”. C’è un filo conduttore che lega queste storie, che è un po’ quello di ribellarsi e scegliere il proprio destino, no?
«Sì. Io mi definisco una donna libera e ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia e in un ambiente che mi hanno sempre permesso di esserlo. In ogni personaggio delle mie canzoni c’è un po’ della mia esperienza e della mia vita. Ho sempre avuto questa spinta alla ribellione: non mi è mai piaciuto seguire i sentieri già battuti, ho sempre cercato di costruire il mio percorso. Mi piace anche usare molto l’ironia, come accade in “Cleopatra”, perché credo che attraverso l’ironia si possano affrontare temi anche delicati o potenzialmente volgari con leggerezza, facendo riflettere senza appesantire».
C’è una tua riflessione che hai condiviso sui social e che mi ha colpito. Hai detto: “Le canzoni, finché restano con chi le ha scritte, sono quasi un segreto. Quando escono e incontrano gli altri, però, cominciano davvero a vivere e a percorrere il loro viaggio”. Ecco, ora che questi segreti stanno per essere svelati, quali stati d’animo ti accompagnano?
«C’è sicuramente un po’ di paura, perché è come se stessi mettendo al mondo dei figli. Però c’è anche tanta consapevolezza e soprattutto felicità, perché finalmente tutte queste canzoni, che per tanto tempo sono rimaste chiuse nel cassetto e nella mia stanza, adesso possono essere ascoltate. Dentro di me convivono entrambe queste emozioni».
Nel giro di pochi mesi hai vissuto X Factor, il palco di Sanremo, un tour sold out, un singolo “Al mio paese” che ha conquistato le classifiche e adesso l’uscita imminente del tuo primo album. Quando succedono tante cose insieme, una dietro l’altra, in un’epoca come questa che poi va molto veloce, c’è un modo per riuscire a godersi tutto senza perdere nemmeno un momento di ciò che di bello ci accade intorno?
«È difficile, perché a volte succedono così tante cose che non si riescono nemmeno a metabolizzare. Credo che la chiave sia essere consapevoli di chi si è, come persone, e condividere la felicità con chi si ama davvero. La cosa più bella è che tutto quello che mi è successo, pur avendomi un po’ scombussolato la testa, non mi ha cambiata. Sono rimasta la stessa Delia di prima e accanto a me ci sono ancora le stesse persone. È quasi come se la Delia di oggi guardasse quella che sta vivendo tutto questo con ammirazione. È il mio modo di affrontare ciò che mi sta accadendo».
Poco fa citavo Sanremo, nella passata edizione sei stata ospite nella serata cover insieme a Serena Brancale e Gregory Porter, interpretando “Bésame Mucho”. Ti chiedo due cose: com’è stato questo incontro ravvicinato con il Festival, una delle tradizioni più importanti del nostro Paese; e la seconda, se nella lista dei tuoi desideri c’è o meno un flag alla voce Sanremo?
«Essere arrivata a Sanremo praticamente agli inizi della mia carriera è stato illuminante. Non smetterò mai di ringraziare Serena Brancale per avermi dato questa opportunità. Io Sanremo l’ho sempre guardato e, quando sono salita su quel palco per le prove, quasi non riuscivo a muovermi dall’emozione. Poi, quando mi sono seduta al pianoforte, ho realizzato davvero dove fossi. Suonare con un’orchestra del genere è un sogno che diventa realtà. E sì, sarei ipocrita se dicessi che non vorrei tornarci con un mio brano. Credo sia il sogno di qualsiasi cantante: arrivare su quel palco con una propria canzone significa aver raggiunto un traguardo davvero importante».
L’attuale singolo con Fiat131, si intitola “Rum e cioccolata”. Qui il tema è quello della gelosia, mi piacciono le metafore che utilizzate, dall’accostamento dei due elementi nel titolo stesso, a definizioni come guerra fredda o sceneggiata, o cause perse, che descrivono un po’ la sensazione di chi realizza di non riuscire né a fare a meno né a sopportare quella relazione. È un amore che vive di contrasti quello che avete voluto raccontare, no?
«Sì, perché nella realtà credo che quasi nessuna relazione segua una linea retta. La gelosia è uno dei problemi di coppia più comuni. È stato bellissimo condividere questo brano con Fiat131, che oltre a essere un grande autore è anche un mio caro amico e con cui ho scritto tantissime canzoni. Anche qui abbiamo scelto un taglio ironico, alleggerendo un sentimento che invece può avere conseguenze molto pesanti, ma che purtroppo è qualcosa che ritorna spesso nelle relazioni»,
Per concludere, c’è una lezione in particolare che pensi di aver tratto dalla musica fino ad oggi?
«Sono tanti, è difficile sceglierne uno. Il primo è sicuramente circondarsi delle persone giuste. Un team di lavoro costruisce un artista tanto quanto un artista costruisce il proprio team: sono due realtà che devono camminare insieme. È fondamentale avere fiducia nelle persone con cui lavori, perché solo così puoi vivere l’arte nella maniera più pura possibile. La seconda lezione è quella di non smettere mai di credere nei propri sogni. Puoi trovare mille ostacoli lungo la strada, ma se il tuo obiettivo resta sempre davanti a te, allora vale la pena continuare a inseguirlo. E si può raggiungere».