Dennis: “Oggi mi sento in pace con quello che creo” – INTERVISTA
A tu per tu con Dennis per parlare del l’album “Stargirl”, uscito lo scorso 24 aprle 2026. La nostra intervista al giovane artista piemontese
Dopo un periodo di distanza necessario, Dennis torna con “Stargirl”, un album che segna un nuovo inizio e racconta un percorso di trasformazione personale e artistica. Un progetto pop contemporaneo che si sviluppa come un racconto in movimento, dove le dodici tracce diventano tappe di un viaggio intimo, fatto di riflessioni, fragilità e cambiamenti.
Tra sonorità che mescolano elementi suonati ed elettronici e una scrittura diretta e personale, “Stargirl” si configura come un collage emotivo capace di essere al tempo stesso individuale e universale. Un lavoro che non cerca risposte definitive, ma accoglie nuove consapevolezze e ridefinisce il modo di stare dentro le esperienze, trasformando anche ciò che è stato difficile in parte integrante di un equilibrio in evoluzione.
In questa intervista, Dennis ci accompagna dentro il mondo del disco, ripercorrendo gli anni che lo hanno portato fin qui e il significato di questa nuova fase.
Dennis racconta il disco “Stargirl”, l’intervista
Come nasce e cosa rappresenta oggi per te questo progetto?
«Sicuramente è la dimostrazione del mio percorso in questi anni. Dal primo album sono cambiate tante cose e si sono aggiunti tasselli man mano che la vita andava avanti. Tutti questi elementi sono confluiti in questo progetto che ha preso la forma di “Stargirl”, una figura eterea che cambia in base alle esperienze, a quello che le succede, e capisce come reagire e affrontare la vita».
Che anni sono stati questi e quando hai capito che un cambiamento era necessario?
«Il cambiamento è necessario ogni giorno. L’evoluzione che ho vissuto è stata anche forzata, perché siamo tutti costretti ad adattarci a ciò che ci succede. Però è proprio nella quotidianità che trovi qualcosa per cui evolverti, per andare avanti e darti un obiettivo».
Come sei arrivato all’idea della figura che accompagna il disco,,“Stargirl” appunto?
«Sono nate prima tante canzoni. Avevo un bacino enorme, più di 130 bozze tra pezzi completi e idee. A un certo punto mi sono reso conto che alcune canzoni avevano una direzione comune e facevano parte dello stesso immaginario. Da lì è nato il concept. “Stargirl” è arrivata in modo naturale, come sintesi di quel percorso».
Che lavoro c’è stato sul sound e sull’equilibrio tra suonato ed elettronico?
«Non è stato qualcosa di studiato a tavolino. Si è costruito poco alla volta. C’era la volontà di portare più strumenti veri, ma allo stesso tempo l’elettronica è qualcosa che mi appartiene. Quindi ho cercato di far convivere entrambe le cose e, portando questo approccio su tutte le tracce, si è creato un’identità sonora coerente».
Quanto è stato importante darti una meta e che direzione hai trovato?
«Oggi la mia meta è fare le mie cose e sentirmi orgoglioso di quello che faccio. È la cosa più importante. Poi ci sono anche obiettivi più materiali, ma ho imparato a tenerli per me. La direzione è questa: essere in pace con quello che creo».
Il passaggio da Deddy a Dennis è stato come togliersi una maschera?
«Sì, sicuramente. È parte del percorso. Non è un rinnegare quello che è stato, perché è stato fondamentale. Però crescendo cambi, metti in discussione te stesso e il modo in cui affronti le cose. È qualcosa che si sente molto anche nel disco».
Parliamo di Amici: come hai vissuto le conseguenze di quel successo arrivato così presto?
«Non credo dipenda solo da Amici, ma dal fatto che a 18 anni ti cambia la vita all’improvviso. È difficile da gestire, perché ti arriva tutto insieme e dai anche delle cose per scontate. Inoltre a quell’età ti paragoni agli altri, ed è una cosa malsana. Oggi questa cosa non mi interessa più, ed è un cambiamento importante».
Ti sei confrontato con altri artisti della tua generazione su questi meccanismi?
«Penso che tutti vivano dinamiche simili. Ci sono schemi invisibili che ti crei anche da solo: pensi che se non pubblichi la gente si dimentica di te, che devi fare certe cose per funzionare. Sono meccanismi mentali che portano anche a momenti di burnout, perché l’adrenalina arriva a picchi e poi sparisce».
In “Matrix” canti “tutto mi stanca, niente mi basta”… dirlo ti ha fatto più bene o male?
«È sempre una cosa che fa bene. Però nel momento in cui lo scrivi magari ti porta anche rabbia, perché vorresti tornare a una visione più semplice delle cose. Quando facevo il barbiere mi bastava poco per essere felice. Recuperare quella leggerezza è la vera sfida, ed è una questione mentale».
Quando parli di “lista”, tra le righe sempre di Matrix, ti riferisci a Sanremo?
«Sì. Avevo scritto quel pezzo in un periodo in cui pensavo potesse esserci una possibilità. Il riferimento è alla lista dei nomi. E tutto si lega al concetto di schema: sentirsi dentro un meccanismo e cercare comunque di essere protagonista, anche se non è qualcosa di positivo».
Questo sistema è inevitabile?
«Non credo che la colpa sia delle etichette o del pubblico. È qualcosa che sta nel mezzo, è un sistema più grande. Alla fine ognuno deve fare la musica che sente, senza farsi condizionare troppo».
Per concludere,cosa ti rende davvero fiero di “Stargirl”?
«È un disco in cui tante persone possono ritrovarsi. Parla d’amore, ma anche di cose personali come in “Hooligans” o “Matrix”. Ha un linguaggio molto diretto, colloquiale. Sono orgoglioso perché, per la prima volta, sono anche fan di questo disco: sono canzoni che ascolterei. In passato non sempre è stato così. Oggi invece sento che è esattamente il disco che volevo fare».