martedì, Aprile 16, 2024

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Di crisi in crisi: possiamo viverle cantando?

Dentro i testi delle canzoni che hanno raccontato la crisi

Il termine caratterizzante di questo Febbraio al tramonto potrebbe essere “crisi”: per le ruzzolate postume di un Festival sanremese, che qualche stress ha, comunque, generato; per l’anniversario di una guerra russa-ucraina che da un anno non conosce spiragli di pace; per la decadenza umanitaria a cui rimanda la recente tragedia al largo di Crotone. Crisi diverse, pesanti anche quando leggere, come quella (vera o presunta) dei Ferragnez; individuali, familiari, internazionali o etiche, le crisi traumatizzano, dopo il dolore della frattura iniziale, e cambiano la vita con trasformazioni profonde.

Ammettere la crisi è il dato di partenza. Lo sanno i Bluvertigo, che “sto vivendo una crisi, e una crisi C’è sempre ogni volta che qualcosa non va Sto vivendo una crisi, è una crisi È nell’aria ogni volta che mi sento solo So che rimarrò distratto per un po’ Quindi rimarrò altrettanto distante Quando inizia una crisi è un po’ tutto concesso Quasi come a carnevale (…) Quando arriva una crisi riaffiorano alcuni ricordi Che credevo persi Cosa penso di me? Cosa voglio da te? Dove sono? Cosa sono e perché? (…) Molto spesso una crisi è tutt’altro che folle È un eccesso di lucidità Sta finendo la crisi e ogni volta che passa una crisi Resta qualche traccia” (La crisi).

Dal canto suo, Ivano Fossati ammette la crisi, ma usa il distanziamento come meccanismo di difesa, per cui “non esco di casa no e no fuori c’è la crisi”. Ridimensionarla, non comporterà modifiche sul futuro prossimo, perciò “c’è la crisi e per Natale cosa mi regalerò? (…) La crisi ci aspetta giù al portone studia dove andiamo. La crisi ci segue come un granchio e non ci molla più (…) Va tutto bene più che bene oh, solo c’è la crisi. Va tutto bene più che bene solo solo un po’ di crisi. (…) Va tutto bene solamente non ce la facciamo più” (La Crisi).

Una sensazione tipica nella crisi d’amore che si amplifica specialmente nelle relazioni più profonde. È il caso di Fedez, quando canta, “e tu per me sei la crisi di stato, l’amore rubato in un vicolo Sei una rissa in cortile, un finale megamalinconico Tanto lo sai che non siamo come Marcello e la Loren E non ci sarà un altro film insieme Togli il proiettile a un soffio dal cuore Giochiamo al dottore chе ci fa bene Tutto l’amore chе non ho Tutti i casini che non hai E quante crisi mi fai Crisi di stato d’animo, felice e apatico Mi sveglio fradicio nel foro italico” (Crisi di stato).

Nino D’Angelo, pur sapendo che per la “crisi d’amore pochi giorni passerà Amma restà nu poco senza ce vedè”, è consapevole che “ma io addò ‘o trovo ‘o tiempo pe nun te penzà (…) Pecchè tu me manche E conto ‘e juorne ca passe Cu ‘a freve int’o core E ‘o stesso penziero: Chissà si me penza” (Crisi d’amore).

Se è vero che le crisi interiori si originano per un motivo preciso, come descrive Francesco Guccini“vedi cara, certe crisi son soltanto Segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire” (Vedi cara), può succedere di non saper riconoscere la loro causa e, per questo, ritrovarci nelle parole di Gianni Togni, “e come i cani annusare la città Sempre in crisi d’identità Non ce la faccio più” (Segui il tuo cuore); o in quelle di Renato Zero “ho paura sai, Delle crisi isteriche, mamma Temo il buio e poi” (No! Mamma no!).

In questi casi, ci può essere d’aiuto una persona esterna, ma non estranea a noi? Per Coez, certamente sì, visto “che c’hai sempre qualcosa da insegnare Mi metti in crisi e in questo testo non ti riesco a disegnare Vorrei portarti al mare, anzi portarti il mare” (La musica non c’è) e sperare di venirne fuori per riconoscerci e ricongiungerci ancora.

Oggi più che mai, nei tempi complessi che viviamo, anche la musica fatica ad avere un’identità precisa e vive la sua crisi. Interessante, in questo senso, il testo di Nitro: “questo non è rap, non è hip-hop, è il diario di uno psicopatico Con crisi di panico date da un cervello sadico Ho un trauma cranico ma mi ha detto un dottore Che un uomo col mio dolore sta meglio solo se muore” (Rotten).

Estremo e provocatorio, non è lontano dal vero, anzi potrebbe completare quello di Giuni Russo che raccoglie l’evidenza di una crisi sociale diffusa; una “dissociazione totale Crisi metropolitana E un desiderio di andare nel sud Prima che mi spazzi via Questo mio strano delirio una nevrosi di più (…) Che folla sui marciapiedi Traffico che picchia in testa Con questa rabbia che ho E’ strano, è strano dimmi che mi ami di più Quando ti faccio star male” (Crisi metropolitana).

E poi la crisi economica, le nuove povertà del mondo contemporaneo su cui riflettono Vasco Rossi con “quante famiglie sul lastrico Altro che crisi del dollaro Questa sì che sarebbe la crisi del secolo” (T’immagini) e Jaka feat. Raphael fra italiano e dialetto siciliano, “crisi dici chi c’è crisi Ma si stampano li sordi e s’accattano i paisi crisi unnè pi tutti a crisi… Talìa in italia soccu c’è na stu paisi c’è genti chi travagghia e ‘un arriva a fini ‘o misi e tra bollette multe e mille avvisi aumentano i problemi e sfioriscono i sorrisi quantu tassi di pagare compare u sai chi ta dire semu a mari un si po’ chiù campari ma a culpa è di cu cumanna e continua a cumannare e a curpa è puru nostra chi li lassau fari” (Crisi).

Esiste, infine, la crisi di un’intera civiltà. Per esempio, quella “occidentale”, a cui stiamo partecipando, modifica il mondo senza sosta e senza quiete, su cui riflette Franco Battiato, “tornerà la moda sedentaria dei viaggi immaginari e delle masturbazioni L’analista sa che la famiglia è in crisi, da più generazioni Per mancanza di padri Ed io che sono un solitario non riesco Per avere disciplina ci vuole troppa volontà” (Tramonto occidentale).

Probabilmente, la stessa dose di volontà necessaria a non subire le gabbie attuali e la paura del tempo che passa, come evidenzia Caparezza, “hey! Ho bisogno almeno di un motivo che mi faccia stare bene Sono stufo dei drammi in tele, delle lamentele, delle star in depre (…) E sono tempi pazzi, fricchettoni con i piedi scalzi che diventano ferventi nazi (…) Hey! Ho bisogno almeno di un motivo che mi tiri su il morale (…) Chi se ne sbatte Di diete famose, di strisce nel cielo e di banche (…) Non vivo la crisi di mezza età dove “dimezza” va tutto attaccato (…) Sono tutti in gara e rallento, fino a stare fuori dal tempo”. Chiudiamo con la buona intenzione di seguire il suo consiglio: “soffia nelle bolle con le guance piene E disegna smorfie sulle facce serie Devi fare ciò che ti fa stare Devi fare ciò che ti fa stare bene” (Ti fa stare bene (capitolo: l’ora d’aria)).

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Francesco Penta

Appassionato della parola in tutte le sue forme; prediligo, in particolar modo, la poesia a schema metrico libero. Strizzo l'occhio all'ironico, all'onirico e al bizzarro. Insieme alla musica sia la parola. Dopo la musica si ascolti il silenzio; da questo "vuoto sonoro" nasca un nuovo concerto.
Francesco Penta
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Appassionato della parola in tutte le sue forme; prediligo, in particolar modo, la poesia a schema metrico libero. Strizzo l'occhio all'ironico, all'onirico e al bizzarro. Insieme alla musica sia la parola. Dopo la musica si ascolti il silenzio; da questo "vuoto sonoro" nasca un nuovo concerto.