“Don’t Look Back In Anger”, ecco il docufilm con protagonisti gli Oasis e il loro popolo
Dopo la presentazione a Venezia, arriva nelle sale “Don’t Look Back In Anger” il docufilm evento sugli Oasis firmato da Steven Knight, diretto da Dylan Southern e Will Lovelace
Nella musica ci sono regole non scritte che tutti rispettano, confini che sembrano invalicabili. Eppure, la storia dell’industria discografica insegna una lezione ricorrente: mai dire mai. Perché proprio quando una pagina sembra chiusa per sempre, arriva una svolta che trasforma l’impossibile in realtà, riscrivendo le regole del gioco. Pensate a due fratelli che non si parlano da quindici anni, a una band che ha fatto della frattura familiare il suo sigillo definitivo, a un pubblico che si era quasi rassegnato a convivere con l’idea che certi capitoli non si riaprono. Poi, all’improvviso, quel capitolo torna a vivere e lo fa con una forza dirompente d’emozioni e vissuti.
È qui che prende forma “Oasis: Don’t Look Back In Anger”, presentato Fuori Concorso alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia e da oggi, 10 settembre, nelle sale italiane, prima dell’arrivo su Disney+ entro fine anno. Il film racconta uno degli ultimi lampi del rock a modo suo: partendo dal passato, dalla nascita fino all’apice e alla rottura, con immagini di repertorio di un’epoca che sembrava chiusa per sempre, per poi arrivare a ciò che pareva impossibile, i fratelli Gallagher di nuovo insieme, gli Oasis di nuovo su un palco.
Diretto da Dylan Southern e Will Lovelace e ideato dallo sceneggiatore Steven Knight, il film alterna prove del tour, backstage e concerti del tour della reunion, tenuti insieme dalle parole di Liam e Noel, che fanno da filo rosso a tutta la narrazione, compresa la loro prima intervista congiunta dopo oltre vent’anni. Ed è proprio in questo filo che sta il centro emotivo dell’opera: non guardarsi indietro con rabbia, appunto, saper ricominciare, riprendere un discorso mai davvero concluso perdonandosi a vicenda. Il vero contraltare della narrazione, però, è la gente.
Il popolo degli Oasis è coprotagonista a tutti gli effetti: non solo nelle folle oceaniche, negli occhi pieni di lacrime, nei cori e nelle risate, ma anche nelle voci e nei ricordi di alcuni fan intervistati, la cui memoria e presente emotivo si intreccia costantemente con quella dei due fratelli. Il punto di vista si sposta di continuo tra loro e i Gallagher, tra un passato che risuona come un’eco e un presente che è puro, bellissimo entusiasmo.
Colpisce vedere le diverse generazioni di fan, dai giovanissimi ai padri, unite dallo stesso identico stato di grazia, a conferma di quanto la reunion del tour “Oasis Live ’25”, con oltre due milioni di biglietti venduti dopo quasi quindici anni di separazione, sia stato molto più di un evento musicale. E poi c’è la musica, il potere immutato di certe canzoni, che arrivano come dentro un concerto vero, filtrate il giusto, spesso lasciate respirare con il loro audio ambientale, senza l’artificio di un mix troppo levigato. È una scelta che paga: restituisce la fisicità dello stadio, il boato della folla che sovrasta la voce di Liam, la chitarra di Noel che si perde nel rumore collettivo.
Il film rende giustizia alla musica della band in ogni suo aspetto, senza mai scadere nella semplice antologia di successi. Non è un documentario che indaga a fondo le ragioni della rottura o i retroscena più scomodi dei vent’anni di silenzio: la scelta è chiaramente quella di stare dalla parte dell’emozione, del presente condiviso, più che dell’analisi critica. Ma è proprio questa onestà di intenti a renderlo un’esperienza che funziona, soprattutto per chi con gli Oasis ci è cresciuto o li ha scoperti solo ora, grazie a questa reunion o alla magia dei social. Un film corale che trasforma un tour da stadio in un racconto collettivo di riconciliazione.