DoReMiCiak, al centro della colonna sonora de “La bella addormentata nel bosco”
Quando la musica incontra il grande schermo: alla scoperta delle colonne sonore che hanno fatto la storia del cinema. A cura di Beatrice Castoldi
Le colonne sonore non accompagnano semplicemente un film: lo raccontano, lo amplificano, lo rendono eterno. In ogni scena, c’è una nota che vibra, un tema che ritorna, una melodia che parla più delle parole. “DoReMiCiak” è la rubrica che unisce due mondi solo all’apparenza distinti: quello della musica e quello del cinema. Un incontro tra partiture e pellicole che ha fatto la storia della settima arte.
Ogni settimana, Beatrice Castoldi ci conduce dietro le quinte dei grandi capolavori sonori del cinema, tra aneddoti, recensioni e riscoperta di musiche indimenticabili. Il titolo “DoReMiCiak” si ispira alla celebre rubrica di Vincenzo Mollica, e vuole esserne in quale modo un omaggio. Perché a volte basta una sola nota per riaccendere un ricordo, una scena, un’emozione.
DoReMiCiak, al centro della colonna sonora de “La bella addormentata nel bosco”
Dopo aver attraversato il mondo del musical Disney, tra canzoni che danno voce ai personaggi e colonne sonore che accompagnano le loro trasformazioni, esiste un altro modo, meno immediato ma altrettanto affascinante, in cui la musica entra nel racconto: quello dell’incontro con la tradizione classica.
Con “La bella addormentata nel bosco” nel 1959, la Disney compie una scelta precisa e ambiziosa: costruire l’intera identità musicale del film a partire da un’opera già esistente, il celebre balletto “La bella addormentata” di Tchaikovsky. Non si tratta di una semplice ispirazione, ma di una vera e propria rielaborazione, in cui temi, atmosfere e strutture della musica ottocentesca vengono adattati al linguaggio del cinema d’animazione. Il risultato è una pellicola in cui la musica diventa parte integrante dell’estetica stessa: dalle melodie eleganti alle orchestrazioni sontuose, tutto contribuisce a creare un mondo sospeso, fiabesco, che affonda le sue radici nella tradizione del balletto e della musica sinfonica.
Tra i momenti musicali più emblematici, “Io lo so” (“Once Upon a Dream”) rappresenta il caso più evidente di dialogo tra film d’animazione e musica classica. La melodia della canzone, infatti, non è originale in senso stretto, ma deriva direttamente dal valzer del primo atto del balletto di Tchaikovsky.
Nel passaggio dal teatro al cinema, la trasformazione è significativa ma rispettosa. Nel contesto originale, il valzer è un brano puramente strumentale, costruito secondo la tradizione ottocentesca: una danza elegante, basata su un ritmo ternario fluido e su una melodia ampia e cantabile, pensata per accompagnare il movimento coreografico. La musica suggerisce grazia, leggerezza e un senso di incanto, ma non è legata a un testo o a un significato narrativo preciso. Nel film Disney, questa stessa melodia viene invece trasformata in una vera e propria canzone. L’aggiunta del testo cambia radicalmente la funzione del brano: da accompagnamento coreografico diventa momento narrativo e psicologico, dando voce ai sentimenti dei personaggi. Aurora e Filippo non si limitano più a “danzare” il loro incontro, ma lo vivono e lo raccontano attraverso il canto.
Dal punto di vista musicale, la struttura del valzer viene mantenuta quasi intatta. Il ritmo in tre tempi continua a sostenere il movimento, conservando quella qualità oscillante e sognante tipica della danza. Anche la melodia rimane fedele all’originale, con le sue frasi ampie e fluide, che sembrano naturalmente predisposte al canto. È proprio questa cantabilità intrinseca a rendere il tema di Tchaikovsky così adatto alla trasformazione in canzone. Ciò che cambia è soprattutto l’orchestrazione e il contesto espressivo. La versione Disney accentua il carattere romantico del brano, con un accompagnamento più morbido e avvolgente, pensato per sostenere le voci e guidare l’ascoltatore verso una lettura emotiva precisa: quella dell’amore “destinato”, già suggerito dal testo. La musica, che nel balletto evocava un’atmosfera generale di eleganza e incanto, qui diventa il linguaggio diretto del sentimento.
Un altro caso particolarmente significativo è la scena in cui Aurora, ormai sotto l’influsso dell’incantesimo, viene attirata verso l’arcolaio. Anche qui la musica affonda le sue radici nel balletto, ma il lavoro di adattamento diventa ancora più evidente. Il compositore George Bruns rielabora il materiale originale trasformandolo in un vero e proprio strumento narrativo: la musica guida la scena.
Il tema associato a Malefica viene qui reso più cupo, insistente, quasi ipnotico. Le frasi musicali di archi e fiati si ripetono e si avvolgono su sé stesse, creando una tensione crescente che riflette lo stato di trance della protagonista. Ma l’aspetto più interessante è la percezione quasi “vocale” della melodia: il modo in cui le note si susseguono dà l’impressione che la musica stia chiamando Aurora, come se pronunciasse il suo nome. In questo momento, la colonna sonora smette di essere un semplice sottofondo e diventa una presenza attiva all’interno della scena. È la musica stessa a incarnare l’incantesimo, a trascinare il personaggio verso il suo destino. Si tratta di un uso profondamente cinematografico del materiale di Tchaikovsky: pur mantenendo il legame con il balletto ottocentesco, Bruns ne modifica funzione e percezione, adattandolo alle esigenze narrative del film.
Questo tipo di intervento mostra chiaramente come “La bella addormentata nel bosco” non si limiti a citare la musica classica, ma la trasformi in linguaggio filmico. I temi del balletto vengono riconfigurati per dialogare con immagini, ritmo e psicologia dei personaggi, dimostrando come la tradizione possa essere rielaborata in modo creativo senza perdere la propria forza espressiva.