DoReMiCiak, al centro della colonna sonora di “Encanto”
Quando la musica incontra il grande schermo: alla scoperta delle colonne sonore che hanno fatto la storia del cinema. A cura di Beatrice Castoldi
Le colonne sonore non accompagnano semplicemente un film: lo raccontano, lo amplificano, lo rendono eterno. In ogni scena, c’è una nota che vibra, un tema che ritorna, una melodia che parla più delle parole. “DoReMiCiak” è la rubrica che unisce due mondi solo all’apparenza distinti: quello della musica e quello del cinema. Un incontro tra partiture e pellicole che ha fatto la storia della settima arte.
Ogni settimana, Beatrice Castoldi ci conduce dietro le quinte dei grandi capolavori sonori del cinema, tra aneddoti, recensioni e riscoperta di musiche indimenticabili. Il titolo “DoReMiCiak” si ispira alla celebre rubrica di Vincenzo Mollica, e vuole esserne in quale modo un omaggio. Perché a volte basta una sola nota per riaccendere un ricordo, una scena, un’emozione.
DoReMiCiak, al centro della colonna sonora di “Encanto”
Dopo aver esplorato i paesaggi nordici e le atmosfere fiabesche di Frozen, la musica dei film Disney compie un nuovo viaggio geografico e culturale con “Encanto“. Il film del 2021 abbandona i ghiacci di Arendelle per immergersi nei colori e nei ritmi della Colombia, portando sullo schermo una storia profondamente radicata nella cultura latino-americana e nella dimensione della famiglia.
In questo contesto, anche il linguaggio musicale cambia. Le canzoni non sono più solo momenti di introspezione individuale, ma diventano strumenti corali, capaci di raccontare relazioni, tradizioni e dinamiche familiari. La colonna sonora, firmata da Lin-Manuel Miranda e Germaine Franco, si muove tra generi e influenze diverse – dalla musica latina al teatro musicale contemporaneo – creando un mosaico sonoro che riflette la complessità della famiglia Madrigal.
Se “Frozen” raccontava la ricerca della propria identità personale, “Encanto” sposta lo sguardo su un’altra domanda: che cosa succede quando l’identità di una persona è definita dalle aspettative della propria famiglia? Nel film questa domanda è al centro dell’intero racconto, e la musica diventa lo strumento principale per esplorarla.
La storia ruota attorno alla famiglia Madrigal, una famiglia straordinaria in cui ogni membro possiede un dono magico: forza sovrumana, controllo del tempo atmosferico, capacità di guarire o di prevedere il futuro. Tutti, tranne Mirabel. Quando arriva il momento della sua cerimonia, il miracolo non le assegna alcun potere, lasciandola in una posizione unica e difficile all’interno della famiglia. All’inizio del film, Mirabel non è ancora la protagonista di una trasformazione personale: è piuttosto la voce narrante che introduce lo spettatore nel mondo dei Madrigal.
Attraverso la canzone “La Famiglia Madrigal”, racconta la storia della sua famiglia e dei loro straordinari talenti, presentando uno per uno i membri della casa e i ruoli che ciascuno ricopre all’interno della comunità. Dal punto di vista musicale, la canzone riflette chiaramente lo stile di Lin-Manuel Miranda, caratterizzato da un ritmo incalzante e da una scrittura vocale estremamente rapida e sillabica, che ricorda il linguaggio del teatro musicale contemporaneo. La melodia si muove con agilità sopra un accompagnamento ricco di influenze latinoamericane, mentre la struttura del brano cambia continuamente per adattarsi ai diversi personaggi presentati. Ogni nuovo membro della famiglia introduce infatti una variazione ritmica o timbrica, creando un mosaico musicale che rispecchia la varietà dei doni dei Madrigal.
Ma sotto la superficie brillante della canzone si intravede già il nucleo tematico del film: dietro ogni dono si nasconde anche una pressione, un’aspettativa da soddisfare. Ed è attraverso le canzoni soliste dei vari personaggi che “Encanto” svela progressivamente il peso di queste aspettative.
“La pressione sale” è il primo momento in cui la perfezione comincia a incrinarsi. La canzone dà voce a Luisa, la sorella maggiore di Mirabel, dotata di una forza sovrumana e per questo costantemente chiamata a risolvere i problemi di tutti. Dietro il suo dono, però, si nasconde un’ansia continua: quella di non poter mai cedere, di dover essere sempre forte per gli altri. Il brano si distingue per un ritmo energico e pulsante, costruito su una base fortemente percussiva che richiama sonorità pop contemporanee e, a livello simbolico, il battito accelerato di chi è terrorizzato all’idea di perdere il controllo. La linea vocale alterna frasi serrate e momenti più ampi e melodici, seguendo l’intensità emotiva del testo. Questa scrittura dinamica riflette perfettamente lo stato d’animo di Luisa: da un lato la sicurezza che il suo ruolo le impone, dall’altro la fragilità che cerca di nascondere.
Il ritornello, con la ripetizione insistita della frase “Dietro il mio aspetto”, diventa il cuore emotivo della canzone. Qui la musica rallenta leggermente e la melodia si apre, permettendo al personaggio di esprimere finalmente la paura di non essere abbastanza, di perdere la propria forza e deludere la famiglia. Si rivela il lato meno visibile dei doni dei Madrigal. Ciò che dall’esterno appare come un talento straordinario si trasforma, dall’interno, in una responsabilità difficile da sostenere.
Ma la famiglia custodisce anche un altro segreto, quello legato alla figura problematica di Bruno, lo zio di cui nessuno vuole parlare. È proprio questo silenzio collettivo che dà origine a “Non si nomina Bruno”, una delle canzoni più celebri del film, in cui diversi membri dei Madrigal raccontano – ciascuno dal proprio punto di vista – le inquietanti profezie del personaggio. Il brano è costruito come una successione di brevi interventi solisti. Ogni personaggio entra con il proprio racconto, accompagnato da variazioni ritmiche e timbriche che ne riflettono il carattere: la narrazione di Pepa è teatrale e concitata, quella di Camilo gioca su un tono quasi caricaturale, mentre Dolores introduce un momento più sospeso e misterioso. Questa alternanza contribuisce a creare una sorta di mosaico narrativo, in cui l’immagine di Bruno si forma attraverso frammenti di memoria e interpretazioni personali.
Il momento musicalmente più interessante arriva però nel finale, quando queste linee vocali iniziano a sovrapporsi. Dopo essere state presentate separatamente, le diverse melodie ritornano una alla volta fino a intrecciarsi in una sezione polifonica in cui ogni personaggio continua a cantare la propria frase. Il risultato ricorda, in senso lato, la logica del madrigale, forma musicale rinascimentale caratterizzata proprio dall’intreccio di più voci indipendenti. In questa parte della canzone, nessuna linea melodica domina davvero sulle altre: ogni voce mantiene la propria identità mentre contribuisce a costruire l’insieme.
Questo intreccio finale non è solo un espediente musicale, ma anche narrativo. Le diverse versioni di Bruno convivono senza trovare una sintesi definitiva, restituendo l’idea di un personaggio costruito dalle paure e dalle interpretazioni della famiglia. La sovrapposizione delle voci diventa così la rappresentazione sonora di una memoria collettiva frammentata, in cui ognuno continua a ripetere la propria storia senza ascoltare davvero quella degli altri. Solo quando la casa dei Madrigal crollerà, portando con sé anche la facciata di apparenze costruita nel tempo, la famiglia riuscirà finalmente a ritrovarsi davvero. È in quel momento che nasce “Tutti voi”, il numero conclusivo in cui, per la prima volta, le voci non raccontano più paure individuali, ma si uniscono in un canto corale che segna l’inizio di un nuovo equilibrio.
In “Encanto“, la musica permette ai personaggi di riconoscere sé stessi al di là dei loro doni, ricordando che il valore di una persona non sta nel talento che possiede, ma nello spazio che trova all’interno della propria famiglia. Ed è forse questo il vero miracolo del film: trasformare una storia di magia in un racconto profondamente umano, in cui le canzoni non accompagnano semplicemente la narrazione, ma la rendono possibile.