DoReMiCiak, al centro della colonna sonora di “Frozen”

Frozen

Quando la musica incontra il grande schermo: alla scoperta delle colonne sonore che hanno fatto la storia del cinema. A cura di Beatrice Castoldi

Le colonne sonore non accompagnano semplicemente un film: lo raccontano, lo amplificano, lo rendono eterno. In ogni scena, c’è una nota che vibra, un tema che ritorna, una melodia che parla più delle parole. “DoReMiCiak” è la rubrica che unisce due mondi solo all’apparenza distinti: quello della musica e quello del cinema. Un incontro tra partiture e pellicole che ha fatto la storia della settima arte.

Ogni settimana, Beatrice Castoldi ci conduce dietro le quinte dei grandi capolavori sonori del cinema, tra aneddoti, recensioni e riscoperta di musiche indimenticabili. Il titolo “DoReMiCiak” si ispira alla celebre rubrica di Vincenzo Mollica, e vuole esserne in quale modo un omaggio. Perché a volte basta una sola nota per riaccendere un ricordo, una scena, un’emozione.

Al centro della colonna sonora di “Frozen”

Negli ultimi anni pochi film Disney sono riusciti a entrare nell’immaginario collettivo quanto “Frozen – Il regno di ghiaccio“. Le sue canzoni hanno avuto un successo immediato e sono state rielaborate in ogni lingua possibile, fino a trasformarsi in un vero fenomeno culturale. Eppure, ridurre Frozen soltanto al successo di “Let It Go” significherebbe perdere di vista una colonna sonora sorprendentemente stratificata, in cui brani cantati e musica strumentale dialogano costantemente per raccontare una storia molto più complessa di quanto appaia in superficie. Con le canzoni di Kristen Anderson-Lopez e Robert Lopez e la partitura orchestrale di Christophe Beck, Frozen costruisce un universo musicale che oscilla tra intimità emotiva, slancio epico e silenzi carichi di tensione.

Il film si apre con “Vuelie”, un brano che non introduce personaggi né dialoghi, ma un mondo. Prima ancora di raccontare una storia, la musica stabilisce un luogo, una cultura e un immaginario preciso. Fin dalle prime battute, dichiara le proprie radici nordiche, ancorando visivamente e musicalmente il racconto all’area scandinava da cui proviene la fiaba originale di Hans Christian Andersen, La regina delle nevi. Il titolo stesso rimanda al joik, una forma di canto tradizionale del popolo sami, una delle culture indigene della Scandinavia. Il joik non è un canto narrativo nel senso occidentale del termine: non racconta una storia, ma evoca una presenza, un luogo, uno stato dell’essere. Ed è esattamente ciò che fa questo brano.

Dal punto di vista musicale, “Vuelie” è costruito su pochi elementi essenziali ma fortemente caratterizzanti. Le voci soliste emergono subito, nude, senza accompagnamento armonico complesso, seguite da un coro maschile che risponde in modo quasi antifonale. Questo dialogo vocale crea un senso di ritualità arcaica, come se lo spettatore stesse assistendo a un canto di lavoro o a una cerimonia ancestrale. Il ritmo è scandito con forza, regolare e fisico, sostenuto dal suono degli strumenti percussivi e dal rumore delle asce che colpiscono il ghiaccio nell’immagine. Musica e gesto diventano inseparabili: il lavoro degli uomini sul ghiaccio è sia azione narrativa sia estensione sonora del paesaggio.

Uno degli aspetti più significativi di questo incipit, visivo e musicale, è il modo in cui viene rappresentata la natura. Non c’è nulla di fiabesco o addolcito: il ghiaccio è solido, pericoloso, imponente. La scelta di un canto tradizionale, lontano dalla scrittura melodica tipica del musical Disney, rafforza l’idea che la natura in Frozen non sia un semplice sfondo, ma una forza autonoma, quasi mitologica. Questa impostazione prepara il terreno per il personaggio di Elsa e per il tema centrale del film: il potere non come dono magico da esibire, ma come forza naturale da comprendere e temere. 

Inserendo “Vuelie” come brano d’apertura, Beck compie una scelta precisa: invece di iniziare con una canzone esplicativa o con un’ouverture orchestrale tradizionale, opta per un momento sonoro profondamente radicato in una cultura reale. In questo modo, il film si allontana dalla fiaba astratta e si avvicina a un senso di mito nordico, rendendo l’adattamento de La regina delle nevi meno generico e più identitario. È un’introduzione che funziona come una soglia: attraversandola, lo spettatore entra in un mondo in cui la musica non serve solo a emozionare, ma a definire un immaginario. 

A questo punto, Frozen può finalmente iniziare a raccontare la sua storia. Se “Vuelie” agisce come un rito di apertura, radicando il film nella natura e nella tradizione nordica, sono le canzoni a dare voce ai personaggi e alle loro emozioni più intime. È attraverso il musical che il racconto si sposta dall’esterno all’interno: dalla forza primordiale del ghiaccio ai conflitti interiori, dai paesaggi immensi ai sentimenti che li attraversano. D’ora in poi, la musica non evocherà più soltanto un luogo, ma diventerà linguaggio emotivo e narrativo. Ogni canzone accompagna un passaggio chiave della storia, trasformando paure, desideri e legami in melodia. Ed è proprio qui che Frozen trova una delle sue identità più forti, rinnovando la tradizione Disney attraverso numeri musicali capaci di parlare a più livelli — personali, relazionali e simbolici.

Tra tutte le canzoni, “Let It Go” è senza dubbio il simbolo del film, quello che ha superato i confini della narrazione cinematografica per diventare un fenomeno culturale globale. Eppure, proprio per la sua diffusione capillare, è anche una delle canzoni Disney più fraintese.

Let It Go” nasce come un momento di svolta narrativa: Elsa, finalmente sola, smette di reprimere i propri poteri e decide di non nascondersi più. Musicalmente, il brano accompagna questa trasformazione con una struttura in continua crescita. L’introduzione è intima, quasi trattenuta, costruita su armonie fredde e su una linea melodica contenuta; man mano che il brano procede, l’orchestrazione si espande, la tessitura vocale si alza e il ritmo si fa più deciso, fino al celebre climax del ritornello. Questo crescendo sonoro ed emotivo è uno dei motivi della sua forza: “Let It Go” dà l’impressione di una conquista, di un’affermazione identitaria potente. 

Tuttavia, il significato della canzone è più ambiguo di quanto possa sembrare a un primo ascolto. La libertà che Elsa rivendica non è ancora una libertà serena: è una fuga. Il castello di ghiaccio che costruisce è sì un simbolo di autoaffermazione, ma anche di isolamento, un rifugio che la separa definitivamente dal mondo e dagli affetti. Dal punto di vista musicale, questa ambivalenza è resa evidente dal contrasto tra l’energia dell’esecuzione vocale e il carattere armonico del brano, che rimane spesso sospeso, teso, privo di una reale risoluzione emotiva. Elsa canta di non provare più paura, ma la musica suggerisce che quella paura non è scomparsa: è stata semplicemente congelata.

In questo senso, “Let It Go” rappresenta una novità profonda nel canone Disney. Non è una canzone di vittoria definitiva, né un punto di arrivo romantico. È un momento di auto-definizione incompleta, un’affermazione che porta con sé conseguenze narrative ed emotive che il film esplorerà fino alla fine. Elsa non trova la felicità in questo brano, ma la propria voce. Ed è proprio questa complessità a rendere la canzone così memorabile: non perché racconti una libertà semplice, ma perché dà forma musicale a un conflitto interiore irrisolto, rendendo Frozen uno dei film Disney più maturi nel modo in cui utilizza la canzone come strumento narrativo.

Scritto da Beatrice Castoldi
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