DoReMiCiak, al centro della colonna sonora di “Robin Hood”

colonna sonora Robin Hood

Quando la musica incontra il grande schermo: alla scoperta delle colonne sonore che hanno fatto la storia del cinema. A cura di Beatrice Castoldi

Le colonne sonore non accompagnano semplicemente un film: lo raccontano, lo amplificano, lo rendono eterno. In ogni scena, c’è una nota che vibra, un tema che ritorna, una melodia che parla più delle parole. “DoReMiCiak” è la rubrica che unisce due mondi solo all’apparenza distinti: quello della musica e quello del cinema. Un incontro tra partiture e pellicole che ha fatto la storia della settima arte.

Ogni settimana, Beatrice Castoldi ci conduce dietro le quinte dei grandi capolavori sonori del cinema, tra aneddoti, recensioni e riscoperta di musiche indimenticabili. Il titolo “DoReMiCiak” si ispira alla celebre rubrica di Vincenzo Mollica, e vuole esserne in quale modo un omaggio. Perché a volte basta una sola nota per riaccendere un ricordo, una scena, un’emozione.

DoReMiCiak, al centro della colonna sonora di “Robin Hood”

Finora abbiamo visto come la musica nei film Disney possa diventare il cuore emotivo del racconto: canzoni che danno voce ai personaggi, che ne esprimono i conflitti interiori e accompagnano momenti di trasformazione. Da “Frozen” a “Encanto“, il musical si è fatto spazio privilegiato per raccontare l’identità, i desideri e le paure dei protagonisti.

Con “Robin Hood“, però, il discorso cambia. Qui la musica non si impone come momento di introspezione o spettacolo, ma assume una funzione più discreta e, per certi versi, più antica: quella del racconto. Non è un caso che a guidarci sia un cantastorie, un menestrello che osserva gli eventi e li trasforma in canzone, accompagnando lo spettatore lungo la vicenda. In questo film del 1973, la colonna sonora di George Bruns abbraccia uno stile semplice, diretto, profondamente legato alla tradizione popolare. Le canzoni non interrompono la narrazione, la attraversano e la commentano rendendola accessibile.

Al centro di questo approccio musicale c’è il Cantagallo, figura chiave del film e vero filo conduttore della narrazione. Non è un personaggio coinvolto direttamente nelle vicende, ma un osservatore esterno che le racconta, accompagnandole con la sua musica come farebbe un menestrello. In questo senso, la sua presenza richiama la tradizione del racconto orale, in cui la storia prende forma attraverso la voce di chi la tramanda. Nella versione italiana, il personaggio acquista un ulteriore livello di interesse grazie al doppiaggio di Giovanni Marzocchi, cantante noto anche per la sua partecipazione al Festival di Sanremo nel 1956 con “Musetto” di Modugno: una scelta che rafforza il legame tra il Cantagallo e il mondo della musica “popolare”, intesa nel senso più ampio del termine.

Il film si apre con la canzone “Urca urca tirulero” (“Oo-De-Lally” nella versione originale). Il brano si muove in un ambito folk, con richiami al country e alla musica tradizionale anglosassone. La melodia si sviluppa su frasi brevi e regolari, con un andamento quasi circolare che favorisce la memorizzazione e richiama le strutture tipiche delle ballate tradizionali. Non ci sono salti melodici particolarmente ampi né momenti di virtuosismo: tutto è pensato per mantenere la linea vocale semplice, come se potesse essere ripresa e cantata da chi ascolta. Anche l’armonia contribuisce a questa sensazione di familiarità.

Il brano si muove su progressioni prevedibili, senza deviazioni o modulazioni complesse: questa scelta elimina ogni distanza tra il narratore e il pubblico, rendendo la canzone immediatamente accogliente. L’andatura rilassata ma costante dell’accompagnamento, che richiama il passo di un viaggio o il fluire naturale di un racconto. Non c’è urgenza, non c’è tensione: la musica si prende il suo tempo, proprio come farebbe un cantastorie che introduce lentamente il proprio racconto. Anche qui si percepisce una vicinanza al linguaggio folk e country, che contribuisce a radicare il brano in un contesto “terreno”, lontano da qualsiasi dimensione fiabesca troppo astratta.

Particolarmente interessante è il rapporto tra musica e testo. Il ritornello, con il suo “Urca urca tirulero”, funziona quasi come un refrain nonsense, privo di significato letterale ma ricco di funzione evocativa. È un elemento tipico della tradizione orale: una formula sonora che crea identità rendendo la canzone immediatamente riconoscibile e condivisibile. L’interpretazione vocale diretta e priva di enfasi teatrale rafforza l’idea che la musica in “Robin Hood” sia un prolungamento naturale della narrazione.

L’apparente semplicità di “Urca urca tirulero” non vuole stupire, ma entrare subito in sintonia con lo spettatore, creando un’atmosfera familiare. Inoltre, il brano stabilisce il tono dell’intero film. Fin dalle prime battute, è chiaro che la storia di “Robin Hood” non verrà raccontata attraverso grandi momenti eroici o drammatici, ma con leggerezza, ironia e uno sguardo affettuoso verso i suoi personaggi. La musica del Cantagallo non costruisce un mondo epico: lo avvicina, lo rende umano, trasformando la leggenda in un racconto condiviso.

Scritto da Beatrice Castoldi
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