DoReMiCiak, la leggendaria colonna sonora de “Gli Aristogatti”
Quando la musica incontra il grande schermo: alla scoperta delle colonne sonore che hanno fatto la storia del cinema. A cura di Beatrice Castoldi
Le colonne sonore non accompagnano semplicemente un film: lo raccontano, lo amplificano, lo rendono eterno. In ogni scena, c’è una nota che vibra, un tema che ritorna, una melodia che parla più delle parole. “DoReMiCiak” è la rubrica che unisce due mondi solo all’apparenza distinti: quello della musica e quello del cinema. Un incontro tra partiture e pellicole che ha fatto la storia della settima arte.
Ogni settimana, Beatrice Castoldi ci conduce dietro le quinte dei grandi capolavori sonori del cinema, tra aneddoti, recensioni e riscoperta di musiche indimenticabili. Il titolo “DoReMiCiak” si ispira alla celebre rubrica di Vincenzo Mollica, e vuole esserne in quale modo un omaggio. Perché a volte basta una sola nota per riaccendere un ricordo, una scena, un’emozione.
La colonna sonora de “Gli Aristogatti”
Se Mary Poppins rappresenta l’apice della fiaba musicale classica Disney, Gli Aristogatti ne segnano una deviazione affascinante. Uscito nel 1970, il film guarda al jazz, alla musica popolare e all’improvvisazione, raccontando Parigi attraverso un linguaggio sonoro più libero e contaminato. Pur non essendo interamente firmata dai fratelli Sherman, la colonna sonora conserva il loro senso innato per la melodia e la narrazione, aprendosi contemporaneamente a nuove influenze che avrebbero cambiato per sempre il suono dell’animazione Disney.
Gli Aristogatti fu l’ultimo progetto cinematografico approvato da Walt Disney in persona e il primo prodotto dopo la sua morte, avvenuta nel 1966. Il lungometraggio animato fu anche l’ultimo targato Disney al quale Robert e Richard Sherman lavorarono come parolieri interni allo studio, sempre più frustrati dalla gestione aziendale dopo la morte di Walt Disney. Pur portando a termine il loro lavoro sul film, i fratelli Sherman non sarebbero tornati a collaborare con la Disney fino a quando non sarannno chiamati a comporre le canzoni per “T come Tigro… e tutti gli amici di Winnie the Pooh” (2000).
Ambientato a Parigi nel 1910, Gli Aristogatti segue le vicende di una famiglia di raffinati felini che vive con Madame, una cantante lirica in pensione. Quando Edgar, il maggiordomo di casa, scopre che i gatti erediteranno il patrimonio prima di lui, il servo, indignato, li rapisce e li abbandona nella campagna francese, dando così inizio a un’avventura che porterà i protagonisti a cercare la strada per tornare a Parigi e alla loro casa. Con l’intento di catturare l’essenza della Francia, i fratelli Sherman scrissero la canzone per i titoli di apertura, “The Aristocats”: una vera e propria dichiarazione d’intenti, che in poco più di due minuti, introduce ambientazione, tono e mondo narrativo del film, collocando lo spettatore nella Parigi elegante e nostalgica dei primi del Novecento.
Dal punto di vista stilistico, il brano attinge apertamente alla tradizione della chanson francese, filtrata attraverso la scrittura melodica. L’interpretazione del famoso cantante Maurice Chevalier, con il suo inconfondibile accento, il fraseggio parlato-cantato e l’ironia affettuosa, conferisce autenticità e charme, evocando un immaginario “francese” più emotivo che realistico, ma perfettamente funzionale al racconto.
La melodia è semplice, cantabile e immediata, costruita su frasi brevi e regolari, pensate per risultare memorabili sin dal primo ascolto. L’andamento è moderato, quasi ondeggiante, e richiama il passo di una passeggiata cittadina, accompagnando le immagini introduttive della città e dei personaggi: il testo descrive tutti i vantaggi di cui godono gli “Aristogatti” (con “aristocat” che è un evidente gioco di parole su “aristocrat”, aristocratico) rispetto ai gatti “comuni” e si conclude con i gatti in carrozza insieme a Madame.
Progressioni tradizionali e rassicuranti, senza particolari audacie, rafforzano il senso di calore, familiarità e leggerezza. Fiati leggeri, archi morbidi e un accompagnamento discreto creano un tappeto sonoro elegante, quasi da café-concert. È una musica che non vuole sorprendere, ma accogliere lo spettatore, invitandolo a entrare con naturalezza nella storia. Nulla è eccessivo, tutto è calibrato per lasciare spazio alla voce narrante: questo equilibrio tra orchestra e voce riflette il tono del film, raffinato ma giocoso, sofisticato, ma accessibile anche ai più piccoli.
Andando avanti con la storia, entriamo nella quotidianità di questa famiglia di gatti. Se “The Aristocats” introduce il mondo elegante e privilegiato in cui vivono Duchessa e i suoi cuccioli, “Concertino a quattro zampe” ne svela il rovescio più intimo e quotidiano: l’educazione. Dietro la raffinatezza ostentata nella canzone di apertura si cela infatti una rigida formazione musicale, affidata alle lezioni impartite da Duchessa ai suoi piccoli.
“Concertino a quattro zampe” è uno dei momenti musicalmente più intelligenti e autoironici de Gli Aristogatti, nonché una piccola dichiarazione d’amore (e di presa in giro) verso la tradizione musicale accademica. Dal punto di vista strutturale, il brano è costruito come un esercizio didattico: scale ascendenti e discendenti, arpeggi, vocalizzi sillabici (“Do-Mi-Sol-Do”) e formule ripetitive tipiche dello studio classico diventano materiale tematico vero e proprio. I fratelli Sherman trasformano così ciò che normalmente sarebbe percepito come arido e meccanico in un numero musicale brillante e teatrale. La ripetizione ossessiva delle scale non è un limite, ma il fulcro comico del brano.
L’orchestrazione è volutamente “pulita” ed elegante: il pianoforte ha un ruolo centrale, richiamando l’ambiente borghese e colto della casa di Madame, mentre gli archi e i legni sottolineano l’idea di disciplina e tradizione. Tuttavia, questa compostezza viene progressivamente incrinata dall’interpretazione dei personaggi: ogni gattino affronta l’esercizio secondo la propria personalità. Minou è precisa e snob, Matisse impaziente e irruento, Bisez goffo ma entusiasta. Musicalmente, ciò si traduce in piccoli sfasamenti ritmici, accenti esagerati e variazioni dinamiche che rompono la rigidità dell’esercizio.
Un elemento fondamentale del brano è il suo doppio livello di lettura. Da un lato, rappresenta il mondo dell’educazione formale, dell’arte “alta” e delle regole; dall’altro, proprio attraverso l’ironia e l’esagerazione, ne mette in luce i limiti. Questo aspetto è particolarmente significativo se letto in contrasto con il celebre numero jazzistico “Alleluja, tutti jazzisti!”, che arriverà più avanti nel film: la musica classica come disciplina e controllo contro la musica jazz come libertà, improvvisazione e istinto.
In questo senso, “Concertino a quattro zampe” non è solo una gag musicale, ma un tassello narrativo essenziale. Serve a definire il punto di partenza dei protagonisti – un ambiente protetto, raffinato e ordinato – da cui il film si allontanerà progressivamente. È la rappresentazione sonora di un mondo che sta per essere messo in discussione. E infatti “Alleluja, tutti jazzisti!” irrompe come un’esplosione di improvvisazione e vitalità urbana. È il momento in cui il film abbandona temporaneamente il mondo ordinato e aristocratico di Madame e Duchessa per immergersi in una dimensione libera, istintiva e profondamente contemporanea.
Dal punto di vista musicale, la canzone è costruita su un idioma jazz swing molto marcato, con evidenti influenze dixieland e bebop. La sezione ritmica – contrabbasso, batteria e pianoforte – stabilisce un groove elastico e trascinante, su cui si innestano fiati incisivi, in particolare trombe e tromboni, che dialogano con la voce come in una vera jam session. L’armonia è basata su progressioni blues e accordi di settima, ma è proprio questa semplicità a lasciare spazio al gioco ritmico, agli accenti sincopati e alle variazioni timbriche. La sensazione è quella di una musica “viva”, non rigidamente scritta, che simula l’improvvisazione pur restando perfettamente funzionale alla scena.
La scelta di affidare il brano a Scat Cat (doppiato in originale da Phil Harris) è centrale. La sua vocalità parlata, ruvida e swingata, è lontanissima dallo stile lirico o musicale “educato” degli altri personaggi. Il canto è spesso spezzato, ritmico, quasi strumentale, in piena tradizione jazz, mentre il celebre ritornello diventa un vero e proprio manifesto identitario: fare jazz significa essere liberi, fuori dalle regole, capaci di seguire il proprio istinto. Il coro degli altri gatti e gli interventi strumentali rafforzano l’idea di una comunità musicale improvvisata, in cui ogni personaggio trova spazio per esprimersi.
All’interno del canone Disney, “Alleluja, tutti jazzisti!” è uno dei rari esempi in cui il jazz non è solo una coloritura stilistica, ma il cuore espressivo di una scena. È un brano che anticipa una maggiore apertura della Disney verso linguaggi musicali meno “classici” e più contaminati, e che rimane impresso proprio per la sua energia anarchica e irresistibile.