“Dove il mondo non c’è più” di Francesco Renga: te la ricordi questa?
Viaggio quotidiano nella colonna sonora della nostra memoria, tra melodie sospese nel tempo pronte a farci emozionare. Oggi parliamo di “Dove il mondo non c’è più” di Francesco Renga
La musica è la nostra macchina del tempo: basta una nota, un ritornello, ed eccoci di nuovo lì, in una stagione vicina o lontana, in un’auto con i finestrini abbassati o nella cameretta della nostra infanzia. “Te la ricordi questa?” è il nostro appuntamento quotidiano per riavvolgere il nastro delle emozioni, proprio come si faceva una volta con una semplice penna e una musicassetta. Oggi l’orologio del tempo ci riporta al 2002 con “Dove il mondo non c’è più” di Francesco Renga.
Ogni giorno, alle 13:00, vi accompagneremo in un viaggio musicale alla riscoperta di queste gemme nascoste: canzoni che hanno detto tanto e che hanno ancora tanto da dire, pronte a sbloccare ricordi, evocare immagini, restituirci pezzi di passato con la potenza che solo la musica sa avere. Brani che forse oggi non passano più in radio, pezzi di artisti affermati lasciati in un angolo, o successi di nomi che il tempo ha sbiadito ma che, appena tornano nelle nostre orecchie, sanno ancora farci vibrare. Perché la musica non invecchia, si nasconde soltanto tra le pieghe del tempo, aspettando il momento giusto per colpire nel segno e farci esclamare sorpresi un: “Te la ricordi questa?”.
Ti sblocco un ricordo: “Dove il mondo non c’è più” di Francesco Renga
Pubblicata nel 2002 come terzo singolo estratto dall’album “Tracce”, “Dove il mondo non c’è più” è una delle canzoni più rappresentative e simboliche della prima fase solista di Francesco Renga. Un brano che racchiude in sé l’urgenza espressiva di un artista alla ricerca di un linguaggio personale, capace di trasformare il disagio interiore in visione poetica.
Il testo si muove fin dall’inizio su un confine sottile tra realtà e immaginazione. Il protagonista è disteso a terra, immerso in una dimensione fisica e sensoriale molto concreta, ma lo sguardo è già altrove. La pioggia, le nuvole, il volo degli uccelli diventano segnali di una tensione verso l’alto, verso una fuga possibile. Il volo, come dichiarato dallo stesso Renga, non è evasione fine a se stessa, ma necessità: un gesto mentale prima ancora che fisico per sottrarsi a una realtà percepita come insufficiente.
Il cuore emotivo della canzone sta proprio in questa contraddizione: il desiderio di volare convive con la coscienza della propria immobilità. Chiudere gli occhi è l’unico gesto possibile per andare “via, lontano da qui”, superando limiti che nella realtà restano invalicabili. Non c’è ribellione, non c’è denuncia esplicita, ma una malinconia profonda, lucida, che attraversa ogni verso.
“Dove il mondo non c’è più” resta uno dei brani più emblematici di Francesco Renga perché racconta una fuga che non promette salvezza, ma concede respiro. Una canzone che parla a chi sente il bisogno di allontanarsi, anche solo con il pensiero, per ritrovare un equilibrio temporaneo. Un volo fragile, immaginato, ma necessario.
Il testo di “Dove il mondo non c’è più” di Francesco Renga
Disteso sulla terra umida
Mi perdo tra le nuvole
Sento la pioggia sulla pelle pungere
Il volo degli uccelli è un brivido
Che mi accarezza l’anima
Nel cielo che diventa limpido più in là
Due ali mi portano via
Via, lontano da qui
Dove tutto è un po’ più blu
Dolcemente, lassù
Dove il mondo non c’è più
Come un bambino che disegna
Le cose belle che non ha
Passo il mio tempo ad inventare la realtà
Così la vita è un volo immobile
Un’ostinata fantasia
Attesa inutile, un’inutile bugia
Chiudere gli occhi e poi via
Via, lontano da qui
Dove tutto è un po’ più blu
Dolcemente, lassù
Dove il mondo non c’è più
E volare, così
Oltre tutti i limiti
Dove il mondo non c’è più
Non c’è
Via, via lontano da qui
Dove tutto è un po’ più blu
Dolcemente lassù
Dove il mondo non c’è
Il mondo non c’è più
Non c’è più