A tu per tu con il cantautore milanese, in uscita con il suo terzo album intitolato “Lettere al neon”

E’ disponibile negli store a partire dallo scorso 24 maggio “Lettere al neon”, il nuovo disco di Emanuele De Francesco, ispirato artista milanese al suo terzo lavoro in studio. Dopo aver rilasciato “In quieta mente” nel 2011 e “Risveglio del piccono fauno nella tempesta” nel 2015, il cantautore è pronto a lanciare questo nuovo progetto prodotto da Evasio Muraro e LeLe Battista per Sciopero Records, con distribuzione Self. Otto tracce inedite che evocano nel dettaglio sia suggestioni visive che emotive.

Ciao Emanuele, “Lettere al neon” è il titolo del tuo nuovo album, cosa racconta?

«“Lettere al neon” è come una diapositiva in cui ho cercato di far coesistere mie esperienze e riflessioni con la società attuale. Mi sono confrontato con la realtà, preso spunto da frasi captate in giro, interviste sentite, appunti che  piano piano ho articolato con mie osservazioni e considerazioni, riscoprendo ricordi ed emozioni. Dentro puoi trovarci varie sfaccettature della vita quotidiana, il desiderio di qualcosa assolutamente non definito e omologato, l’amore e la passione ma soprattutto la ricerca e riscoperta del dialogo, del contatto fisico, il volere ancora sognare. Quando ho analizzato le tracce composte, mi è sembrato di essere un cronista solitario con a disposizione riflessioni in grado di ben descrivere la mia condizione attuale e la mia percezione della realtà, lettere da inviare a qualcuno disposto, in un mondo che va di corsa e diventa ogni giorno più superficiale, a fermarsi e leggere. Ho pensato che una luce giusta per illustrare queste sensazioni fosse il neon, perché con il suo effetto che attrae e sfoca al tempo stesso, rappresenta l’innovazione e la decadenza e, per questo, lo identifico con la società moderna. “Lettere al neon” essenzialmente vuole comunicare, nei limiti del possibile fermare, far da punto di incontro in una società moderna distratta dove l’incontro, la semplice sosta, la riflessione, non sono più considerati fonti di arricchimento interiore, ma visti spesso come un fastidio».

Quali tematiche e quali sonorità hai voluto abbracciare?

«Le tematiche, come accennato sopra, sono varie. Vi sono la difficoltà di relazionarsi con il quotidiano, cercando comunque un compromesso che non leda la propria personalità, il sogno, la realtà distruttiva dei media, soprattutto la televisione, la magia della notte e dell’amore, l’esigenza del viaggio e della scoperta assaporando le sensazioni e le esperienze per quelle che sono senza farsi troppo condizionare, la solitudine, le paure inconsce e poi il fascino dell’irrazionalità, vissuta come contraltare all’avere tutto predefinito e stabilito a priori. Come affermato in altri contesti, credo fortemente esista ancora molta sensibilità in ognuno di noi e che sia fondamentale ricominciare a frequentarsi, parlarsi, leggere per sentirsi meno alieni ed insicuri.

Tutte le tematiche affrontate, che poi sono aspetti della vita quotidiana di ciascuno di noi, traggono spunto da questo mia convinzione. Ho ritenuto che il giusto approccio a questo lavoro, anche per la mia formazione, fosse utilizzare e combinare qualche suono vintage e curioso da cui sono sempre stato affascinato, ad esempio il Rhodes, con arpeggi e riff di chitarra che rimandano a atmosfere più datate, lasciando spazio ad alcuni loop e sonorità che dessero una impronta moderna. Ho cercato il giusto mix senza eccessi da una parte o dall’altra e, grazie soprattutto all’aiuto di chi mi ha prodotto artisticamente (LeLe Battista ed Evasio Muraro) credo di aver trovato un sound in grado, senza allontanarmi dal precedente, di guardare a interessanti soluzioni anche per il futuro».

Cosa lega e cosa differenzia le otto tracce presenti?

«Il comun denominatore è senza dubbio il volersi aprire, relazionare con qualcuno, indirizzare un messaggio al mondo esterno, dicendo: “ehi, posso parlare, raccontare qualcosa di diverso malgrado non faccia tendenza, ma riesca a farmi sentire meglio?”. O ancora: “C’è qualcuno disposto ad ascoltare e confrontarsi con me, magari davanti a un bicchiere di vino lasciando il cellulare a casa per una volta?”. O semplicemente: ”Perché non ti fermi e mi dai un bacio?”.

La differenza credo la si possa rintracciare nell’approccio al racconto in ciascuna canzone. Malgrado non appaia direttamente, tranne nel caso di “Irene nel vuoto”, molti personaggi sono femminili, non solo maschili, oppure presenti entrambi. Per me è molto importante, perché credo il giusto punto di incontro e valutazione non possa prescindere dal contatto tra queste due entità, diverse ma complementari e indispensabili tra loro».

Qual è l’aspetto che più ti affascina nella fase di composizione di una canzone?

«L’isolamento che si crea nel momento in cui inizi a scrivere su un foglio qualcosa che possa imprigionare e fermare quell’istante. Una semplice parola, una metrica che fissi la musica o l’intuizione che hai percepito. E’ una sorta di catarsi, un momento di magia che non saprei descriverti. Una sensazione di tempo che si ferma, facendoti trovare catapultato in un mondo sperduto dove comandi solo tu. Quando riesci a fermare quell’attimo, sai che tutto il resto poi verrà di conseguenza, dal completamento del testo alle armonie e via dicendo e, ogni volta che ci lavori, ti senti in possesso di qualcosa che somiglia ad un amuleto. Lo trovo affascinante e dirompente al tempo stesso».  

Che ruolo giocano le varie criticità dell’attuale società e le influenze del mondo esterno sulla tua ispirazione?

«Estraniarsi dagli impulsi che riceviamo, quotidianamente, dalla società lo trovo quasi impossibile. Altrettanto inattendibile sarebbe dirti che scrivere canzoni è un’oasi incontaminata e inattaccabile. Quel che vedo, leggo o ascolto mi porta inevitabilmente a sviluppare opinioni in merito e, conseguentemente, stimola il mio senso critico e il modo di scrivere e comporre. Anche se un evento non mi colpisce a tal punto da scrivere direttamente una canzone, mi rendo conto che, nel tempo, finisce per intervenire nel mio modo di pensare, osservare e, quindi, comporre. Il nostro modo di confrontarci con la società non può non influenzarci. Sarebbe assurdo, grave.

Fa parte del processo di crescita di ognuno di noi. Non è un processo immediato, ma avviene e ritengo il ruolo dell’artista, in tale contesto, sia proprio quello di imparare a mediare tra sé e l’esterno, facendo da filtro. Personalmente, ad esempio, mi sono accorto che se in passato avevo un approccio di scrittura iniziale quasi di getto, per immagini, recentemente invece ho un avvicinamento più accorto, sicuramente non meno creativo, ma anche celebrale, dove alla componente visiva si associa, spontaneamente, quella più meditativa e riflessiva. Indubbiamente questo dipende dal nostro crescere come persone, ma anche dal modo di confrontarci e relazionarci con l’esterno. Non potrebbe essere diversamente».

Facciamo un salto indietro nel tempo, quando e come hai scoperto la tua passione per la musica?

«Non saprei dirti l’età precisa ma, sin dalla scuola elementare, iniziai ad ascoltare tanta musica. All’epoca facevo nuoto e quando tornavo a casa la sera, mentre mangiavamo chiedevo ai miei di sintonizzarsi su una trasmissione alla radio, (Gamma radio, si può dire?) che mandava in onda canzoni a richiesta. Non potevo farne a meno, era un appuntamento fondamentale, telefonavo anche per chiedere canzoni!! In tv c’erano poi Superclassifica Show, Discoring, non perdevo una puntata. A un certo punto, mi sembra terza o quarta elementare, iniziai a studiare privatamente chitarra, poche cose, principalmente accordi, giusto per non essere digiuno in vista del passaggio alle medie, dove avrei dovuto studiare uno strumento.

Naturalmente volevo gli accordi, non la parte teorica ed il solfeggio, ma questo periodo mi fu molto utile, perché mi aiutò a capire che mi piaceva avvicinarmi ad uno strumento. Tutto proseguì alle medie, dove iniziai a  studiare chitarra classica. In quel periodo, però, identifico tre momenti ben precisi che mi hanno musicalmente segnato. Il primo fu durante una lezione di musica al mattino: la nostra insegnante ci fece ascoltare quella meraviglia che è “La Moldava” di Smetana e, appena iniziò il motivo portante, mi emozionai fino alle lacrime. La ringrazierò sempre per questo attimo. Ci fu poi il periodo dove formammo il nostro primo, chiamiamolo così, gruppo. Spesso al pomeriggio, di nascosto dai bidelli, insieme a tre miei inseparabili compagni, ci trovavamo nel magazzino della scuola dove si custodivano gli strumenti, chiudevamo la porta a chiave e suonavamo tutto quello che c’era, compresa la batteria!!!

Quella fu un’esperienza pazzesca che mi fece capire come la musica suonata insieme, potesse davvero unire e creare un mondo particolare. Sempre con loro, ultimo anno di medie, non dimentico un concerto di Eric Clapton al Palatrussardi. Fu una serie di emozioni incredibili, la metropolitana presa da soli per la prima volta, il tendone enorme, gli amplificatori e poi…il concerto. Come puoi, ragazzino, non rimanere estasiato vedendo Clapton fare un assolo di chitarra di oltre 5 minuti in Cocaine o sentendolo cantare Wonderful tonight quasi piangente? Dirti che rimasi affascinato è riduttivo. E’ stata una magia. Credo, senza dubbio, questi momenti abbiano contribuito a sviluppare definitivamente la mia passione per la musica».

Quali ascolti hanno accompagnato e segnato il tuo percorso?

«Alle elementari, avevo un registratore a cassetta portatile e ascoltavo assiduamente Renato Zero. C’erano canzoni come Amico, Più su, Il Cielo che mi piacevano da morire e io le ascoltavo quanto più potevo. Certamente il personaggio mi aveva colpito, ma quelle canzoni mi hanno regalato emozioni incredibili. Mi ricordo molto bene il meraviglioso sax di Fausto Papetti in Soleado, brano gettonato dai miei genitori, ascoltavo Alice, Lucio Battisti, cantautori e gruppi come De Andrè, De Gregori, Venditti, Fortis, Matia Bazar, poi Vasco Rossi, Ivan Graziani, Franco Battiato.

Tuttavia qualche anno dopo, fu il concerto di De Andrè con la PFM a farmi avvicinare al rock di Banco, New Trolls e guardare all’estero dove, accanto a Simon e Garfunkel, di cui mi ero innamorato complice il Concert in Central Park, scoprii Dylan, Springsteen, Marley, i Police, poi gruppi affascinanti come Roxy Music ed Ultra Vox, infine l’hard rock degli AC/DC ed il metal di Black Sabbath, Iron Maiden, Rush, Scorpions. In verità sono sempre stato curioso e, gradualmente, a parte alcuni generi con cui non sono mai entrato in sintonia, come il rap o la dance, ho ascoltato e ascolto di tutto compreso la classica e il jazz anche se, naturalmente, ho le mie preferenze».

Ti senti rappresentato dall’attuale scenario discografico?

«Purtroppo no, ma credo sia il momento di altro. La trap, il rap, l’indie non mi affascinano ma il mercato oltre delle regole, ha anche sempre un fondo di verità che affonda le radici nel tessuto sociale. Certo mi piacerebbe che le case discografiche guardassero anche più ai contenuti che al personaggio, che non ci fossero solo e sempre i soliti nomi che circolano, che le radio passassero opere diverse, non omologate, ma mi rendo anche conto che non siamo più negli anni 70/80, la curiosità non è quella di una volta e forse al momento non c’è scenario diverso. Non credo però possa essere solo colpa della discografia. E’ un fenomeno molto più vasto che andrebbe affrontato in modo serio e costruttivo, ponendo le basi anche a livello di formazione ed educazione all’ascolto.

Se le persone desiderano un certo tipo di musica, o guardano un certo tipo di programma, non è che mettendo sul mercato all’improvviso qualcosa di diverso fai cambiare orientamento. Siamo tra gli ultimi paesi per lettura di libri…Oggi le case discografiche, come le radio e le tv, sono aziende con fatturati e utili da rendicontare. Non c’è molto tempo, denaro, da investire su prodotti che non siano fruibili in tempi rapidi e certi. Purtroppo è così. Ciò non toglie che chi fa questo mestiere, di artista, se ha qualcosa dentro, lo fa a prescindere da tutto questo, anche se una maggior attenzione, una distribuzione più equilibrata degli spazi, gioverebbe a tutti. In questo senso, le case discografiche potrebbero, compatibilmente con i propri bilanci, fare uno sforzo maggiore per diversificare e valorizzare molte realtà nascoste ai più».

Come se la sta passando, secondo te, la canzone d’autore?

«La canzone d’autore esiste, ma non ha più l’esposizione che aveva in passato e qui si torna, purtroppo, ai discorsi accennati in precedenza. In generale non credo sia un bel momento. Mi spiego meglio. Dopo l’ondata dei cantautori venuti alla ribalta negli anni 80/90 fino a primi 2000, come Luca Carboni e Carmen Consoli, ma anche Gazzè, Sivestri, e soprattutto Bersani, mi sembra ora non ci sia molto ricambio e sia tutto un po’ fermo. Se guardiamo i nomi storici, vedi Vasco, Zucchero, Cristiano De Andrè con la PFM, fanno sold out negli stadi o palazzetti, ma le nuove produzioni, in generale, stentano. Può essere anche un discorso di vena creativa, ma non credo solo questo. La nuova e ultima generazione di cantautori, cito Brunori, Dente, Ultimo, il quale peraltro fa tanti live, non riesce ad emergere così stabilmente e spesso artisti molto validi, vedi Zibba, preferiscono dedicarsi a scrivere come autori, non avendo però la giusta esposizione.

Altri, come Federico Fiumani, che rimane uno degli artisti più prolifici, hanno intrapreso da tempo un percorso alternativo, totalmente al di fuori del sistema radiofonico e televisivo e solo ora, dopo tanti anni, hanno il giusto seguito ma rimangono, mi si passi il termini, di nicchia. Il risultato è che oggi alla canzone d’autore manca un riferimento stabile e autorevole come lo erano De Andrè, De Gregori, Dalla, Guccini, individualità artistiche ammalianti formatesi nel tempo, talmente forti da interagire con la società creando in essa attesa e dibattito, talvolta influenzandola. In questo senso l’ultimo è stato Battiato e ora credo solo Morgan, per tutti questi aspetti, lo possa essere, anche se deve fare altro per avere una vetrina prettamente musicale. Naturalmente queste sono solo opinioni, ma il problema esiste. La canzone d’autore andrebbe rivalutata, aiutata, valorizzata meglio anche e soprattutto sotto questi aspetti».

Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver imparato in tutti questi anni di attività dalla musica?

«La musica, come l’arte, è in grado di crearti uno spazio tutto tuo, dove puoi mettere a fuoco te stesso sotto ogni punto di vista. Non esiste una ricetta, ed è bene così, c’è una strada che devi scoprire e seguire, ma c’è anche molto studio e disciplina da portarsi dietro. Alla fine però è un valore aggiunto, una crescita interiore, un arricchimento e, spesso, quando ti siedi al pianoforte o alla chitarra o con qualsiasi strumento anche davanti a poche persone curiose, un piacere dell’anima».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

By Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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