Enrico Nigiotti: “Più del viaggio e della destinazione, è importante la compagnia” – INTERVISTA

Enrico Nigiotti

A tu per tu con Enrico Nigiotti per parlare di “Maledetti innamorati”, album che contiene “Ogni volta che non so volare” presentato a Sanremo 2026. L’intervista al cantautore livornese

A pochi giorni dalla partecipazione alla 76esima edizione del Festival di Sanremo con il brano “Ogni volta che non so volare”, Enrico Nigiotti torna con nuova musica. Lo scorso 13 marzo è infatti uscito per Columbia Records / Sony Music Italy “Maledetti innamorati”, un album intimo e autentico in cui il cantautore toscano racconta la vita e i sentimenti con lo sguardo sincero che da sempre caratterizza la sua scrittura.

Il disco attraversa le diverse sfumature dell’amore: quello romantico, quello che nasce dall’amicizia e quello che cambia con il passare del tempo, alternando momenti di fragilità, nostalgia e consapevolezza. Tra ricordi, scene quotidiane e riflessioni sul tempo che scorre, l’artista costruisce un racconto personale ma allo stesso tempo universale, fatto di cadute e ripartenze, di legami che resistono e di sogni che continuano a vivere nonostante le difficoltà.

In questa intervista Enrico Nigiotti ci ha raccontato il significato di “Maledetti innamorati”, il percorso umano e artistico che lo ha portato a questo disco, il rapporto con il pubblico e le emozioni vissute all’ultimo Festival di Sanremo.

Enrico Nigiotti presenta il disco “Maledetti innamorati”, l’intervista

“Maledetti innamorati” è il titolo del tuo nuovo disco. Prima di addentrarci in questo lavoro, vorrei chiederti un commento sul Festival appena trascorso: come l’hai vissuto e quanto sei soddisfatto di quello che hai seminato e raccolto?

«Sono molto contento, perché è stata una settimana anche divertente a livello umano: io e il mio team ci siamo divertiti parecchio. Ma al di là del divertimento è stata anche una settimana di scoperta personale. Mi sono ritrovato molto concentrato, molto a fuoco, sentivo che era tutto giusto. Non ho niente da recriminarmi, sono davvero felice di tutto. Credo sia stata una settimana di semina importante. Tra l’altro nel disco ci sono tante canzoni con ritornelli molto forti, ma a Sanremo ho portato un brano senza ritornello perché volevo giocare un altro campionato, cioè quello di non fare nessuna gara. Volevo presentarmi con una canzone particolare, forse la più particolare del disco, come punto di partenza per poi far conoscere l’album al pubblico.Sono contento anche che abbia vinto Sal Da Vinci, gliel’avevo detto anche prima della finale. In quei giorni, quando eravamo nel van stressati, cantavamo il suo ritornello e ci metteva allegria. È stata una scommessa portare “Ogni volta che non so volare”, ma una scommessa che rifarei».

Venendo al tuo nuovo lavoro “Maledetti innamorati”, sui social hai scritto che è dedicato a chi non ha mai smesso di camminare in salita sotto a tutti i temporali della vita. Cosa fotografia del tuo momento umano e artistico rappresenta oggi questo album?

«A livello umano e artistico sono molto contento, perché continuo a seminare ma allo stesso tempo ho la sensazione di aver consolidato qualcosa. Me ne sono accorto nei tour: quello estivo e poi quello teatrale di gennaio, tutto sold out. Ho capito che ho un pubblico vero, che piano piano cercherò di ampliare, ma la mia musica non è sola. Io ho iniziato a lavorare nella musica tardi, a trent’anni, che oggi è già considerata un’età tardissima per questo mestiere. Quando ho cominciato pensavo quasi fosse impossibile riuscire a farlo davvero. Invece sono otto anni che vivo di musica e questo mi rende molto felice. Questo disco è dedicato a tutti quelli come me, quelli che sono sempre stati dati un po’ per spacciati ma non hanno mai mollato. Quelli delle retrovie, le persone normali».

Una delle tracce più forti del disco è “Temporali”, che è anche una delle tue preferite. Nel brano canti: “chissenefrega se avrò un graffio in più domani” e “ogni sbaglio è uno sbaglio a metà”. Com’è nato questo pezzo?

«È una delle canzoni a cui sono più legato. Il ritornello è nato quattro anni fa con Juli, una delle prime sessioni che abbiamo fatto insieme. Scrivemmo questa frase: “ma non le vedi quant’è bella questa strada?”. Poi è rimasta nel cassetto per tanto tempo. Io continuavo a dirgli: guarda che questa è una bomba, bisogna finirla. Alla fine l’abbiamo chiusa quest’anno ed è diventata una delle ultime canzoni del disco. Parla molto della mia vita. Anche quando faccio scelte che magari agli altri sembrano sbagliate, io le rifarei tutte perché le ho sempre fatte con coscienza, perché rappresentavano me. Preferisco fare una cosa sbagliata che mi rappresenta piuttosto che una giusta che non mi appartiene.
Per me la libertà è fondamentale. Questo lavoro è arrivato troppo tardi nella mia vita per permettermi di non essere libero»

Da ascoltatore, ci sono canzoni o dischi che ti hanno dato coraggio nei momenti difficili, facendoti dire: “Questa parla proprio di me”?

«Sicuramente l’intero repertorio di Luigi Tenco, perché è stato il cantautore che mi ha fatto innamorare della scrittura in italiano. Avevo diciotto o diciannove anni quando ho iniziato ad ascoltarlo e mi colpiva tantissimo pensare che scrivesse canzoni così profonde alla mia stessa età. Poi ci sono tanti altri cantautori, come Ivano Fossati. E poi Vasco Rossi. Per me “Anima fragile” è la canzone più bella mai scritta in Italia. Ci sono quattro o cinque canzoni sue che ogni volta che le ascolto mi danno emozioni diverse, ma allo stesso tempo mi calmano. Quando sento quel verso “e la vita continua anche senza di noi” mi vengono i brividi. Vasco è Vasco, è un riferimento assoluto per la musica italiana».

Tornando al titolo del disco, chi sono oggi, secondo te, questi “Maledetti innamorati”?

«Sono quelli come me: quelli che non sono nati con un santo in Paradiso, che non sono partiti già vincenti. Persone che continuano a camminare in salita ma lo fanno con felicità. Come diceva Neruda: se non scali la montagna non potrai mai goderti il paesaggio. Io credo che la fatica serva nella vita e che soprattutto non bisogna mai credere ai “no” che ti danno gli altri. L’unico stop vero è quello che dici tu a te stesso. Io ho avuto la fortuna di non dirmelo mai».

Nel disco c’è molto amore, raccontato in diverse fasi: da “È successo per caso” a “Tu sei per me”, fino a “Mentre l’amore scompare”. Scrivere canzoni d’amore è anche un modo per dire parole che nella vita quotidiana restano bloccate?

«Assolutamente sì. Per esempio in “Tu sei per me” dico una frase semplicissima: “tu sei per me qualcosa che non so spiegare”. Qualcuno mi ha detto che poteva essere più complessa, ma secondo me è proprio il contrario: è difficilissima da dire guardando una persona negli occhi. Io non sono uno smielato, non sono uno che dice spesso “ti amo”. Pensa che credo di averlo detto a voce forse due volte nella mia vita. Scriverlo invece mi viene naturale. La scrittura mi aiuta a esprimere cose che magari a voce non riuscirei a dire, per timidezza o per pudore».

Un altro brano importante è “Buon cammino”, un invito a perdersi per ritrovarsi e a riscoprire il valore del viaggio.

«Sì, perché secondo me il viaggio è più importante della destinazione. Anzi, ancora più importante è la compagnia con cui viaggi. Ho scritto questa canzone con Celo dopo essere tornato dalle Mauritius con la mia famiglia. Era un periodo in cui aspettavo anche delle risposte importanti, per esempio quelle di Sanremo. In quel viaggio però non ho pensato a niente, e ho capito quanto serva ogni tanto staccare e resettare. Non sono mai stato un grande viaggiatore, lo sto diventando adesso. Anche se adesso si viaggia con più valigie: bambini, pannolini… però è bellissimo, perché vivi di più la famiglia e scopri il mondo. Un amico che viaggia molto mi ha dato un consiglio: quando ti perdi in un posto che non conosci, entra nel primo bar, siediti, ordina una birra e aspetta. Succede sempre qualcosa: ti rilassi, parli con qualcuno e capisci che in fondo tutto il mondo può diventare casa».

Per concludere, il 21 novembre suonerai al Modigliani Forum di Livorno con un evento dal titolo “A casa”. Che valore simbolico ha per te arrivare proprio lì con la tua musica?

«È il mio primo palazzetto e già questo ha un significato enorme. Ma farlo a Livorno per me vale anche di più. È come fare San Siro, forse ancora di più, perché è casa mia. Sono nato e cresciuto a Livorno, i miei figli sono nati lì e continuo a vivere lì. Livorno per me è come una mamma. Mi hanno detto che sarò il primo livornese a fare il Modigliani Forum e questa cosa mi rende davvero fiero del percorso che ho fatto. Non avrei mai pensato di arrivarci. Sarà una grande festa, vorrei che fosse proprio questo: una festa con la mia città e con le persone che mi hanno sempre sostenuto».

Scritto da Nico Donvito
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