Enrico Ruggeri La rivoluzione

A tu per tu con il cantautore milanese, in uscita con il suo nuovo progetto discografico intitolato “La rivoluzione

A tre anni di distanza dalla nostra precedente chiacchierata, ritroviamo con piacere Enrico Ruggeri per parlare del suo nuovo progetto discografico intitolato “La rivoluzione”, disponibile sia in fisico che in digitale a partire dal 18 marzo. Un lavoro che parla di rapporti umani, di sogni adolescenziali e di una generazione che si è scontrata con la vita, spesso uscendone vittoriosa o in altri casi sconfitta.

Ciao Enrico, bentrovato. Partiamo da “La rivoluzione“, come descriveresti questo tuo nuovo lavoro?

«Un disco meditato, perchè ho realizzato i primi trentasette album in quarant’anni, questo è il mio primo e unico progetto che esce a tre anni di distanza dal precedente. Gran parte dei motivi sono naturalmente intuibili, durante la pandemia non si potevano fare concerti, eccetera eccetera. Forse era anche arrivato per me il momento giusto per fermarmi, il destino mi ha forzato dalla parte giusta, così ho trovato il tempo per scrivere il romanzo “Un gioco da ragazzi“. Allo stesso modo mi sono ritrovato a lavorare in studio per due anni, tempo che mi è servito per meditare ancora di più sia sul suono che sui testi».

Il tuo precedente disco “Alma” ha rappresentato una sorta di ritorno all’essenzialità e all’analogico dopo la reunion con i Decibel, qual è stata invece la visione del sound di questo progetto?

«La svolta della mia vita sono stati i due album con i Decibel, il fatto di tornare in studio con persone che non sapevano quali fossero i vantaggi della tecnologia, mi ha definitivamente allontanato dalla concezione del plug-in per concentrarmi completamente sulla musica suonata. E’ stata una grande lezione che è proseguita con “Alma” e che ha trovato la sua parte più estrema anche in questo album. Sicuramente la mia vita dal punto di vista sonoro ha un prima e un dopo, lo spartiacque cronologico è il 2017 con l’uscita del disco “Noblesse oblige“».

 Enrico Ruggeri La rivoluzione

I testi scavano nel tuo vissuto, c’è tanta voglia di lottare e di cambiare il mondo, ideali non dico perduti, perlomeno drasticamente cambiati. Componendo queste tracce, hai riflettuto sulla ciclicità degli eventi? Ti sei imbattuto in pensieri, in parallelismi, in similitudini con il mondo di oggi e con le nuove generazioni?

«I parallelismi nella storia ci sono sempre, io ho cercato di raccontare l’esteriorità e l’interiorità, il pubblico e il privato come si diceva una volta. Dipende da come le racconti le storie. Ti faccio un esempio: io ho un figlio adolescente, i suoi cantanti preferiti o sono in galera, o stanno uscendo, o stanno entrando. Discuto con lui sul contenuto reale dei loro testi, cercando di ricordagli che Charles Dickens raccontava le stesse cose, che Victor Hugo quando parlava della topaia Gorbeau ne “I miserabili” raccontava le stesse cose. Se parlare di un giovane indebitato che ammazza una vecchia la puoi considerare una storia banale, allora vuol dire che ignori la trama di “Delitto e castigo” di Dostoevskij. La differenza sta nel come le racconti le cose.

Un poeta, o almeno chi pretende di esserlo, parla di cose che può vivere chiunque, ma con un linguaggio diverso. Alla fine i temi delle canzoni sono sempre gli stessi, sull’argomento “lei mi ha lasciato e io soffro” puoi scrivere il pezzo più banale del mondo oppure “Canzone per te” come ha fatto Sergio Endrigo. Dipende tutto da come usi le parole che il vocabolario ti mette a disposizione e quante ne hai… perchè la mia sensazione evidente è che se ascolto De Andrè o Battiato mi rendo conto che il testo è stato realizzato su un bacino di 50.000 parole, se ascolto i beniamini di mio figlio Ugo capisco che chi ha fatto il testo ne avrà usate 500… la differenza è questa».

Certo, la differenza la fa il linguaggio, ma come lo vedi il futuro dei ragazzi di oggi?

«Beh, i due anni passati sono una ferita che i bambini e gli adolescenti si porteranno dietro per tutta la vita, è stato fatto qualcosa di terribile ai loro danni. Dall’atra parte ci sono cose che non capisco della nuova generazione, i ragazzi di oggi vivono una realtà completamente diversa da noi, intanto perchè l’individualità è diventata fondamentale. I loro idoli sono persone che rappresentano solo se stessi e che ce l’hanno fatta, come gli influencer, il cantante eroe di una stagione, il calciatore bello e miliardario. Persone che hanno cercato il riscatto sociale e lo hanno ottenuto “pro domo loro”. Anche John Lennon è diventato ricco, però è evidente ascoltando le sue canzoni che dietro c’era ben altro. Spesso questi beniamini degli adolescenti non si rendono conto di instillare un germe molto pericoloso, perché fatturare più di altri non è un valore morale».

Venendo a quello che stiamo vivendo, cosa può fare la musica di concreto in un momento così terribile?

«Ci sono stati anni nei quali grandi artisti hanno provato con successo a modificare le coscienze, quando Bob Dylan racconta le incongruenze dell’America o quando John Lennon, inglese che vive a New York, dice “che c’è una chance per la pace”… il mondo intero li ascolta, perchè in quel momento detengono la credibilità maggiore per poter parlare. Oggi purtroppo non è più così, il ruolo del musicista in questo periodo è completamente diverso. Continuo a pensare che gli artisti abbiano una visione del mondo, non dico migliore, ma diversa e sicuramente da ascoltare. L’unico problema è che una volta gli artisti venivano ascoltati da milioni di persone, mentre oggi da migliaia di persone. Pazienza, di fatto continuo a ritenere determinate figure particolarmente preparate ed idonee ad affrontare certi temi».

Per concludere, quali elementi e quali caratteristiche ti rendono orgoglioso di un disco come “La rivoluzione”?

«Essere riuscito a raccontare la mia storia, ma anche quella di tutti. Chiunque durante l’adolescenza è convinto che la propria vita vada in una determinata direzione, ma puntualmente finisce sempre in una maniera diversa, nel bene e nel male. Chiaramente parlo nel dettaglio della mia generazione che considero particolare, perché siamo partiti dall’andare a letto dopo Carosello e quando eravamo bambini, un giorno, ci avevano detto che in Piazza Fontana avevano messo delle bombe. Da lì il mondo è cambiato, di colpo gli anni ’60 sono finiti. Siamo andati nelle scuole in cui il mercato aveva immesso l’eroina, poi siamo arrivati ai vent’anni ed è arrivato l’AIDS. Quindi, la mia è una generazione che ne ha viste tante. Non a caso, il titolo del disco sta a significare e rappresentare tutti questi cambiamenti epocali».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

By Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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